Sep 27

Avendo i nostri signori Veneziani deliberato di far purgare le fosse della terra nostra di Crema, diedero licenza generale che ciascuno potesse in quelle, come più gli piaceva, pescare; onde ci furono pur assai, che entrati nelle fosse, pigliarono gran quantità di pesce. Ed essendovi dentro dì molte persone, chi scalze, chi ignude, e chi d’ un modo e chi d’un altro, una donna, moglie del contestabile della porta di Ombriano, era assisa sovra il muro del ponte, e si pigliava meraviglioso piacere a metter mente a quelli che pescavano, veggendo talora il pesce sguizzar di mano ai pescatori, ed il romore che tra loro facevano.

Ella era greca, ed assai bella donna, ma tanto baldanzosa, che più essere non poteva. Sopravvenne in quello Anteo da Bologna nostro capo di fanteria, che insieme con Babone stava alla guardia di Crema.

Ella, come lo vide appresso di se, lo chiamò, e gli disse (che assai comodamente parlava italiano): capitano Anteo, mirate colui, che gran tincone ha preso. Era, non molto lunge da quello che il focone aveva, un giovine di circa ventiquattro anni, che senza brache pescava, e s’ aveva tirata la camicia sul collo, mostrando tutto il suo mobile di casa, avendo una gran masserizia, che fra le gambe sonava le campane a doppio. Anteo, che s’ imaginò che la Greca lo vedesse, ma fingesse di non vederlo, le disse: Madonna, il tincone che colui ha preso è certamente bello; ma io ve ne mostrerò uno, che è molto più bello.

Ed ove egli è soggiunse la donna. Vedete là, rispose Anteo, quel giovine che ha la camicia rivolta su le spaiile ? Mirate, mirate che bravo tinccone è quello, che fra le coscie gli pende.

Al corpo che non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese. lo penso che sia venuto a divisione con gli asini, ma che fosse il primo a pigliar su: io so che ha un gran baccalare.

La Greca, fece cotal vista di vergognarsi, ma con la coda dell’ occhiolino lo mirava; e disse: voi capitano Auteo, sempre siete su le burle. Ed avendo ben notato il giovine, entrò in altri ragioanamenti, con desiderio di volere, come poteva, provare se quel tincone era così saporito come in apparenza dimostrava; ed un anno le pareva mille di venir a questo cimento.

Avvenne, non molto dopo, che non essendo il marito in casa, Ia Greca si trovò in porta, e il giovine dal tincone grosso le passò dinanzi. Come ella lo vide, tan tosto il conobbe, e gli disse: ove vai tu a quest’ ora? e poteva esser da merigge. Io me ne vo, disse egli, qui di fuori a dir una parola all’ oste. Levossi la donna in piè, ed entrò in casa, dicendogli : vien meco, ch’ io vo’ un servigio da te. II buon giovine, che andava alla carlona entrò in casa dicendo: Madonna, che volete voi che io faccia? Io vorrei, rispose la Greca, che tu mi portassi giù dal solaio un sacco di grano.

Era il giovine contadino con un giubbone e calze di tela alla villanesca vestito. Ed essendo salito sovra il il solaio, e la donna seco: ov’è , disse, madonna, il sacco? Allora la buona greca, che voleva essere quella che un altro peso portasse, gli diede delle mani dinanzi sovra i calzoni ; e ridendo, gli domandò che cosa era là dentro ascosa. Il contadino , che aveva dell’ accorto, s’accorse che la donna voleva sonare, e disse: Madonna, questa è la mia piva, con che io faccio ballare le nostre femine in villa; e si mise anco egli su le risa.

Io vorrei, soggiunse la Greca, che tu me la mostrassi, per vederla come è fatta. Oh! disse egli, che mi darete voi se io ve la mostro? Che ti darò? rispose la Greca : lasciamela un poco vedere, e poi qualche cosa sarà.  Il buon compagno, che vedeva che ella moriva di voglia di danzare sotto la piva, la cominciò a baciare, e riversolla suso un sacco, e le diede la piva in mano; e quella essendo messa al suo luogo, ed egli sonando, e la Greca amorosamente lollando, fecero due balli senza mai riposarsi.

E parendo alla Greca non aver mai sentito il più gagliardo né cosi dolce suono, volle la terza volta entrar in danza. Onde il giovine, che era di buona lena, ed aveva gran fiato, s’ apparecchiò; e subito gonfiata la piva, fecero gagliardamente la terza danza. Temendo poi la Greca che il marito non sopravvenisse, per poter dell’ altre volle danzare, diede alcuni mozzenigbi al sonatore, e lo pregò che egli volesse talora lasciarsi vedere, acciò che potessero a loro agio ballare.

Era già in casa arrivato il marito; il quale non veggendo la moglie di sotto, e sentendo parlare di sopra, domandò chi fosse là su. La donna conobbe il marito, e sabito rispose: io era venuta qui per far portar giù questo sacco di grano a questo contadino, ma egli nol può da per sé levare, ed io meno aiutare nol posso. Voi avete fatto bene a venire: salite su, e ci aiuterete. Egli, che altro male non pensò, salì in solaio , ed aiutò a metter il sacco in spalla al contadino, che lo portò abbasso; ove la donna, che sapeva del ballo fatto, volle alquanto ristorar il giovine della fatica, e gli diede un bicchiere di buon vino a bere, e lasciollo andare.

Stava su le possessioni il contadino dì messer Salmone da Vimercato, gentiluomo molto ricco ed onorato, che è marito della signora Ippolita Sanseverina. Come il contadino fu partito, se n’andò alla casa di messer Salmone, ove quasi ogni di veniva, recando dalle possessioni ora una cosa, or un’altra. E ragionando con alcuni servidori di casa, mostrò loro i mozzenighi guadagnati, e disse il modo con che acquistati gli aveva.

La cosa fu delta a meser Salmone. Egli più compitamente dal contadino saper la volle, che il tutto minutamente gli narrò. Messer Salmone, che è gentiluomo piacevole, non ebbe mai bene fin che non disse tutta l’ istoria al magnifico podestà di Crema, nostro gentiluomo veneziano; il quale nel vero aveva un poco del tondo, e come voi Lombardi costumate di noi dire, teneva del bergamasco in magna quantitate. Quando il podestà, il cui nome non voglio per ora dire, intese questa commedia, non si potè contenere che non desse la loia al contestabile; di maniera ch’ egli ne fu a gran romare con la moglie.

Ma ella, negando il vero e facendo buon volto, seppe così fare, che gli fece credere che queste erano ciance che Babone ed Anteo avevano per malevolenza levate, perciocché ella non gli voleva dar orecchie; e tanto disse, che il buon contestabile non dava orecchie al podestà, lasciandolo dire ciò che voleva.

Avvenne indi a pochi giorni che essendo il podestà in sala con la moglie ed altre gentildonne, vi si trovò anco messer Salmone; e in quel tempo la signora Ippolita moglie di messer Salmone mando una tazza di bellissime pesche duracine alla magnifica podestaressa, e mandolle per man del contadino del grosso tincone.

Come messer Salmone lo vide, subito disse al podestà: magnifico messere, eccovi il compagno, che ha fornito la Greca del contestabile della porta d’ Ombriano. Il podestà, non avendo riguardo alla moglie ed altre donne che seco erano, comandò al contadino che dovesse narrare il fatto come era stato. Egli, che altra lingua che la cremasca apparata non aveva, o non avria saputo altrimenti il suo concetto esplicare, che con le semplici e naturali parole, disse il tutto; e tanto fece ridere il podestà e gli altri gentiluomini, che anrora ridono.

La podestaressa e l’ altre donne non risero così largamente, perché mostrarono per onestà aver vergogna, sentendo nominare così naturalmente le cose. Né bastando questo, volle il podestà che il buon compagno mostrasse il suo bel tincone, non pensando che quella medesima voglia poteva a madama podestaressa venire, che alla moglie greca del contestabile era venuta, e eh’ egli potrebbe poi così di leggiero esser beffato, come beffava altrui.

In somma il contadino, che aveva bisogno di poca levatura, sentendo ciò che il podestà gli comandava, per tema di non esser bandito o andare in prigione, sfoderò gagliardamente alla presenza d’ uomini e donne la sua squarcina, che fece meravigliare tutti gli uomini che quivi erano, vedendo sì gran baccalare e fece nascer desiderio a molte delle donne di provare come ella ben tagliava. Le risa degli uomini furono grandi. Le donne si mettevano le mani agli occhi, ma tenevano i diti larghi l’ uno dall’ altro per meglio contemplar l’ armi del Dio degli orti.

Il Podestà, ridendo tuttavia, disse: a le vangele di san Marco, che la Greca ha fatto molto bene, se s’ è provista di così bel moscolo; e su questo ciascuno diceva la sua.

Madama la podestaressa, ch’era donna di pelo rosso, ben compressa ed assai giovane, veggendo che il marito, che era uomo di più di sessant’ anni, lodava la Greca, disse tra sé: certo io provederò a’ casi miei. Messere è vecchio, e non mi tocca di tre mesi una volta: costui supplirà, se io potrò. Onde seppe col mezzo di certa buona donna sì ben fare, che ella entrò in possesso del tincone; ed ancor che meno che discretamente col contadino domesticandosi , fosse cagione che per Crema se ne parlasse, nondimeno nessuno ardì mai farne motto al podestà; ed ella trovando nel tincone buon pasto, ogni volta che poteva, se ne empiva il corpo.

Il podestà, come vedeva il contestabile, gli era sempre dietro a morderlo della moglie, che aveva preso il tincone. Tutti quelli che l’udivano , più di lui che del contestabile ridevano, sapendo come il fatto andava.

Avvenne anco spesse volte che dando il podestà la berta a colui, madama podestaressa, che era presente, anco ella se ne beffava, pensando che nessuno s’ accorgesse che, se la Greca per un di aveva banchettato col tincone, ella già più di sessante volte l’ aveva posto a lesso, a guazzetto, in pasticcio ed arrosto, essendo ferma opinione di tutti che ella usasse quel bel tincone innanzi e dopo pasto.

Ma il buon podestà, che di questo niente sapeva, s’ era messo su questo umore di non lasciar vivere il povero contestabile, non s’ accorgendo che tutta Crema di lui si beffava.

I testi sono tratti da “Il Bandello, Una Greca veggendo un pescatore senza brache si giace con lui tratta dal gran pendolone che gli vide ondeggiare tra le gambe, Novella Quarantesimasesta, in Raccolta di novellieri italiani, Pt. I, a cura di Gaetano Poggiali, Firenze, Borghi & Co., 1833: http://books.google.it/books?id=ILgZAAAAYAAJ&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Sep 25

THAT branch of the lake of Como, which extends towards the south, is enclosed by two unbroken chains of mountains, which, as they advance and recede, diversify its shores with numerous bays and inlets.

Suddenly the lake contracts itself, and takes the course and form of a river, between a promontory on the right, and a wide open shore on the opposite side. The bridge which there joins the two banks seems to render this transformation more sensible to the eye, and marks the point where the lake ends, and the Adda again begins — soon to resume the name of the lake, where the banks receding afresh, allow the water to extend and spread itself in new gulfs and bays.

The open country, bordering the lake, formed of the alluvial deposits of three great torrents, reclines upon the roots of two contiguous mountains, one named San Martino, the other, in the Lombard dialect, Il Resegone, because of its many peaks seen in profile, which in truth resemble the teeth of a saw so much so, that no one at first sight, viewing it in front (as, for example, from the northem bastions of Milan), could fail to distinguish it by this simple description, from the other mountains of more obscure name and ordinary form in that long and vast chain. For a considerable distance the country rises with a gentle and continuous ascent; after wards it is broken into bill and dale, terraces and elevated plains, formed by the intertwining of the roots of the two mountains, and the action of the waters. The shore itself, intersected by the torrents, consists for the most part of gravel and large flints ; the rest of the plain, of fields and vineyards, interspersed with towns, villages, and hamlets: other parts are clothed with woods, extending far up the mountain.

Lecco, the principal of these towns, giving its name to the territory, is at a short distance from the bridge, and so close upon the shore, that, when the waters are high, it seems to stand in the lake itself. A large town even now, it promises soon to become a city. At the time the events happened which we undertake to recount, this town, already of considerable importance, was also a place of defence, and for that reason had the honour of lodging a commander, and the advantage of possessing a fixed garrison of Spanish soldiers, who taught modesty to the damsels and matrons of the country ; bestowed from time to time marks of their favour on the shoulder of a husband or a father ; and never failed, in autumn, to disperse themselves in the vineyards, to thin the grapes, and lighten for the peasant the labours of the vintage.

From one to the other of these towns, from the heights to the lake, from one height to another, down through the little valleys which lay between, there ran many narrow lanes or mule-paths, (and they still exist), one while abrupt and steep, another level, another pleasantly sloping, in most places  enclosed by walls built of large flints, and clothed here and there with ancient ivy, which, eating with its roots into the cement, usurps its place, and binds together the wall it renders verdant.

For some distance these lanes are hidden, and as it were buried between the walls, so that the passenger, looking upwards, can see nothing but the sky and the peaks of some neighbouring mountain: in other places they are terraced: sometimes they skirt the edge of a plain, or project from the face of a declivity, like a long staircase, upheld by walls which flank the hillsides like bastions, but in the pathway rise only the height of a parapet — and here the eye of the traveller can range over varied and most beautiful prospects.

On one side he commands the azure surface of the lake, and the inverted image of the rural banks reflected in the placid wave ; on the other, the Adda, scarcely escaped from the arches of the bridge, expands itself anew into a little lake, then is again contracted, and prolongs to the horizon its bright windings ; upward, — the massive piles of the mountains, overhanging the head of the gazel: ; below, — the cultivated terrace, the champaign, the bridge ; opposite,— the further bank of the lake, and, rising from it, the mountain boundary.

Along one of these narrow lanes, in the evening of the 7th of November, in the year 1628, Don Abbondio, curate of one of the towns alluded to above, was leisurely returning home from a walk. He was quietly repeating his office, and now and then, between one psalm and another, he would shut the breviary upon the fore-finger of his right band, keeping it there for a mark; then, putting both his hands behind his back, the right (with the closed book) in the palm of the left, he pursued his way with downcast eyes, kicking, from time to time, towards the wall the flints which lay as stumbling-blocks in the path.

Thus he gave more undisturbed audience to the idle thoughts which had come to tempt his spirit, while his lips repeated, of their own accord, his evening prayers. Escaping from these thoughts, he raised his eyes to the mountain which rose opposite; and mechanically gazed on the gleaming of the scarcely set sun, which, making its way through the clefts of the opposite mountain, was thrown upon the projecting peaks in large unequal masses of rose-coloured light. The breviary open again, and another portion recited, he reached a turn, where he always used to raise his eyes and look forward; and so he did to-day. After the turn, the road ran straight forward about sixty yards, and then divided into two lanes, Y fashion — the right hand path ascended towards the mountain, and led to the parsonage: the left branch descended through the valley to a torrent: and on this side the walls were not higher than about two feet.

The inner walls of the two ways, instead of meeting so as to form an angle, ended in a little chapel, on which were depicted certain figures, long, waving, and terminating in a point. These, in the intention of the artist, and to the eyes of the neighbouring inhabitants, represented flames. Alternately with the flames were other figures — indescribable, meant for souls in purgatory, souls and flames of brick-colour on a grey ground enlivened with patches of the natural wall, where the plaster was gone.

The curate, having turned the corner, and looked forward, as was his custom, towards the chapel, beheld an unexpected sight, and one he would not willingly bave seen. Two men, one opposite the other, were stationed at the confluence, so to say, of the two ways : one of them was sitting across the low wall, with one leg dangling on the outer side, and the other supporting him in the path: his companion was standing up, leaning against the wall, with his arms crossed on his breast.

Their dress, their carriage, and so much of their expression as could be distinguished at the distante at which the curate stood, left no doubt about their condition. Each had a green net on his head, which fell upon the left shoulder, and ended in a large tassel. Their long hair, appearing in one large lock upon the forehead: on the upper lip two long mustachios, curled at the end : their doublets, confìned by bright leathern girdles, from which hung a brace of pistols: a little horn of powder, dangling round their necks, and falling on their breasts like a necklace: on the right side of their large and loose pantaloons, a pocket, and from the pocket the handle of a dagger: a sword hanging on the left, with a large basket-hilt of brass, carved in cipher, polished and gleaming: — all, at a glance, discovered them to be individuals of the species bravo.

That the two described above were on the lookout for some one, was but too evident; but what more alarmed Don Abbondio was, that he was assured by certain signs that he was the person expected; for, the moment he appeared, they exchanged glances, raising their heads with a movement which plainly expressed that both at once had exclaimed, ‘ Here’s our man ! ‘ He who bestrode the wall got up, and brought his other leg into the path: his companion left leaning on the wall, and both began to walk towards him.

Don Abbondio, keeping the breviary open before him, as if reading, directed his glance forward to watch their movements. He saw them advancing straight towards him: multitudes of thoughts, all at once, crowded upon him ; with quick anxiety he asked himself, whether any pathway to the right or left lay between him and the bravoes; and quickly came the answer, — no.

He made a hasty examination, to discover whether he had offended some great man, some vindictive neighbour; but even in this moment of alarm, the consoling testimony of conscience somewhat reassured him.

Meanwhile the bravoes drew near, eyeing him fixedly. He put the fore finger and middle finger of his left hand up to his collar, as if to settle it, and running the two fingers round his neck he turned his head backwards at the same time, twisting his mouth in the same direction, and looked out of the corner of his eyes as far as he could, to see whether any one was coming; but he saw no one.

He cast a glance over the low wall into the fields — no one ; another, more subdued, along the path forward — no one but the bravoes. What is to be done? turn back? It is to late. Run? It was the same as to say, follow me, or worse. Since he could not escape the danger, he went to meet it.

These moments of uncertainty were already so painful, he desired only to shorten them. He quickened his pace, recited a verse in a louder tone, composed his face to a tranquil and careless expression, as well as he could, used every effort to have a smile ready; and when he found himself in the presence of the two good men, exclaiming mentally, ‘ here we are I ‘ he stood still.

‘ Signor Curato ! ‘ said one, staring in his face.

‘ Who commands me ? ‘ quickly answered Don Abbondio, raising his eyes from the hook, and holding it open in both hands.

‘You intend,’ continued the other, with the threatening angry brow of one who has caught an inferior committing some grievous fault, ‘ you intend, to-morrow, to marry Renzo Tramaglino and Lucia Mondella ! ‘

‘That is . . .’ replied Don Abbondio, with a quivering voice, — ‘That is . . . You, gentlemen, are men of the world, and know well how these things go. A poor curate has nothing to do with them. They patch up their little treaties between themselves, and then . . . then, they come to us, as one goes to the bank to make a demand; and we . . . we are servants of the community.’

‘Mark well,’ said the bravo, in a lower voice but with a solemn tone of command, ‘ this marriage is not to be performed, not to-morrow, nor ever.’

‘But, gentlemen,’ replied Don Abbondio, with the soothing, mild tone of one who would persuade an impatient man, ‘ be so kind as put yourselves in my place. If the thing depended on me . . . you see plainly that it is no advantage to me . . .’

‘Come, come’, interrupted the bravo; ‘ if the thing were to be decided by prating, you might soon put our heads in a poke. We know nothing about it, and we don’ t want to know more. A warned man . . . you understand.’

‘ But gentlemen like you are too just, too reasonable . . .’

‘ But,’ (this time the other companion broke in, who had not hitherto spoken) — ‘but the marriage is not to be performed, or . . . ‘ here a great oath — ‘ or he who performs it will never repent, because he shall have no time for it . . .’ another oath.

‘ Silence, silence,’ replied the first orator : ‘ the Signor Curato knows the way of the world, and we are good sort of men, who don’t wish to do him any harm, if he will act like a wise man. Signor Curato, the Illustrious Signor Don Rodrigo, our master, sends his kind respects.’

To the mind of Don Abbondio this name was like the lightning flash in a storm at night, which, illuminating for a moment and confusing all objects, increases the terror. As by instinct he made a low bow, and said, ‘ If yuu could suggest . . .’

‘ 0h! suggest is for you who know Latin,’ again interrupted the bravo, with a smile between awkwardness and ferocity; ‘ it is all very well for you. But, above all, let not a word be whispered about this notice that we have given you for your good, or . . . Eheml . . . it will be the same as marrying them. — Well, what will your Reverence that we say for you to the Illustrious Signor Don Rodrigo ? ‘

‘ My respects.’

‘ Be clear. Signor Curato.’

‘ . . . Disposed . * . always disposed to obedience.’

And having said these words, he did not himself well know  whether he had given a promise, or whether he had  only sent an ordinary compliment. The bravoes took it, and showed that they took it, in the more serious meaning.

‘Very well — good evening, Signor Curato,’ said one of  them, leading his companion away.

To read the complete and unabridged text: Alessandro Manzoni, I promessi sposi (The betrothed), italian-to-english translation, New York, Collier & son, 1909: http://www.archive.org/details/ipromessisposib05manzgoog

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Sep 24

El Arçobispo de Granada mandó a todos los Curas de el Arçobispado, que el primer dia de el año [1568] publícassen en sus Parroquias: se havian de matricular todos los hijos de los Moriscos, desde la edad de cinco años, hasta los quince, para que los embiassen a las ecuelas, á fin de enseñarles la Doctrina Christiana, leer, y escribir, y con esso aprendiessen la lengua Castellana: con que sus padres determinaron levantarse, por parecerles, que era menos penosa la muerte, que el yugo de las cosas, que les mandaba.

Diò principio á la rebellion Farax-Aben Farax de el linage de los Abencerrages, aunque de oficio Tintorero de Arrebol, vecino de el Albaicin, hombre resuelto, y mañofo, tratando esta materia, con Abenjuagar, Alguacil de Cadiar, Diego Lopez Abenaboo, vecino de Mecina de Bonvaron, y otros Moriscos principales, que estaban en Granada á seguir sus dependiencias en la Chancilleria, y conociendo era necessario experimentar el animo de los Moriscos, que vivian en las Alpujarras, para tomar la resolucion.

Como á los Moriscos les estaba prohibido el hacer juntas, determinaron hacer un Hospital, y Hermandad, con titulo de la Santissima Trinidad, fuera de Granada, para curar sus Christianos pobres enfermos; pues con este pretexto se podrían juntar, y conferir sin sospecha, lo que tocaba á la rebelion, y pedir licencia á el Arçobispo.

Concedióseles la licencia, que pedian, por el Arçobispo, y Presidente, pareciendoles, que era una obra muy piadosa y Christiana: con que ellos valiendose de este pretexto, despacharon tres, o quatro personas, para que con maña, y secreto explorassen el animo, é intencion de los lugares, y Ios aientassen à la solevacion, fiando este secreto de personas seguras, y pocas, à fin de que estas en cada lugar pudiessen inducir a los demas, y tomassen razon de la gente, que en cada uno podia tomar armas, y las que havia en el; y à el mismo tiempo reconocieron los Puertos, que eran mas aproposito para recibir socorros, que podian venir de Berbería, y los caminos mas breves, seguros, y secretos, para conducirlos, y conducir tambien viveres à Granada.

Salieron, pues, los destinados para este efecto, y tomaron diversas veredas, y luego que llegaban à los lugares, solicitaban introducirse en conversacion con algunos de los principales Moriscos de ellos, tratando de el miserable estado, en que se hallaban, y la miserable, y lastimosa esclavitud a que estaban reducidos, y viendolos lastimados, y con el mismo motivo resentidos, de que no podian guardar la Religion de fus mayores, les decian que si eran hombres de secreto, y valor, facilmente podian sacudir tan tirano yugo: porque segun varias profecias de los antiguos Alfaquies, despues de la pérdida de el Reyno de Granada, havia llegado ya el tiempo de su libertad, tomando las armas, y que para lograr esto, havian solicitado el ayuda de los Reyes de el África, que havian ofrecido embiarles grandes socorros, y que el Gran Turco les havia prometido, embiaria á su favor armada, y gente.

Y de esta suerte corrieron las Alpujarras, y haviendo ejecutado con solicitud lo que se les avia ordenado, volvieron a dar quenta de su comission.

Juntaronse en Cadiar, lugar que esta a la entrada de las Alpujarras, los principales de la rebelion, assi de el Albaicin, como de las otras partes de el Reyno, y reconociendo, que havia en él mas de ochenta y cinco mil casas de Moriscos empadronadas, sin otras muchas, que se ocultaban, y que se podian poner cinquenta mil hombres con armas en campaña, resolvieron, que el levantamiento se hiciesse el dia de el Jueves Santo, encargando á todos el secreto, para la seguridad, ponderandoles el riesgo, que tenian todos, en que se supiesse la conspiracion, pues de manifestrse, perderían la vida, la hacienda , y padecerían los mas rigurosos tormentos.

Ademas los Monfies empezaron a cara descubierta a levantar vanderas, roba, y matar á quantos Christianos encontraban, usando con ellos las mas barbaras crueldades, defuerte, que era raro el dia, que no se trajessen á Granada algunos cuerpos muertos, assi de Clerigos, como Religiosos, y seglares, los mas muertos coa estraña crueldad, y inhumanidad.

Muchas perfonas reconociendo el desasossiego, è inquietud, que trahian entre si los Moriscos de las Alpujarras, vinieron en el conocimiento de el animo depravado, que tenian de levantarse, y aísí lo escribieron á el Presidente, y a el Arzobispo de Granada, y juntamente a el Rey; con cuyo aviso el Prefidente, y el Corregidor de Granada, previnieron de armas a los Christianos, y procuraron tener gran cuidado con el Albaicin, rondando todas las noches: con lo qual estos avisaron á los principales de las Alpujarras, que suspendiessen la solevacion, porque la ciudad estaba advertida, y con prevencion, y que n lograndose aquella, los demas intentos eran en vano: con que suspendieron el levantamiento, que tenian, determinado para el dia de Jueves Santo.

El Conde de Tendilla estaba en el Alhambra por su padre el Marqués de Mondejar, que se hallaba en la Corte por las competencias de jurisdicion con la Chancilleería, y a 5 de Abril con los grandes recelos de el levantamiento, subió a el Albaicin , acompañado de muchos Caballeros, y su guardia, y fue a oír Miíssa á San Salvador, donde estaba junta !a mayor parte de los Moriscos, por ser dia de Jueves Santo, y haviendola oído, les dixo: que ninguno se saliesse, porque tenia que hablarles, y desde las gradas de el Altar mayor les insinuó en Granada, y en todo el Reyno se sospechaba, que intentaban levantarse; que mirassen, que todo estaba dispuesto para su mayor bien, y que assi lo observassen puntuales, porque el mudar de trage, y lengua, era para que no huviesse diferencia alguna, pues eran ya todos Christianos; que tratassen de despedir los que havian venido de las Alpujarras a vivir en el Albaicin, por la sospecha, que ocasionaban , y que el matricular sus hijos, y hijas, no era para quitarselos, como algunos falsamente publicaban, sino para enseñarlos, y doctrinarlos en la Religion Christiana; y que creyessen, que observada la fidelidad, que debían á Dios, y a el Rey, este siempre les atendería.

Ellos se quejaron á el Conde de la injusta sospecha de su fidelidad, y le dieron muchas gracias, y desde entonces procuraron vivir contal recato, que casi disiparon el recelo, assegurando á los Christianos para el descuido.

A 6 de Abril un Alguacil llamado Bartholomè Santa María, teniendo a su cargo la ronda, al tiempo que anochecia, estando lloviendo mucho, haciendo mucho aire, y muy obscuro, embió quatro soldados a hacer centinela en la Torre de el Aceytuno, que estaba en lo mas alto de el Albaicin, y como la noche era obscura, y llovía , llevó cada soldado un acho de atocha encendido para alumbrarse, y en llegando a el pie de la torre, cuya subida era dificil, los que iban delante menearon los achos para alumbrará los que iban subiendo, y luego los echaron abajo, de modo, que parecia, que aquello era señal de aviso á gente apostada afuera.

Vio esto la centinela, que estaba en la Torre de la fortaleza de la Alhatmbra, y creyendo, que era señal de alguna novedad de los Moriscos, tocó a rebato, y avisó á el Conde de Tendilla de loque havia visto, y este embió veinte soldados a el Albaicin, para saber el motivo de aquellos fuegos.

En tanto la centinela, que tocaba a rebato, empezó á dar grandes voces, diciendo: Christianos guardaos, y prevenios, porque esta noche puede ser, que seais degollados: con las quales palabras Te alborotó de tal suerte la ciudad, que fué todo horror, temor, y confusíon; las mugeres salian despavoridas de sus casas, buscando el asylo de las Iglesías, ó Alcazar, ó las partes, que les parecian mas seguras; los hombres salian con las armas, que tenian, a las calles, y plazas, sin saber donde acudir; los Religiosos tomaron las armas, que hallaron, y se pusieron á la puerta de la Audiencia, creyendo todos era cierto el levantamiento.

El Presidente, y Corregidor embió cada uno por su parte a el Albaicin, para saber la causa, que diò ocasion á el alboroto, y reconociendo, que havia nacido de la inadvertencia de los soldados, que havian ido a hacer centinela en la Torre de el Aceytuno, todos se recobraron, y quedaron sossegados, y se volvieron a sus casas. El Corregidor tomó con gente las bocas de las Calles de el Albaicin, para que ninguno entrasse en el, y evitar el saqueo de sus moradores; y despues de haver passado una furiosa tempestad de agua, subio á el Albaicin, y rondando toda la noche, reconoció quando fue de dia las murallas, y viendo, que estaba todo seguro, bajó á la ciudad. De alli adelante rondaba todas las noches con gente armada, assi para que los Moriscos no recibiessen daño, como para assegurarse de ellos, y este rebato sirvió de mucho, porque la Ciudad trató de prevenirse, y comprar armas, que repartió entre los vecinos, y de alli adelante se vivió con mayor cuidado.

(Fin de la Primera Parte)

Por el texto en original: Juan de Ferreras, Historia de España: siglo XVI: parte dezimaquinta, Madrid, 1725: http://books.google.it/books?id=o81d6SxvFqYC&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Sep 12

Tutti sanno che anticamente la libbra in danaro era un gruppo di tante monete che tutte insieme agguagliassero una libbra di peso d’oro o d’argento; che i soldi erano una parte aliquota della libbra; i danari una parte aliquota del soldo.

Sebbene la proporzione de’ soldi colla libbra abbia variato assai volte, tuttavia molto prima del mille era fermo quasi universalmente che di buoni soldi n’andasser venti per ogni libbra, e che andassero dodici danari per un soldo, ossia du- genquaranta danari per libbra. In un documento del 958 s’accenna siffatta ragione, e la memoria che se ne fa sembra provare che non fosse l’unica, come fu poco dopo.

Famosi nell’impero greco-romano e sotto ai re longobardi furono i soldi d’oro. Ma i venti non faceano neppur la terza parte della libbra di peso. Quindi nacque che la libbra de’ venti soldi fu una libbra immaginaria, diversa dalla libbra di peso. Abbandonata una volta l’antichissima norma della libbra di peso, ammesso una volta per fondamento che venti soldi formassero una libbra, non vera, ma nominale, ne nacquero tante libbre diverse, quanti soldi vari di peso e di lega venivan battuti; e poscia, quando intorno al mille il soldo cessò quasi universalmente di esser moneta reale, e non rappresentò più che un gruppo di 12 danari, tante diverse libbre ne nacquero, quanti furono i denari battuti.

Nell’impero romano ed anche sotto ai re goti era in uso, oltre alla moneta d’oro e d’argento, anche la moneta di rame, così necessaria al minuto e quotidiano commercio; ma anche questa particella di civiltà scomparve fra la barbarie dei secoli posteriori, i quali fra gli altri disavvantaggi ebbero in fatto di monete quello di non averne che d’oro o d’argento o miste; il che se dava al commercio esterno una maggior ampiezza per la facilità del cambiarle, nuoceva a quel primo e più sostanziale commercio d’ogni momento, per cui si procacciano le cose necessarie alla vita; necessitava la battitura di monete troppo minute e sottili, e però non agevoli a maneggiare e facili a smarrirsi; favoriva il corso della cattiva moneta, la quale in quel rapido giro de’ mercati, passando per le mani di gente inesperta, si trametteva impunemente alla buona.

A questo male si volle rimediare crescendo la quantità della lega nelle monete d’argento. I terzuoli milanesi non teneano che un terzo d’argento. Il danaro viennese battuto da Amedeo VI in Ciamberì e Ponte d’Ain nel 1349 non tenea che due danari e due grani d’argento fino. E però questa moneta si chiamava moneta nera o bruna.

Ma il più gran male consisteva nella mancanza di una lira od altra moneta vera od immaginaria che fosse regola comune a cui le altre monete si misurassero; dal che nasceva, come abbiam detto, che il valor d’un soldo o d’una lira, cioè d’un gruppo di 12 o di 240 danari non potesse misurarsi che secondo il valore del danaro di cui era multiplo.

Siccome poi non solo i principi sovrani, ma baroni di mediocre potenza, vescovi ed abati, e non poche città libere usavano il regal privilegio della zecca, infinita era la quantità, e infinitamente varia, e di peso e di lega, la qualità de’ danari che si coniavano, e però de’ soldi e delle lire che se ne formavano.

E perchè talora la cupidità, talora il bisogno insegnarono ab antico la ladra, ma stolta pratica di peggiorar la moneta, mantenendo nominalmente l’antico valore, si vide molto spesso dalla medesima zecca in piccolo giro d’anni uscir monete della stessa apparente qualità, che, conosciute in breve nel commercio, si spendeano secondo il vero loro valore ed erano distinte con vari nomi. Quindi nella moneta viennese, per esempio, l’appellativo di buoni e deboli e flebili, di cursibili, di speronati, di escucellati; nella secusina le denominazioni di buoni, di vecchi, di vecchi rinnovati.

Un vero labirinto era dunque la scienza delle monete. E i cambiatori che ne teneano il filo erano gente non solo utile, ma necessaria.

Nel secolo XI troviam ricordati in Italia di moneta d’argento i migliaresi che si batteano tanto in Sicilia che a Tunisi e a Costantinopoli, i provvisini (moneta romana), i volterrani, i matapani (moneta veneta), i danari veneziani, pavesi, lucchesi.

In Francia i parigini, gli angioini, i tornesi e parecchi altri, fra i quali aveano particolar corso in Savoia i danari battuti dall’arcivescovo di Vienna in Delfinato, chiamati perciò viennesi, e i pictaviensi usciti dalla zecca de’ conti di Poitiers, i quali ebber corso in Piemonte prima dei viennesi e prima dei segusini, che erano una specie di viennesi.

Una specie di moneta viennese era la segusina, che col proprio nome batterono a Susa Umberto II ed Amedeo III, conti di Savoia, sul fine dell’undecimo e sul principio del duodecimo secolo. I segusini ebbero largo corso in Piemonte, e duravano ancora nel secolo XIV. Ne’ secoli XIII e XIV i conti di Savoia batteano eziandio a S. Maurizio d’Agauno denari improntati dell’imagine del santo martire tebeo, e perciò chiamati mauriziani.

Infine una terza moneta nazionale era fra noi quella dei danari astesi. Il comune d’Asti n’avea antico privilegio da Corrado, imperatore; non so come e quanto se ne valesse nel secolo XII; ma nel seguente, ed ancor più nel XIV, la moneta astese era molto abbondante, e ai tempi d’Amedeo VI serviva di base alle contrattazioni nella maggior parte delle traspadane; laddove a Torino, a Carignano, a Pinerolo la moneta legale era la viennese battuta dai conti di Savoia e dai principi di Acaia, la quale, essendo stata notabilmente peggiorata verso il 1311, fu distinta in moneta viennese buona e moneta flebile o debile.

In altre terre monete forestiere avean più facil corso. A Chivasso, a Ivrea e nel Canavese i danari imperiali; a Casale, nel Vercellese, nel Biellese i pavesi; a Vinay, a Garessio e nelle Langhe i genovini. Batteano altresì moneta in Piemonte varie famiglie principesche della stirpe aleramica, o di quelle dei marchesi di Savona e del Vasto; i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, i marchesi di Ceva, di Busca, di Savona, del Carretto; ed usavano uguale privilegio i conti di Dezana, di Crescentino, di Cocconato ed altri feudatari dell’impero. Ma dai Monferrini e dai Saluzzesi in fuori, che erano veri principi, e principi di riguardevole potenza, la moneta degli altri si spendea solamente nelle loro terre, e non par che fosse altrove durevolmente accettata. Ne batterono eziandio i conti di Provenza, che nei secoli XIII e XIV ebbero signoria nel Piemonte meridionale.

Ma in tutti quasi i paesi fu sempre in maggiore stima e di maggior corso il grosso tornese, battuto la prima volta da san Luigi, re di Francia, modello dei principi che vogliono accoppiare le virtù cristiane ai doveri di re, esser devoti alla chiesa e mantener le ragioni della corona. La moneta che nel mille era d’argento fino era stata peggiorata, credesi, per la prima volta sul finir del regno di Filippo I, re di Francia nel 1103; di poi due altre volte nel corso di soli 17 anni. San Luigi ridusse le monete alterate da’ suoi predecessori ad una ragione che fu trovata così utile e giusta, che ne’ peggioramenti, che accaddero di poi, i richiami del popolo erano sempre volti ad ottenere che le monete tornassero alla ragione del buon re san Luigi.

Egli fece eziandio coniare a Tours, ad imitazione forse dei Lucchesi e Veneziani, la più grossa moneta d’argento che fosse a quei tempi, di 3 denari, 7 grani, 26/58 di peso, e d’ 11 danari e mezzo di lega, e, sia per ragione della grossezza, sia per differenziarla dal semplice danaro tornese che fin dal mille si batteva in quella città, la chiamò grosso tornese.

Il grosso tornese sali in breve in grandissima stima e servi di termine di paragone per misurare le altre monete d’oro e d’argento. Durò la buona moneta di san Luigi per tutto il regno di Filippo l’Ardito e ne’ primi anni di Filippo il Bello. Ma nel 1295 questo principe mal avvisato, scorgendo come per le guerre contro ai Fiamminghi ed agl’ Inglesi il suo tesoro era vuoto, diè principio all’infame baratteria di peggiorar la moneta; e comechè in seguito assai volte stretto dalla rovina del commercio e dall’indegnazione de’ popoli e promettesse e tentasse di riparare quella grave calamità, il fatto è che mai non vi riuscì durevolmente nè egli nè nissuno de’ suoi successori, mostrando col proprio esempio che doloroso inganno sia quello di commetter mali colla speranza d’apparecchiar poscia il rimedio.

Il grosso tornese era suddiviso in oboli che valeano la metà d’un grosso, e in quarti; e, come accadde di tutte le monete che salirono in qualche stima, fu imitato nelle zecche di straniere nazioni. Filippo di Savoia, signor del Piemonte, ne fé’ coniar in Torino nel 1297; ma, ad imitazione di quelli battuti da Filippo il Bello, scadeano assai dai buoni, poiché non teneano che otto danari e un obolo d’argento fino, e n’andavano 101 al marco. Altri grossi furono poi coniati in Savoia, a Genova, in Avignone, a Barcellona ed altrove.

Le più antiche monete d’oro di cui si trovi notizia in Francia e in Italia dopo il mille sono i soldi, gli oboli, i bisantì, i michelati, gli schifati, i costantini dell’impero d’oriente, i tarì amalfitani e siciliani che erano la quarta parte del soldo d’oro, i direm (dramma) e i dinar arabi, tutte monete, ed in ispecie il bisante e l’obolo che i crociati sparsero al loro ritorno in Europa; i marabutini che ci vennero dagli Arabi delle Spagne; il ducato di Ruggieri, re di Sicilia; gli agostari battuti da Federigo II con leggiadra imitazione delle monete romane. San Luigi, re di Francia, che regnò dal 1220 al 1270, fece coniare danari d’oro chiamati agnelli o montoni, perchè vi era sopra improntato il simbolo dell’agnus Dei.

Ma nel 1252, dopo la sconfitta de’ Sanesi a Montalcino, i Fiorentini batterono una moneta d’oro, la quale, siccome vinceva ogni altra di bontà, cosi in breve le vinse di fama. Fu questa il Fiorino D’oro, della suprema purezza di 24 carati e del peso d’una dramma, la quale fu imitata o contraffatta in quasi tutte le zecche d’Europa, e con poca variazione di lega e di peso ancor dura sotto al nome di zecchino.

De’ primi a batter fiorini ad imitazione di quei di Firenze fu forse san Ludovico, se a lui e non piuttosto a Luigi X. Seguitarono tale esempio le repubbliche di Venezia e di Genova, il cui fiorino si chiamò ducato ; Alberto I, duca d’Austria, poi imperatore; il re di Boemia; Giovanni XXII, sommo pontefice; i re d’Ungheria, d’Aragona; Giovanna, regina di Napoli; Amedeo VI, conte di Savoia; il delfino viennese; il marchese di Monferrato ; il vescovo di Trecastelli, e parecchi altri principi e prelati.

Ma sembra che i primi fiorini foggiati a similitudine de’ fiorentini non fossero minori a quelli nè di purezza nè di peso, poichè nei conti dei tesorieri non li ho trovati distinti. Anzi una specie di fiorini chiamati piccoli fiorini, perchè forse minori nel diametro a quei di Firenze, benchè superiori di peso, erano ne ‘primi anni del secolo XIV di maggior valuta.

Il fiorino di Genova, chiamato ducato d’oro o genovino, fu da principio di minor valuta del fiorino di Firenze, ma poi lo agguagliò e qualche volta lo passò. Maggiori del fiorino di Firenze, sebbene imitazioni di quello, furono anche il ducato veneto battuto nel 1284 e il ducato del papa o di camera.

Al fiorino od al ducato si ragguagliarono generalmente i conti nella maggior parte d’Italia ed in Francia, quando si recavano ad oro; se ad argento, si ragguagliavano al grosso. Trovo memoria delle seguenti specie di fiorino: 1° fiorino di Firenze; 2° piccolo fiorino; 3° fiorino doppio a cattedra; 4° fiorino doppio a mazza; 5° fiorino di buon peso; 6° fiorino di picciol peso; 7° fiorino vecchio di Lamagna ; 8° fiorino della regina ; 9° fiorino Roberto; 10 fiorino d’Orange.

A Firenze v’ebbero varie altre denominazioni del fiorino. Chiamaronsi di suggello, d’oro larghi e d’oro larghi in oro ; aveano sugli altri qualche vantaggio regolato dagli ordini pubblici, ma perchè non differivano di lega e pochissimo di peso, non trovo che le altre nazioni abbiano tenuto conto di tali distinzioni. Nel 1422 i Fiorentini avendo dilatato il loro commercio in levante, dove aveva gran nome il ducato Veneto, batterono un fiorino ad imitazione di quello e lo chiamarono fiorino di galea.

Tutte queste varietà nel secolo XIV, nel quale cominciò eziandio lo scudo d’oro che ebbe lunga durazione e il franco d’oro.

I testi sono tratti da “Luigi Cibrario, Della economia politica del medio evo, Vol. II, Torino, Botta, 1861: http://books.google.it/books?id=Ii4vAAAAYAAJ&printsec=titlepage&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Sep 11

Babilonia che per le superbe sue strade, le sue cento porte di bronzo, i suoi giardini pensili, il suo tempio di Belo, la formidabile e vasta sua cinta, ed i suoi numerosi palazzi, era guardata da Erodoto, che per altro aveva percorso l’Egitto, come la prima delle città dell’ universo, non offre più che ruderi informi ; le sue rovine istesse, nella terra sepolte, non hanno incominciato ad essere ben studiate che in questi ultimi tempi. Essa era situata sulle due rive dell’ Eufrate ed aveva 480 stadj di circuito (18 leghe).

Sulla riva orientale distinguesi in mezzo alle rovine, una collina chiamata dagli Arabi del paese Alcusr, o il palazzo, e che pare corrisponda al palazzo fatto costruire da Nabucco, e nel quale il Magno Alessandro esalò il suo ultimo sospiro: a fianco osservansi pezzi di muro che sembrano aver servito di fondamenta ai giardini pensili e sui quali scorgonsi ancora le tracce della vegetazione. Que’ diversi frantumi offrono lunghi corridoj e camere che servono di ricovero ai leoni e ad altre belve feroci.

La sola collina offre un quadrato di cui l’uno de ‘lati è di circa 2,000 piedi, ma diminuisce continuamente a cagione che incessantemente se ne estraggono i mattoni. Codesti mattoni sono della più bella qualità ; cotti al fuoco e perfettamente gittati, essi offrono tutti un’ iscrizione sulla faccia loro inferiore. Quantunque la calce non abbia che una linea di spessezza, gli strati ne sono sì ben collegati che a stento può staccarsene qualche cosa. A fianco a quei monticelli di mattoni, misti a frammenti di vasi di alabastro, veggonsi frantumi di vasi di terra, di tavole di marmo, e di tegole inverniciate.

I giardini pensili di Babilonia, meraviglia di cui i Greci cotanto parlarono, sono locati sull’alto della fortezza a livello della sommità delle mura, e sono ombreggiati da una quantità di grossi ed alti alberi. Le colonne che sostengono tutto l’edilizio sono costrutte di pietre quadrate, proprie a sopportare il terreno che vi si trova ammassato ad una certa altezza, ed a resistere all’acqua delle irrigazioni e degli innaffiamenti; e quelle masse portano alberi sì smisurati che va ne sono di quelli di otto cubiti di circonferenza nel fusto ed alti 50 piedi, e fruttiferi al pari di quelli che vegetano in terreni stabili.

Quantunque il tempo consumi insensibilmente i lavori dell’uomo e della natura stessa, codesta gran mole tormentata dalle radici di tanti alberi e grave del peso di una tale foresta, non tralascia di sussistere senz’alterazione: si è che è sorretta da forti mura alla distanza di undici piedi le une dalle altre, dimodo che da lunge credesi vedere delle foreste far ombra alle montagne ove nacquero. Dice la tradizione che un re di Siria regnando a Babilonia fece fare que’ lavori per compiacere la sua sposa che lamentava le boschine e le foreste della campagna sospirandole, e che l’amore che portavagli l’indusse ad imitare con quell’ opera singolare lo spettacolo delizioso della natura (Erodoto).

L’avanzo il più imponente che siasi conservato sulla riva occidentale, è una specie di collina sita a molte miglia dal fiume e che gli abitanti chiamano Birs-Nembrod, dal nome di Nembrot il famoso cacciatore di cui parlasi nella Bibbia. Codesto avanzo o rottame, secondo il signor Ker Porter che lo esaminò il primo con attenzione, ha di circonferenza due mila piedi su duecento di altezza; al disotto è una torre tronca, alta di trentacinque piedi. Distinguonsi ancora tre terrazzi degli otto che un di ne coronavano la sommità ; tutto ci porta a credere che sia la famosa torre di Babele, primo imponente edifizio di cui gli uomini abbiano conservata la rimembranza, e che sotto il nome di tempio di Belo occupava ancora uno spazio immenso al tempo di Alessandro il Macedone. Quanto ora sta in piedi ha per abitanti le sole belve. Cosi compissi la parola del profeta Isaia, che ne’seguenti fatidici versi proruppe con tanto entusiasmo, che noi a stento potremo imitarli nell’ italiana favella, e che cosi esprimiamo :

« La reina dei regni del mondo,
Babilonia fatale all’ Ebreo ,
La citlà dell’ orgoglio caldeo ,
Rovinata e distrutta cadrà.

« Nè per secoli nuquanco dal pondo
Sorgerà di rovina tremenda ;
Nè ombreggiata dall’ araba tenda
La sua terra più mai si vedrà.

« N’andrà lunge il pastor cogli armenti
Da quel suolo esecrato, che in selva
Di ricovro all’ indomita belva
A suo scorno cangiato sarà.

« All’ urlare de’ gufi, i serpenti
Col sibilo , alternando la voce
Faran eco al ruggito feroce
Che in que’ tetti dorati s’udrà. »

Babilonia essendo la capitale della Caldea perdette la sua più grande importanza allorchè divenne provincia dell’ impero persiano. Alessandro esternò l’intenzione di farne la capitale delle sue immense conquiste e di renderla più florida di quanto nol fosse stata mai. Ma in pria, la difficoltà di sgombrarla dall’enorme quantità di rottami che la ricoprivano dopo la vittoria di Serse, poscia la morte del figlio di Filippo, s’opposero a quel gigantesco disegno.

Seleuco, uno de’ luogotcnenti del Macedone, essendo divenuto padrone della Mesopotamia, fondò nel vicinato sulla sponda occidentale del Tigri, la città di Seleucia, che s’innalzò alle spese di Babilonia; più tardi i re parti costrussero in faccia a Seleucia sulla sponda orientale del Tigri la città di Cleut-Ctesifone che portò un nuovo colpo a Babilonia. Nullameno quando Trajano percorse, qual vincitore, l’Oriente, Babilonia era ancora in piedi ; e quel principe lodato da Plinio il giovine, potè contemplare la camera in cui Alessandro era morto. Ma ben tosto la città spopolossi e le bestie feroci accorrendovi da ogni parte, divenne come un vasto parco, dove i monarchi persiani andavano di tanto in tanto a prendersi i piaceri della caccia.

La piccola città chiamata Hiliah, che rimpiazza in oggi Babilonia, ossia che trovasi costrutta il più da vicino delle sue rovine, è cinta da miserabili mura di fango; dalla parte di ponente, quelle mura erette sopra d’un inclinato pendio, sono munite di torri sulle loro sommità, ma bastano appena per arrestare le invasioni degli Arabi del deserto.

Le profonde paludi e le terre fangose, che al dire di Diodoro Siculo, difendevano Babilonia dalla parte d’ oriente, occupano tuttora lo stesso sito; vien dopo il deserto giallo e nudo, altrettanto sprovvisto di vegetabili che di abitatori ; tutto è triste, in fuori di alcune isolate palme che fiancheggiano il fiume e ricreano la vista…. Ecco Babilonia !

Immaginatevi, dice Chateaubriand rappresentando i dintorni di Roma, le sue campagne e le sue rovine, qualche cosa della desolazione di Tiro e di Babilonia; un silenzio ed una solitudine tanto vasta, quanto il tumulto degli uomini che già si premevano su quel suolo; pare di udirvi a rimbombare questa maledizione del Profeta: « Due cose a vicenda ti colpiranno in un sol giorno: sterilità e vedovanza ». Isaia. Scorgonsi qua e là alcuni capi di strade romane dove non passa più veruno, qualche traccia disseccata dei torrenti invernali ; codeste traccie viste da una certa distanza hanno esse stesse l’aspetto di grandi strade selciate e frequentate, ed esse non sono che il letto deserto di un’onda tempestosa che disseccossi come la gloria de’ Romani.

A stento scoprite qualche arbusto; ma dappertutto vedete rottami di acquedotti e di tombe, rovine che sembrano essere le foreste e le piante indigene di una terra composta della polve de’ morti e degli avanzi degli imperii. Spesso in una grande pianura credetti scorgere messi dorate; m’avvicinai, erbe appassite avevano ingannato il mio sguardo ; alle volte sotto quelle sterili messi distinguete le traccie di un’antica cultura. Nessun augello, nessun agricoltore, nessun movimento campestre, nessun muggito di mandre, nessun villaggio; un piccolo numero di cascine deleritte mostratisi sulla nudità dei campi ; le finestre e le porte sono chiuse, non esce da que’ casolari nè fumo, nè strepito, nè abitanti.

Una specie di selvaggio nudo, pallido e consunto dalla febbre custodisce que’ miserabili abituri, come gli spettri che nelle nostre storie gotiche custodiscono l’ingresso dei castelli abbandonati. Finalmente, direbbesi che nessuna nazione osò succedere ai gloriosi suoi padroni nella loro terra natia.

Titolo e testi sono tratti da “Adrien Egron, La Terra Santa: ed i luoghi illustrati dagli apostoli, ed. ita, Torino, Pomba, 1837: http://books.google.it/books?id=–8oAAAAYAAJ&printsec=toc&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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