Pippo. Oh, cose che tu mi vuo’ dar ad intendere !
Nanni. E io ti dico, che la cosa è al tutto com’io te la diceva.
P. Deh spacciati, Nanni, e lasciami ire a santa Maria Nuova, chè il professor Targioni è per leggerci la più bella lezione del mondo; e tu con queste tue celie mi tien qui fitto. Oh, non vedi che noi siamo ancora in Parione, e di qui allo Spedale e’ vi corre un trotto di lupo?
N. Pippo, se tu vuoi darmi retta, vien meco, ti ripeto : il pasticciere è qui a due passi, sotto il palazzo degli Strozzi.
P. E pur dalli !
N. Ed io li dico e ridico e raffermo, che tu il voglia credere o no, una pasticceria è una scuola universale d’ogni scienza, o tu ami chimica o botanica o geografia o storia o quel che meglio ti torni : egli vi si trova insino all’ araldica, alla strategica e poco men che non dissi alla poesia.
P. Tu faresti ridere la colonna di santa Trinita.
N. Rida i casi nostri chiunque si voglia: entriamo. Gigi, a te dico, oh là, pasticciere! come se’ melenso stamane, Gigi mio.
Gigi. Affé de dieci ! voi altri giovinotti avete sempre furia : detto fatto. Eccomi qui in grembiule, poich’io sfornava una bella infornata di biscottini alla maltese.
N. Vedi, Pippo, se noi siamo già alla geografia in sulla bocca del forno? Or vedrai di vantaggio. Gigi, questo mio amico ti si dà per iscolare, e vuoi apprender da te ogni scienza.
G. Oh l’è pur bella codesta! Il signorino ha mille ragioni di volermi maestro, poich’io fui conventato (laureato volsi dire) in utroque all’università di Peretola. Ella va di portante. Su, Gigi, a cominciar tua lezione. Dite, sior Nanni, ov’è da proemiare ?
N. Non fa mestieri d’esordio. Insegnaci, sopra un bel vassoio di pasticcetti, un bel tratto di geografia.
G. Per geografia io vi so dire che in bottega i’ n’ho un atlante, che disgrada il Balbi. Lapo, arrecaci qui d’ogni bene. Ecco fatto.
P. Oh il buon odore che n’esce! egli mi fa correre l’acquolina in bocca.
G. Attenti, signori. Ecco, noi daremo inizio alla partizion della terra che, come sapete, è divisa in Europa, Asia ed Africa.
N. Sciocconaccio di Gigi, non sa’ tu che v’ è l’America e le Terre australi ?
G. Queste son cose che le non entrano nella pasticceria ; poichè i selvaggi di quelle contrade non sono ancora rinciviliti a modo. Attendi un tratto che i nostri lampadai portino le lucerne altresì in quelle boscaglie, e com’ e’ vi sia la nostra luce a vapore, ci crescerà l’atlante fra mano. Sebbene, a dir vero, noi ci abbiamo di già i sorbetti all’ americana, e i biscottini del Brasile.
N. Tira via, Gigi, e spaccia il mappamondo.
G. Ehimei! che frettolosi! Vedete costì. Europa. Le paste, che voi avete innanzi, si dicono pasta francese, pastiglie provenzali, pan di Spagna, pasticcine di mandorle all’ inglese, bordini del Reno; sultanine di Savoia, bislacche alla prussiana, confortelli alla borgognona, mostazzini alla lombarda, borracciate e zeppoloni alla napoletana, castagnolette alla maltese, rotondetti alla tirolese, ciambellette alla fiamminga, ciambelle svizzere, biscotti maiorchini, biscotti olandesi, alla calabrese, alla sultana, alla portoghese, alla polacca; le morlacche, i panduri; biscottini alla scozzese, all’ aragonese, all’ ungherese, alla moscovita, all’ irlandese; biscotti di pistacchi alla siciliana, mille foglie alla normanda. Ne vuo’ tu più in là?
N. Oh e l’Asia?
G. E l’Asia! e’ ve n’è per tutti, ti dico. Togli qua, ecco gli asiatici. Fiuta un po’ che soave olezzo mandano i pan turchi? E le levantine ? E le mandorle all’ indiana? E i biscottini alla molucca? I biscottini all’ anacleta io non ti saprei dire dov’ei s’ infornino ; ma al fiuto ell’ è roba greca, greca della buona, come sarebbe a dir delle Smirnie. Ve’ se son dotto ! egli è un tratto ermeneutico da etnografo spiattellato. Ma i biscottini alla fantasia dove li pianterem noi? dove ci talenta; ed io ve li porrò di là dall’ Eufrate. I biscottini all’orientale verranno dalla Cina, poichè i torroncini all’indiana e’ son dell’ Indie, e chi nol sa? V’è poi il chiaretto d’Armenia, l’ acqua del Tonkino, e la bevanda giapponese. Oh i tartufi di Perigord di che regno son eglino? Di che regno! che so io? Del Monomotapa, di Tombuktu, certo di qualche paese de’ Negri, poichè i tartufi son neri. Dico io bene?
N. Per eccellenza; ma il Monomotapa è in Africa.
G. Sapevamcelo, e perciò? Passai in Africa a piè giunti, ch’ io non ho mestieri delle strade a vapore. E in Africa noi abbiamo gli egiziani, i crostini alla mammalucca, e gli africani, e le africane, che contengono in sè virtualmente tutte le nazioni dell’ Africa, eziandio quelle del centro, che non seppero ancor rinvenire i viaggiatori più arditi. Sicchè tu vedi, che l’ arte del pasticciere è viaggiatrice più audace e più fortunata dei Morrison, dei Pearce, dei Laingh, dei Clapperton, dei Mungo-Park e dei Dikson.
P. Cocomeri ! tu ci vai per le stelle. E come se’ tu sì erudito?
G. Come se’ tu ? Buono ! come se’ tu? Oh non v’ ha egli qui presso a una balestrata il gabinetto letterario in casa i Buondelmonti? Vi faccio le mie tornate anch’io, sapete, ch’ io non porto sempre lo zinale io, e m’acconcio talora la cravatta col nodo di letterato. Le son bazzecole codeste a petto l’ erudizione, che vi sciorinerò in faccia. E però io dico seguitando, che le città d’ Italia hanno una geografìa sì dolciata, che non mai meglio: e gl’ Italiani son gente di buon gusto, che non si terrebbero nobili e segnalati in ogni cosa, se non corressero in fama di grandi eziandio per qualche bel titolo di biscottini o di spumette o di mostaccioli. E sì vi so dire, che parecchi de’ nostri giovani conoscono l’Italia seduti alla bottega di caffè sol per codesto. Sì per codesto solo, poichè pieni dell’amor di patria come son eglino, cogitando sempre la libertà italica, vengono a’pasticcieri per conoscere il nome delle nobili città italiane, ch’ e’ non saprebbon punto, se qualche pasticcero o qualche ghiottornia non ne dicesse loro il magnifico nome.
N. Che satirico di Gigi ! badati le spalle.
G. Le spalle?N’ho davanzo di badarmi agli occhi, che qualche traforello non mi ghermisse qualche città, e se la ingollasse in un fiato ; chè vi son certe paste battute alla napoletana, certe sbracatine alla padovana, certe mezz’alte alla comasca, certe spume alla veneziana, certi marzapanetti alla vincentina, certe pregiatelle alla bergamasca, e che so io, che le son sì ghiotte che stuzzicano l’ appetito a questi Gracchi e a questi Rienzi, ch’egli è un gioiello. E mentre e’ disputano della costituzione, io guardo loro alle mani, che non mi ciuffino per astrazione le mie Napoli e le mie Venezie.
P. Togli qua: tu ci dai mala opinione dei nostri Bruti.
G. Ell’ è com’ io la dico, ell’ è.
P. Alto, di’ su dunque, amico, e parlaci un tratto delle mastre città italiane.
G. Sì di presente. Noi abbiamo certe pasticcine zuccherose che s’appellan fichi di Tivoli; altre amaretti modenesi, altre paste amate alla pratese ; v’ hanno i buffi mandorlati alla padovana, i marzapani di Siena e di Subiaco, le pinocchiate di Perugia, i cornetti e gli stinchetti alla milanese, le ciambelle alla fiorentina e alla frascatana, i ciambellani alla viniziana, i biscotti alla faentina, i fiadoni alla veronese, i biscottini alla palermitana, alla bolognese, alla livornese, alla mantovana, i canditi alla genovese, le carote di Viterbo, le bracciatelle alla ferrarese, le sbracatine alla trevigiana, le cucuzze di Messina, le fiorentinelle, le crochignolette di Torino, il torrone di Benevento e quello di Cremona, le nocchiate di Salerno, le paste alla nizzarda, i cannelloni di Siracusa : sicchè voi vedete eh’ io corsi l ‘ Italia dalle Alpi marittime insino a Napoli, anzi sino all’ isola di Sicilia.
N. Be’, io n’ ho d’avanzo di geografia. Hai tu altro a dirci?

G. S’io n’ho, dite! n’ho per ogni scienza; ed io rimango che i propagatori del mutuo insegnamento, della Lancastre e delle scuole infantili non abbiano ancora trovato nelle sublimi loro speculazioni un sì dolce metodo d’ammaestrare i fanciulli, ch’io vi prometto e’ verrebbon più dotti che Mercurio Trismegisto. Volete voi la storia? Eccovi nomi da far inarcare le ciglia all’ arco baleno. Cose antiche ? E’ ve n’ è. Per esempio i croccanti all’argolica, i pan pepati alla spartana: altri li dice alla sanese; ma sia che si vuole, voi sapete ch’ ell’ è città antica, Sena vetus, cioè vecchia, vecchissima anch’ella. Egli v’è la crema orientale, ch’era la pappa che si tritava a Nembrotte e a Semiramide, quando gli eran vecchi e non avean più denti. V’è la crema alla donzella, che formava la colezione d’Ippolita, quell’Amazzone che voi sapete che fu alle mani con Ercole. Le giuncatine alla fiorentina erano la merenda di Catilina, quand’era sotto Fiesole campeggiando ad assedio. Il rosolio d’Ippocrate era il suo lattovaro che guariva d’ogni male, e al tempio d’Esculapio era miracoloso. V’è poi l’acqua di Giunone, cioè quella con che si lavava sull’ Olimpo, allorchè dovea presentarsi al consesso degl’iddii e delle iddee, per indarli a favorire le parti de’Greci contro i Troiani. Il verdolino di Persia è un altro liquore, che venia propinato dal coppiere al re Cambise il vecchio. I turchetti alla persiana erano l’ antipasto di Culikan, che ne tranguggiava cinquecento, attendendo che lo scalco trinciasse intanto la selvaggina. La crema all’eroica dovea porgere gli spiriti marziali a Don Chisciotte, come li porge agli eroi, che in ogni città italica vanno sovente a pasticcieri, per ammaestrarsi nella strategica. Ne gradite altri sopra la derrata?
N. Tu se’ uno storico miracoloso. Ne hai tu di vantaggio?
G. Ho in bottega un imperio, e più solido di quello che si formano in fantasia certi cotali utopisti che, fumando il zigaro e centellando l’ alchermes, si dividon l’Europa, com’io faccio una torta di tagliatela. Vedete un po’ costì. Ecco biscotti all’ imperiale, biscottini alla monarca, mandorle reali, marzapani reali, ciambellette della regina, anicetti alla principessa, pandoli alla duchessa, corinti alla sultana, e poi sultani e sultanine, bocconi soavi alla Versailles, ciambelline all’ infante, pastiglie alla Berry, lupinetti alla Polignac, deliziosi alla Valiére, biscottini alla Belisaria, pistacchiate alla Montmorency, spumette alla cavaliera, ricottine alla patrizia, bocca di dea, bocca di dama, bocca di monsieur, paste alla delfina, diavolini di corte. E poi va, e di’ che il mondo non pregia i nomi grandi, s’egli non potendo giugnere ad essi, come tanto si briga di fare, egli se li fa giugnere almeno sino in bocca con quattro soldi.
P. Tu dicevi il vero, Nanni, che al pasticciere s’apprende una scuola universale. Tanta moralità non m’attendevo però io, nè sì valente maestro. Chi volesse ragionar sodamente su quest’ ultima sua sentenza, io t’affermo che n’ uscirebbe un commento più lungo di quello di Marsilio Ficino a Platone.
G. Manco riflessioni, signorini! in questo vassoietto è la rosa de’ venti.
P. Diacine! la rosa de’venti?
G. Sissignore. Vedete voi? Queste le sono paste a vento; ch’è il termine generale; egli v’è poi le spirazioni diverse. Quella spumetta si domanda zeffìro ; quell’ altra è il buffetto d’aquilone; qui la crema al venticello, che noi diremmo favonio ; havvi le volantine, che sono le aure etesie : v’ è il candito a vento spiritoso, ch’egli è un libeccio, ma del rubizzo, e chi nol sente? Il toteretto al soffio ; quest’ è un maestrale o un greco ch’ io non vorrei sentire soffiar per banda, navigando nell’Arcipelago. Oh! egli v’è qui un altro venterello, ch’io non vi saprei ben dire dond’egli ci venga, ch’egli è istabilissimo, ed or tardo e pesante, or acceso e furente, or gelido, or piovoso , or grandinoso ; che Dio ci guardi da simil vento ; il quale investe, discerpa e schianta alberi e selve, gonfia il mare, svelle le biade, dissipa e sconfìgge i giardini, tuona, guizza, lampeggia, folgora, stritola e disperde.
N. Che diavol di vento è egli codesto ? Qualche garbino ? Qualche austrosciloccco ? Qualche uragano ?
G. No. Vedi bizzarria di vento ! si chiama sospiro d’amore.
N. Oh di questi sospiri, chiusi in sì dolci spumette, ne deono comperare pur di molti avventori ! Specialmente certi giovincelli scolari, ch’ è una grazia a vederli sospirar tutto il dì ; e lasciare intanto che la penna gitti da sè barbarismi, solecismi e sconciature a scrosci, e che l’onor loro e le speranze delle famiglie e della patria se ne sieno portate sull’ ale di questi sospiri, ad affogar nel mare delle future loro miserie.
G. Volete voi ora le gemme? E’ v’ è le gemme.
P. Pinocchi ! le gemme ! e dove hai tu bottega di gioielliere?
G. Qui, qui per appunto ; ma le gioie della mia bottega son vaghe a vedere, soavi a fiutare e dolcissime ad ogni palato. Figuratevi! son confetture e zuccheri gioiellati. Che maravi- glie a’ nostri dì, se i confettieri dan nome di gioie allo zucchero cristallizzato, mentre noi vediamo oggigiorno tante gemme di vetro, di squamme di pesce e di mill’ altre ragioni, al collo e sugl’ intrecciatoi e sui frontaletti delle gran donne, e in sulle feste s’hanno per vere come i denti posticci ?
P. Vieni oggimai a capo di questi tuoi gioielli.
G. Mirate qui, questi zuccheri cristallini si chiamano gemme al brillo, quegli altri granatini; vedete i zaffiri e le perline e le gemme al dragante e i globi a perla. Oh, e le paste brillantate e i granati e le mandorle alla perla! Ma senz’ ire per lungagnole, eccoci sott’ occhio un pan pepato di Siena, che ha il capo ingioiellato a due giri. Vedi com’ egli è tempestato di ogni ricchezza! quel verde lucido è uno smeraldo, quel color di prugna è un topazio: e’ v’ è il balascio, e’ v’ è il rubino. E quella cornioletta come vi dice bene ! e quella turchina e quel sardonico e quell’amatista! In mezzo, re delle gemme, siede il brillante incoronato di crisopazii, di spinelle, d’acque marine, di crisoliti, d’ onichetti e di vermiglie.
N. Chi avrebbe mai pensato gli zuccheri cambiati in gemme? ma anche il carbone si tramuta in diamante.
G. Noi ci abbiamo di poi l’aqua d’oro, l’ olio d’oro, l’ olio d’argento. Ma tutto questo è nulla rispetto la botanica e la chimica.
P. Come sarebbe a dire?
G. Le son baie coteste: che dire o non dire? Io sono anzi costì nell’arte mia, nell’ arte mia vera e sonante. Ch’è egli altro un pasticciere, che un botanico e un chimico per eccellenza? Che mi fa a me se i chimici di Parigi nol confessassono? Io saprei dir loro, che l’avviamento della mia bottega è tale, che nol darei per un’ accademia intera dal tetto alle fondamenta. Sì, botanica e chimica.
N. Oh tu monti in sulla bica per poco, e ti rimbecchi come un galletto d’Inghilterra.
G. Egli vi si vede bene al viso che voi dovete esser poco in là in queste scienze. Entrate meco nella mia fonderia, e vi farò veder tanti lambicchi, e storte, e fiale, e inguistare, e fornacette, e calderelli, e concole, e romaioletti, e strettoi, che tanti non n’ebbe Galeno nella sua officina. Mano all’ erbe, ai fiori, alle foglie, ai petali, ai pistilli e a tutt’ i colori dell’ iride. A voi, ecco qui rosolii d’ ogni guisa. Rosolio di garofani, vermiglio di cannella, rossetto di finocchio, carmino d’anici, giallo di coriandoli, corallino di calamo, giallochiaro d’appio, gialloscuro di cardamomo, rosso vivacissimo di ciliege, essenza di mille fiori, turchino di vaniglia, mille odori, fior d’arancio, scuro di ginepro, nero di ruta, bianco di gelsomini, persichino di menta, cremisi di timo, verde di melissa, verdemare di ramerino, pavonazzetto di giunco odoroso, bigio d’assenzio, incarnatino di frugola, sanguigno di lampone, chiarello d’amaranto, verdecanna di spigonardo, cilestrino di maggiorana, cocciniglia di visciole e d’amarene. Oh, se’ tu pago costì?
P. Davvero ch’ egli v’ è un dizionario da tintori e da erbaioli in questi tuoi rosolii !
G. Io n’ho un buondato, ch’io non la finirei a tutto domani. Ivi sono i rosolii di caffè, di cacao, di cioccolata, di fiamma, di fuoco, di noci verdi, di cotogni, di moscato, di mirto, di caracca, d’alloro, di cinque frutti, di flora, di cedrato, di garofanetti, di cinnamomo, di maraschino, di cocomero, d’uva spina, di pere, di bergamotto, di moscadellone, di cipolletta, di paradisa, di chiaravilla e d’albicocca. Senonchè a difilare tutte coteste cose in processione, e’ si fa di leggieri ; ma al distillare ti voglio, a porvi gli zuccheri, a farne i siroppati a condurne le conserve, a inodorarli, a ritingerli, a chiarificarli, egli non basterebbe la scienza d’Esculapio. E tutte queste cose noi facciamo a bene universale, per la carità della patria, per pietà delle umane miserie ; mentre in un piattello di queste nostre paste e in una bottiglietta di questi nostri spiriti si trova rimedio ad ogni male, l’ antidoto d’ogni tristezza, il coraggio ad ogni avvilimento, la fortezza ad ogni gracilità, il genio a’ poeti, l’eloquenza agli oratori, l’ardire ai soldati e quasi direi la sapienza agli stolti.
N. Oh, Gigi, va piano ! di’ un po’ più basso, che altri non t’ascoltasse.
G. Perchè? Oh, non è oggidì la gola dea pregiatissima, che ha il suo ciclo nella ventraia, e il suo regno in presso che nol dissi? Oggi si parla d’ogni gran cosa, si opera ogni miracolo, e dove? Qui, qui su queste panche delle nostre botteghe, nei ridotti secreti dietro le nostre officine. Oh, che non vidi io stesso con questi due occhi di molti giovinotti, stesa la carta geografica sul tavolino, pappolarsi le sfogliate, i marzapanetti e le spumette, e traccannarsi le intere bottiglie in un fiato, mentre colla matita rossa stavano segnando i confini delle province italiane, dividendosi chi il governo di Romagna, chi di Lombardia, chi di Toscana, salutandosi per Eccellenza, e qualch’altro per Altezza?
N. Gigi!
G. Che c’ è egli ? Io non t’ho detto a mezzo tutte le falte de’ miei dolci confetti e delicature. Avrei a mostrarti i giardinetti variati, i lupinetti, le pazienze, le mandorle in soprabito, le mandorle in camicia, i globi d’amore, e che so io? Del resto io ti prometto che resteresti persuaso trovarsi nella mia bottega ogni scienza, dall’arte di fare le rivoluzioni insino a quella de’ canoni.
N. Sta zitto, chè il fumo de’ tuoi fornelli t’ha dato in capo.
G. Io non farnetico punto, dicendo che i miei pasticcetti inchiudono la scienza dei canoni : poichè, ohi non son due giorni, ei v’ era su d’alto, nel camerino numero X, una brigata di giovini con un bel vassoio di chicche sul tavolino, che mentre berteggiavano sulle cantatrici e le ballerine del teatro, trionfate non so quante ottaviane, nova di lupo e calzoncelli, eccoli presi da nuovo e sublime estro canonico venir seriamente ragionando dei diritti della Chiesa romana, dell’autorità de’ Papi, delle investiture dei benefizii, delle censure ecclesiastiche, dei decreti de’ Concilii; ma’ e’ v’ aggiunsero un titolo ch’io non ricordo bene.
N. Generali, vorrai tu dire.
G. No, e’ terminavano in ci.
N. Ecumenici forse?
G. Sì, anzi ell’ è così in verbo, Ecumenici. Ma il bello si fu che un fra loro, che forse non avea manucato tante pastine quant’essi, chiese che volesse significare quell’ Ecumenici; e chi di loro il motteggiò di sciocco e chi d’ ignorante, finchè un barbassoro forbendosi la bocca:—Non sa’ tu, disse, che egli significa Domenicani? Poichè in greco Ecumenico è lo stesso che Domenico; e come san Domenico fu l’inventore dei Concilii e dell’ Inquisizione, così i Concilii si chiamano Ecumenici dall’inventore. Tutti gli altri chinando il capo assentirono, e l’ebber per dotto e maestro di greco.
N. Vedi tu, Pippo, se al pasticciere s’ apprende ogni scienza? Non tel diss’ io?
P. A maraviglia ; ma fra tanta istoria, geografia e botanica non m’attendeva di riuscire a così classica etimologia.
G. Nè v’ attenderete a riuscire a tanta morale, quanta ve ne squadernerò io dinanzi nell’arte mia. Imperocchè fin’ora io non m’attenni che alle scienze fisiche, o al più pizzicai qui e colà un po’ di politica; ma s’io v’entro nella morale, e’ non v’è Socrati, nè Senechi, nè Epitteti che valgano l’un mille de’ miei aforismi di morale.
P. Tu m’hai vista di dire or da senno ed ora per celia. Io non mi so render capace de’ tuoi detti, e mi tarda ogni istante d’ udirti porgere coteste tue lezioni di morale, applicate ai pasticci.
G. A’ pasticci no, ma sì a’confetti.
P. Oh v’ha egli de’ confetti filosofi?
G. Sissignore: e filosofi di tal grido, che può andarsi a riporre fino a Pitagora dalla coscia d’oro.
P. Io smemoro.
G. Rinvenitevi pure, poichè io do mano a porvi innanzi le mie lezioni, e se non siete in cervello, voi vi perderete in sul limitare della filosofia.
P. Di’ pure, ch’ io sarò tutt’ occhi e tutt’ orecchi.
G. E tutto bocca aggiungnete; poichè nella mia filosofia il midollo si legge, ma la scorza si scioglie dolcemente in bocca, che non mai la più saporita scienza di gusto ! Eccovi tratto l’enigma. Voi avrete pure le mille volte avuto in dono per capo d’anno o per nozze confetti di Puglia, di Bergamo e di Sicilia. E bene. Non avete voi trovatovi giammai dentro de’ rotolini stampati in versi e in prosa? In quelle polizzine, vedete, si contiene una scienza mirabile. Vi si parla d’ogni cosa, e si ammaestrano i golosi senza fatica : e poichè i golosi sono la maggior parte delle genti, così la maggior parte delle genti studia filosofia morale con pochi quattrini e senza logorarsi la mente nè in Platone, nè in Aristotile, o Cartesio, o Bacone.
P. Togli ov’ egli l’aveva ! che rotolini e che polizzine mi di’ tu? Forse quelle, ove sono i numeri del lotto, le sciarade, i logogrifi, e mill’ altre cervellinaggini degli scioperati?
G. Ben si vede, signor Pippo, che voi v’ abbatteste sempre a’ confettieri da taverna. No, non intendo parlare di simili trivialità; ma sì delle sentenze filosofiche, che sono il senno lambiccato de’ filosofi antichi e moderni. In quelle ch’ io vi dico, si parla dell’umana felicità, e vi sono insegnati i mezzi d’esser felice. Nell’ une si parla della felicità del far all’ amore, nell’altre della beatitudine di trovarsi rappacificati coll’amata donna; in alcune dell’ estasi di vedersi mirati e vagheggiati da lei; in quelle del tripudio del sentirsi chiamati alla gloria di liberare la patria dai tiranni; in quell’altre del paradiso della libertà e dell’ eguaglianza.
P. Non hai tu altra filosofia alle mani, che cotesta de’ ciacchi e de’ parricidi della patria?
G. Oh, voi non la intendete pel verso ! Io parlo di beatitudini, d’estasi, di gioie, di tripudii e di paradisi, e voi mi torcete sì nobili e santi affetti in sì vituperose simiglianze ?
P. Io parlo schietto, e dico pane al pane, e gatto al gatto, e stupisco forte di te, che fin’ ora ho avuto per un valent’ uomo, ed ora m’avveggo del contrario.
G. Adagio a ma’ passi ! Voi scaldate i ferri male a proposito, poichè io non l’ho inventata io questa filosofia, e non dovete avere per male s’io spaccio la merce, quale mi si vendette. Nè io ve la lodai per buona. Sol vi dissi ch’ell’ è una filosofia mirabile ; ma voi pur sapete che v’ ha delle mirabilità buone e delle ree.
P. E chi fu dunque il pessimo inventore di sì pessima filosofia?
G. Fu un cotale, che ne seppe più del diavolo.
P. Vorresti tu farmi ridere in sì grave argomento ?
G. O ridere o piangere, ell’è così; ed eccovi come il fatto avvenne; voi giudicatene appresso. Egli fu un giorno che il diavolo, stanco di correre il mondo a tentare gli uomini e tirarli ne’ suoi lacci, andava assottigliando e aguzzando l’ingegno per condurli alla mala vita, e farli tutti suoi colla minore fatica che gli potesse tornar fatto. Ma per quanto e’ si stillasse e beccasse il cervello, non trovò mai partito che gli andasse a grado. Perchè ito a Parigi, ed entrato ad un pasticciere, attese che ivi si ragunassero, come solcano, i filosofi superlativi di quel tempo, Voltaire, Diderot, d’Alembert, Freret, Condorcet, Rousseau e compagni. E come gli vide tutti accolti in crocchio, disputando in fra loro de’mezzi più atti a schiantare dal mondo la fede, e con essa distruggere il regno e il nome di Cristo Signore e Redentor nostro; ed ei si mise in mezzo a sì santa brigata, confortandogli fieramente all’impresa. Chi di loro assicurava doversi andare per via di sale, di pepe e di aceto, cioè di frizzi, di motti e di satire, celiando sulle verità della fede, sulle istituzioni della Chiesa, sui sacerdoti di Dio. Chi per miglior mezzo indicava di corrompere e guastare le istorie con bugie velenose. Chi ventilando meglio il negozio, proponeva di fare un’ enciclopedia universale di scienze ed arti, per attossicare le fonti stesse della dottrina. Qual voleva imbestiare gli uomini, riducendogli allo stato di selvaggi. Qual gridava la libertà, anzi la sfrenatezza e l’infrangimento d’ogni legge religiosa e civile. Altri voleano inviar emissarii ; altri con bei modi sovvertire la rettitudine e la bontà de’ principi. Ma il demonio squassando il capo, disse : — Che l’eran tutte cose belle e buone; ma che portavan seco pensieri e pericoli infiniti. A scriver libri e’ ci vuole il suo tempo ; e scritti, si conviene stamparli; e stampati, inviarli qui e colà, e correre ditt’ i rischi delle frontiere, dette dogane, dei balzelli e delle avanìe. E poi, anche dato che i libri corressero liberamente, tutti non san leggere; leggendo non san intendere. E il demonio si mordeva le labbra, gridando : — Egli è il popolo che si vuol corrompere il primo ! Voi altri cacastecchi di letteratuzzi, di saccentuzzi, di cervellini, di filosofastri siete un branco di vigliacchi da un quattrino la dozzina ; egli si è il popolo che si vuol pigliare non co’ paniuzzi, ma coi coltroni a mille a mille: e andava arrovellandosi, e battendo forte le zampe in terra contro la inettitudine de’ filosofi suoi colleghi. Allora il pasticciere, ch’ era seduto al banco, e udiva que’ dibattimenti: — Oh! disse, messer voi, vossignoria, e’ si vede che voi siete avuto per sagacissimo dagli sciocchi, ma se voi fosti pasticciere vi saria stato agevole ottenere l’intento vostro, pigliando il popolo per la gola. Io n’ho alle mani un partito, che buon per voi s’io lo reco ad effetto. — E quale? riprese il demonio, tra lo stizzito e il non curante. — Eccovelo, soggiunse il pasticciere. Dite a cotesti vostri sapientoni, che scrivano tutte le bordellerie possibili in tanti trucioli di carta, ed io arrotolatigli e chiusigli ne’ confetti, gli spaccerò fra le genti, e senza che i doganieri e i censori se n’avveggano, si spargerà fra il popolo ogni scienza infernale. — Bravo! bene! stupendo! ammirando! gridarono que’ filosofi; e Satanasso, carezzatolo così un pochetto sul viso e baciatolo per amicissimo, gli promise il più bel seggiolone nel regno suo. Indi tutti a una voce dissero: — E che nome porrem noi a sì miracoloso ritrovamento? — Oh, disse il pasticciere, facciasi onore al re nostro. E’ si chiameranno diavoloni. Qui il ridere fu infinito. Perchè il pasticciere tronfio e borioso per sì bel trovato, volendo pure aver il suo luogo anch’ egli fra gl’ inventori delle pregiate arti nell’ enciclopedia, aggiunse altre squisite invenzioni, dicendo: — Nei diavoloni le sentenze voglion esser piccinine; ma se volete ammaestrare il mondo più largamente; fate così. Io v apparecchierò de’ bei panellini di zucchero quadri e grandicelli : fategli rinvoltare in certi be’ foglietti dipinti a vaghi colori, che rappresentino mille lascivie, e dentrovi porrete delle scritte ripiegate, con romanzetti osceni, con istrofette passionate , con brani di satire contro a’ re, contro a’ preti, contro alla Chiesa e contro a Cristo. Si daranno a’ giovinetti e alle giovinette, e beranno il veleno cogli occhi, inzuccherandosi intanto il palato colle pasticche. Da indi in poi, che quell’ arcidiavolo di pasticciere propose il sublime ritrovamento, egli s’è inondato il mondo della filosofia ne’ confetti e ne’ panetti di zucchero. Siete voi paghi?
N. Gigi, se non vuoi anche tu quel seggiolone nel regno di Satanasso, fa pasticci e confetti, ma senza le polizze irreligiose ed oscene; e i padri e le madri non avranno a tenerti compagnia col donarle scioccamente a’ loro innocenti figliuoli.
I testi sono tratti da “Antonio Bresciani, Opere, Vol. II, Roma e Torino, 1865″: http://books.google.it/books?id=drYIAAAAQAAJ&printsec=titlepage
