Appartengono cosi alla storia delle lotte intestine, come a quella delle esterne guerre di Roma, due personaggi i cui fatti vennero rivestiti e si vestono tuttogiorno di forme drammatiche e romanzesche. Essi sono Cincinnato e Coriolano. La storia però dei Romani è spesso barbara ed orribile come lo sono le storie tutte e segnatamente quelle dei tempi commossi e degli Stati aristocratici, che non possono ridurre a termini d’eguaglianza le cose, nè di temperanza gli affetti. Ma insana, ridicola ed assurda la storia di Roma non è mai, nè esserlo può la storia di verun popolo, poichè reggono il mondo gli interessi delle masse e del governo, non le chimere e le vanità. V’hanno però scrittori che sempre si infiorano di strane saporose favolette.
Le legioni romane sono chiuse in mezzo da un esercito di Equi e Volsci: la repubblica è sul limitare del precipizio. Radunansi i padri alla mesta consulta: cade loro l’animo e la speranza. Ma brilla repente l’ilarità sui volti: andiamo dal bifolco, è il grido di tutti, e Roma è salva, e s’orni al trionfo il Campidoglio. Si incontra il bifolco curvo sull’aratro : gaudebat terra vomere laureato, et triumphali aratore (Plinio, lib. XVJI1); egli stacca dal giogo i buoi, e tosto pone al giugo e Volsci ed Equi, e sale la via sacra in trionfo, poi subito scappa via per riprendere il solco incominciato, e tendere i tralci per la futura vendemmia. Queste sono melense istorielle narrate in cento libri, e sempre un retore diretto aggiunge, qual morale della favola, ghiaje ribelli ad ogni digestione.
Così narra Floro nel libro 1, cap. XI, che Cincinnato dictator ab aratro, ne quid a rustici operis imitatione cessaret, victos more pecudum sub jugum misit : redit ab boves triumphalis agricola: inter quindecim dies coeptum peractumque bellum: prorsus ut festinasse dictator adrelictum opus videretur. Aurelio Vittore (cap. XVII), per rendere più teatrale il fatto del conferimento a Cincinnato della clamide dittatoriale, dice cbe il bifolco fu trovato all’aratro ignudo. Plinio il Vecchio si piace anch’egli di dirlo (lib. XVIII), ed avverte che il nunciogli disse di gettarsi almeno un abito addosso prima di udire perchè il Senato ed il popolo lo mandassero a lui: Eutropio poi (lib. I) aggiunge che sudore deterso, togam praetextam accepit. Ma il fatto di Cincinnato non è ridicolo in Tito Livio. Cincinnato, di stirpe patrizia, era già stato console: un figlio suo venne esiliato per fiere contese coi tribuni del popolo. Nuovamente eletto console, s’era Cincinnato opposto alla licenza senatoria, e la plebe venerò quindi in lui un idolo inaspettato. Nell’estremo pericolo Cincinnato riuniva i voti del popolo, e le sue promesse trovavano fede. Era povero Cincinnato, non perchè fosse bifolco, chè i bifolchi guidano i buoi e non gli Stati ; ma viveva alla campagna esercendo la coltivazione di un fondo: aveva prestato cauzione pel figlio, di cui i tribuni ordinavano l’arresto, e dovuto pagarla colla sua scarsa fortuna per essersi il figlio reso contumace quando fu chiamato a giudizio.
Nel travestire Cincinnato da bifolco le fantasie romane non fecero che imitare le greche. Narrano infatti gli storici greci che Alessandro Magna scelse a re di Sidone un Abdolonimo, che cavava dell’ acqua per l’ irrigazione dei campi: questa indicazione potrebbe bene applicarsi anche ad abile agricoltore che fertilizzasse i suoi fondi coll’irrigazione artificiale : gli storici però fecero d’Abdolonimo un semplice bracciante, un precursore di Cincinnato, un uomo volgare chiamato da Alessandro ad imperare a Sidone. Ma era Alessandro tal principe che conoscesse sì male i doveri di governatore e di re da affidarne l’esercizio ad un ordinario bracciante? Alessandro poteva ben togliere l’autorità ad un ceto, ed investirne un altro, poteva bramare che Sidone attendesse piuttosto all’agricoltura che al mare, poteva volere che governasse a Sidone persona affatto nuova e totalmente dipendente da lui ; ma è egli credibile che Alessandro volesse chiamare al potere persona assolutamente inesperta, che amasse di sollevare un idiota incapace di comprendere gli ordini e scopi del grande conquistatore, inetto a giovare a Sidone, a vigilare su Tiro, a favorire i Macedoni, che donasse uno Stato ad un bracciante comune per avere il dileggio dei Greci, e dovere con perpetua presenza di forze mantenerlo in impero? Eppure si scrive, e si ripete ogni dì con irriflessione costante che Abdolonimo era un bracciante, e Cincinnato un bifolco.
In Cincinnato, in Camillo, esaltano gli scrittori la virtù sceneggiando in racconti:biasimano in Coriolano il vizio di livore e vendetta, ma sempre sceneggiano. anch’egli era forte soldato: Shakspeare però nel suo Coriolano ha grandeggiato di troppo quando fa dire al suo amico Menennio che Coriolano aveva sparso tonnellate di sangue di Volsci, e che per essere Dio non gli mancava che l’eternità, ed il ciclo per trono. Nelle intestine discordie Coriolano, lancia spezzata del partito patrizio, resisteva ai tribuni nel fòro: sortiva anche alla guerra coi partigiani suoi quando i tribuni impedivano le leve: fu per esser gettato dalla rupe Tarpea. Alfine spinto in esiglio, riparò ai Volsci, e nelle storie e nelle tele dipinte lo vediamo assiso al focolare di Amfidio Tullo, come Temistocle a quello del re dei Molossi, o di Serse persiano. Piombò su Roma, incendiò e distrusse: arrivò a cinque miglia da Roma, perchè quanti s’avanzarono contro Roma vengono dagli storici arrestati precisamente ad quintum lapidem. Ma non si legge che Coriolano avesse già battuto l’esercito, che s’era ripiegato sulla città, e gravissima impresa doveva essere per lui l’assalto di Roma intera di forze, e ben unita contro di esso per antico odio di popolo, e pei patrizii alienati da defezione sì grave. Stipulò accordi, retrocesse: fu poi ucciso dai Volsci credendosi traditi? si uccise da sè? morì placidamente in vecchiaja? Tutto leggiamo, tutto adunque è incerto, e Shakspeare credette di poterlo ammazzare a suo modo facendolo vittima della gelosia d’Amfidio Tullo. Ma agli storici novellieri pia piace dipingerci non Roma madre che cerca ed ottiene la pace, ma quella che l’ebbe in grembo, Volumnia, accorrente, col piccolo Coriolano in braccio a Virgilia, che dice d’essere egli pure romano, e voler essere cogli altri scannato: ci mostrano poi le lacrime figliali, maritali, paterne per gli occhi al guerriero rompenti, la rinfacciata vergogna dei veri trionfi, il ritirarsi che per la sua salvezza più a tempo non era, ed il sangue del traditore di Roma versato dai Volsci traditi da lui.
Cercaronsi nelle storie recenti analogie di personaggi più noti col Coriolano di Roma: sono abbondevoli, ma fra le molte sembrò che il contedi Carmagnola più d’ogni altro fosse il Coriolano della moderna età. E scrittori meno avvezzi a pensar grave ed aggiustato, ed a sobrio e retto ponderare, ammanirono sul Carmagnola, come fatto avevano su Coriolano, ampia nutrizione di sceniche rappresentazioni ai lettori, piuttosto che rischiarare le fasi della politica sua vita, e della triste sua fine. Il Carmagnola condottiere pel duca Filippo Visconti aveva saputo conquistare per esso quasi senza esercito un ampio Stato. Avesse o non il Carmagnola il genio riflessivo delle combinazioni strategiche ed il genio fulminante delle battaglie, egli non provava lo sgomento anticipato degli ostacoli conoscendoli deboli, aveva ingegno, concitazione e scaltrezza, qualità che han molta forza a successo d’imprese lodevoli e ree: era l’artefice capace di sciogliere il nodo che aveva stretto: l’impresa ardua per un Èrcole imperito, poteva esser facile per il venturiero iniziato al mistero. Sapeva il Carmagnola dov’era una bilancia di partiti in bilico, e come delibrarla per farla traboccare; sapeva come addensare passioni, e farne tempesta ; sapeva qual suono rendessero le spade del duca, e come si aprissero le porte della sua città. Corrucciossi col duca, e lo lasciò : i Veneti allora lo scelsero a capitanarli contro lo stesso duca; ma nol fecero già, come dice Daru, e leggesi nel proemio della nota tragedia italiana, perchè gli occhi del Carmagnola schizzassero d’ira contro Filippo, non altrimenti che quelli di Coriolano al focolare di Tullo, sì sovente nelle scuole descritti, ne schizzavano contro Roma. Ben meglio vide Denina, lo scrittore delle Rivoluzioni: i Veneti scelsero il Carmagnola, egli dice, perchè conoscitore del debole e del forte del Milanese, e Coriolano fu scelto dai Volsci perchè conosceva egli pure ogni seme di mala contentezza, ogni via aperta all’ardimento, ed ogni mezzo onde il terrore tornasse a chi dato l’aveva.
Così Coriolano, come il Carmagnola, si infiammarono dell’impeto dell’ira, e non si governarono col freno della ragione. Cadde il Carmagnola :cadde, sembra certissimo, anche Coriolano. Entrambi prestarono a chi li accolse servigi grandi, ma incompleti; non ebbero il premio dei primi, ma la pena del compimento mancato: fu gridata la colpa, non esposta la prova, e la posterità ammise facilmente la colpa. Nessuno pensò alle arti tristissime ed usate sì spesso da colui che diffida, e diffida a ragione di chi ha già altri tradito: resi i servigi, forse i maggiori che il traditore prestare potesse, viene abbandonato o spento. Ed anche Coriolano ed il Carmagnola portarono forse pena dell’altrui diffidenza, della propria impotenza a servire di più, non del proprio peccato. Quanti ebbero destino più mite, ma pur essi infelice! I Veneti, p. es., giovaronsi del Colleone di Bergamo per impadronirsi della sua città: entrati in essa, non attennero fede, e chi sperava di diventarne il principe per l’ajuto di Venezia, ne divenne profugo per l’ordine di Venezia. Si pose allora il Colleone agli stipendii milanesi, e diede mano a cacciare da Bergamo i Veneziani : reso quel servigio che potè rendere, i Milanesi lo carcerarono perchè ai Veneti non ritornasse.
Noi volentieri ci soffermiamo su queste politiche idee, perchè recano, a quanto ci sembra, chiarezza a comprendere moltissimi fatti di storia antica, e moltissimi di quella del medio evo, non mancando le analogie dei medesimi nemmeno oggidì. È necessario portare luce sulle cause di essi, perchè non solo gli scrittori letterarii diedero frivole spiegazioni dei condottieri e delle milizie di ventura, come già mostrammo nel capitolo III della parte I averle date inesatte sul pregio dei mercenarii che erano eserciti più o meno valenti, ma senza l’importanza politica di quelle squadre di partigiani, e di chi le formava e reggeva. Perfino varii scrittori di storica filosofia e di giurisprudenza di Stato giudicarono talvolta dei venturieri e dell’uso di essi in modo troppo discorde dalle vere loro origini, e dagli scopi politico-militari del loro armeggiare. Così Gian Domenico Romagnosi e molti seguaci di lui opinarono che gli Stati d’Italia, ove i condottieri e le schiere di ventura furono più che altrove numerose e durevoli, si valessero di esse per non togliere nelle guerre le braccia al commercio ed alle manifatture. È meraviglia fin dove il predominio di certe idee abbia introdotto ed intronizzato la politica economia! Ci sia dunque concesso l’esaminare più addentro ed estenderci, e sarà utile all’intelligenza della storia politica, ed al raffronto d’epoche somiglianti, e degli identici effetti di cause eguali in tempi remoti fra loro, ed in diverse regioni. Questa opera già offrì nella Grecia, in Roma, a Cartagine, nella Siria, in Persia, abbondevoli esempii di esuli armati, di soldatesche per odii di parte giurate a bandiera straniera: moltissimi ancora ne vedremo in tutto l’orbe romano, ed in quei limitrofi Stati nei quali giunge alcuna storica luce. Ne abbiamo addotto, ed addurremo ragioni palesi. E palesi pur sono, e di simile natura, le cause per cui l’Italia ebbe a soffrire nella media età più d’ogni paese di tanta tristezza, che parve nella medesima inviscerata ed eternata a sistema.
Per secoli intieri non vi fu governo in Italia che tirannia non fosse, benchè la tirannia variasse nei luoghi, negli aspetti e nel nome, esercitandosi talvolta dall’autorità ecclesiastica contro la secolare, spesso dai nobili contro il popolo, spesso dal popolo contro i nobili, talora da sorti usurpatori in città, da principi venuti d’oltre Alpi, o da capi arrivati pei mari. Poche erano le vittime della giustizia, molte quelle del carnefice, e la confisca era più ancora necessità di vittoria, che pena pel vinto. Quindi l’Italia per più secoli sobbalzata e convulsa fu piena di esuli e di proscritti che avrebbero arso ben anco il mondo purchè restassero le reliquie e le ceneri a loro profitto, le vendette saziassero, e riacquistassero i beni caduti in confisca, e la sovranità passata in altrui mani. Crescevano per le continue violenze; erano forti di numero, più forti d’associazione fra loro, fortissimi per le aderenze coll’estero e coll’interno : ingagliardivano ancora della concorrenza dei volontarii, degli esteri, degli avanzi d’eserciti imperiali, e degli Svizzeri venali. In sì complicato inviluppo, quando vacillava la pace, o s’intimava la guerra, l’ assoldare le bande contrarie al governo nemico era consiglio di politica insidia. Raccoglievansi le bande monarchiche sotto al principe esule, le bande popolari sotto l’esule demagogo, le nobili sotto l’esule patrizio, le guelfe e le ghibelline sotto i varii loro capi anelanti a vendetta. Se tanti furono e sono in ogni tempo e contrada i governi ed i popoli che come Lodovico il Moro chiamano gli stranieri, e poi lo Stato ne piange, ed essi vanno a rovina con lui, quanto più dovevano essere chiesti da chi anelava a rivolte i cittadini e congiunti ! Il loro campo non era solo torneo per armi, ma fucina di politici intrighi : preparavano la mina rovinatrice mettendo voci per arte sulla temperanza varcata, ed i procedimenti avari di chi teneva l’imperio : narravano, inventavano le crude infamie dei dominatori : cessassero, dicevano, i popoli dall’offrire i loro corpi perchè vi fossero piantati gli artigli. Scrivendo così sulle bandiere il pubblico bene, le bande marciavano. Queste bandiere facevano sovente migliore impressione nei difensori che non l’ariete nelle mura, e talvolta ad uno squillo di tromba il baluardo crollava. Chi mai può scorgere in questo sistema di venturieri un riguardo pel commercio, un beneficio per le manifatture?
Un Cavalcabò comandava i mercenarii veneti quando Venezia tentò l’acquisto di Cremona contro i Visconti : colle bande degli Strozzi tentava Francia di precipitare i Medici. Ora i Cavalcabò erano stati dai Visconti cacciati da Cremona, e gli Strozzi cacciati da Firenze dai Medici. I Benzoni, signori di Crema, ne venivano scacciati dai Visconti : i Veneti ascrivevano allora i Benzoni al libro d’oro, li prendevano in servigio nelle truppe venete di terraferma, e movevansi contro Crema.
Dappertutto poi il nome di straniero parve identico a quello di fedele, e furono detti fedeli gli Svizzeri, fedeli gli Alemanni alle corti italiane ed alle altre europee, fedeli le guardie scozzesi o quelle d’Irlanda alla corte di Francia. Così i Califfi trovarono fedeli in Bagdad i mercenarii turchi, e parvero fedeli i Mamelucchi in Egitto, gli Strelizzi nelle Russie ed i Gianizzeri in Turchia, almeno finchè questi furono milizie mercenarie composte di schiavi cristiani, e tuttora lo sembra nel Marocco la guardia imperiale dei negri Bocari. Anche in Germania, allorchè le ire politico-religiose elevarono tanti patiboli e tanti roghi incesero, l’Olanda con torme assoìdate di mercenarii tedeschi toglieva al dominio di Spagna quelle terre, che l’industria aveva dapprima conquistato sul mare.
In molti Stati italiani la classe commerciale e manifatturiera non esercitava alcun diritto politico : essa non decideva della guerra, nè del modo di combatterla. Invece in Firenze, prima della dominazione dei Medici, i manifattori ed i commercianti avevano un voto principalissimo nella legislazione. Nondimeno il sistema dei militi venturieri fu egualmente comune a tutti gli Stati. Dunque il sistema procedeva da cause universali, e non da particolari. In Firenze vi fu un tempo in cui perfino l’ordine politico fu intieramente sconvolto, perchè i popolani furono convertiti in nobili, ed i nobili furono convertiti in popolani, giacchè fu tolto il voto ai nobili, e fu riservato ai plebei. Ma il sistema dei venturieri, perchè radicato nelle politiche condizioni di quelle età, continuò invariato. Ed anche in questa età, in cui i metodi di guerra sono tanto diversi dai metodi antichi, ed il pregio delle milizie tumultuarie e raunaticcie è scemato, abbiamo veduto unirsi legioni di profughi ad aggredire gli Stati.
Quando l’Italia si ridusse ad un minor numero di Stati, le bande mercenarie si fecero più grosse ; ma erano già bande degeneri, e non schiere di fuorusciti anelanti a ritorno e vendetta. Perdettero allora quelle torme del pregio politico, perdettero dell’impiego continuo, perdettero dell’affluenza continua d’altri fuorusciti : scemarono poi infinitamente del pregio militare pei variati sistemi di guerra, e l’apparire sul campo di truppe regolari di Francia e di Spagna. Machiavelli si doleva di queste milizie inferiori alle truppe dell’estero ; ma non era più lo spirito di parte che rendeva una volta temibili le bande mercenarie : all’epoca sua i venturieri erano soldati come i legionarii, come gli odierni, ma non permanenti, nè disciplinati.
I testi sono tratti da “Cristoforo Negri, La storia antiqua restituita a verità e raffrontata alla moderna, Torino, Molini e Landi, 1812″: http://books.google.it/books?id=qQgPAAAAQAAJ&printsec=titlepage
















