Jan 28
Il Paradiso, Divan von Hafiz, 1585
Il Paradiso, Divan von Hafiz, 1585

Ora dirassi del Veglio della Montagna. Mulehet è una contrada, nella quale anticamente soleva stare il vecchio detto della montagna, perché questo nome di Mulehet, è come a dire luogo dove stanno li eretici nella lingua Saracena, e da detto luogo gli uomini, si chiamano Mulehetici, cioè eretici della sua legge, siccome appresso li Cristiani Patharini. La condizion di questo vecchio era tale, secondo che M. Marco affermò avere inteso da molte persone, ch’egli aveva nome Aloadin, ed era Maomettano, e avea fatto far in una bella valle, serrata fra due monti altissimi, un bellissimo giardino con tutti i frutti, e arbori, che aveva saputo ritrovare, e d’ intorno a quello diversi, e varj palagi, e casamenti adornati di lavori d’oro, e di pitture, e fornimenti tutti di seta. Quivi per alcuni piccioli canaletti, che rispondevano in diverse parti di questi palagi, si vedeva correr vino, latte, e miele, e acqua chiarissima , e vi avea posto ad abitar donzelle leggiadre, e belle, che sapean cantar, e sonar d’ogni istrumento, e ballar, e soprattutto ammaestrate a far tutte le carezze, e lusinghe agli uomini, che si possin’ immaginare. Queste donzelle benissimo vestite d’ oro, e di seta si vedean andar solazzando di continuo per il giardino, e per i palagi: perché quelle femmine, che là attendevano, stavan serrate, e non si vedevano mai fuori all’ aria. Or questo vecchio avea fabbricato questo palagio per questa causa, che avendo detto Macometto, che quelli, che facevano la sua volontà anderiano nel paradiso, dove troverian tutte le delizie, e piaceri del mondo, e donne bellissime, con fiumi di latte, e miele, lui voleva dar ad intendere, ch’ egli fosse profeta, e compagno di Macometto, e potesse far andar nel detto paradiso, chi egli voleva. Non poteva alcun entrare in questo giardino, perché alla bocca della valle vi era fatto un castello fortissimo, e inespugnabile, e per una strada segreta, si poteva andare dentro. Nella sua corte, detto vecchio teneva giovani da 12 fino ai 20 anni, che li pareva essere disposti alle armi, e audaci, e valenti degli abitanti in quelle montagne, e ogni giorno gli predicava di questo giardino di Macometto, e come lui poteva fargli andar dentro; e quando li pareva, faceva dar una bevanda a dieci, o dodici de’ detti giovani, che gli addormentava, e come mezzi morti, li faceva portar in diverse camere de’ detti palagi, e quivi come si risvegliavano, vedevan tutte le sopraddette cose, e a ciascuno le donzelle eran’ intorno, cantando, sonando, e facendo tutte le carezze, e solazzi, che si sapevan’ imaginare, dandoli cibi, e vini delicatissimi, di sorte che quelli imbriacati da tanti piaceri, e dalli fiumicelli di latte, e vino che vedevano, pensavano certissimamente essere in paradiso, e non s’ averian mai voluto partire.

Waffenwerkstatt
Armaioli, Affresco persiano, XVI secolo

Passati quattro, o cinque giorni, di nuovo li faceva addormentare, e portar fuori, e quelli fatti venir alla sua presenza, gli dimandava dove erano stati, quali dicevano (per grazia vostra) nel paradiso, e in presenza di tutti raccontavano tutte le cose, che haveano veduto, con estremo desiderio, ed ammirazione di chi gli ascoltava, e il Vecchio gli rispondeva, questo è il comandamento del nostro profeta, che chi difende il signor suo gli fa andar in paradiso e se tu sarai obbediente a me, tu averai questa grazia: e con tali parole gli avea così inanimati che beato si reputava colui, a cui il Vecchio comandava, ch’ andasse a morire per lui. Di sorte che quanti, signori ovvero altri, che fossero inimici del detto Vecchio, con questi seguaci, e assassini erano uccisi, perché niuno temeva la morte, purche facessero il comandamento, e volontà del detto Vecchio, e s’ esponevano ad ogni manifesto pericolo disprezzando la vita presente, e per questa causa era temuto in tutti quei paesi come un tiranno, e avea costituito due suoi vicarj, uno alle parti di Damasco, l’ altro in Curdistana, che osservavano il medesimo ordine con li giovani, che gli mandava, e per grand’uomo che si fosse, essendo inimico del detto Vecchio, non poteva campare, che non fosse ucciso. Era detto Vecchio sottoposto alla signoria di Vlaù, fratello del gran Can, qual avendo inteso delle sceleratezze di costui, perché oltre le cose sopradette, faceva rubar tutti quelli, che passavan per il suo paese, nel 1267 mandò un suo esercito ad assediarlo nel Castello, dove stette, anni tre, che non gli poterono far cosa alcuna. Alfine mancandogli le vettovaglie, fu preso, e morto, e spianato il castello, e il giardino del paradiso.

Quel che rimane della fortezza di Alamut
Quel che rimane della fortezza di Alamut

Ricondotto il leggitore verso Cazbin pria di proseguire il suo viaggio narra la storia del Veglio della Montagna capo di alcuni settari detti Batheniani, Malahediti, e Assassini dei quali fanno menzione Giacomo di Vitriaco, Elmacino, Marakeschi, Abulfaragio, Abulmahasen ed altri. Loro legislastore, e teologo fu un certo Hassan, figlio di Saba, che incominciò a figurare verso l’ anno di G. C. 1090. Esso avea viaggiato in Egitto e nel Korassan, e imaginó farsi capo di una setta. Tutti convengono che per farsi partigiani zelantissimi, usava i mezzi indicati dal Polo. Sinchè la setta non divenne potente finsesi Maomettana. Di Persia gli Assassini si diffussero in Siria, nelle vicinanze di Tortosa in luoghi scoscesi ed alpestri. Afferma il rammentato Storico delle Crociate che finsero volersi fare Cristiani. Ma ucciso un loro Ambasciatore che inviavano per trattare, divennero implacabili nemici dei Crocesignati e dei Maomettani. Il regno era elettivo. Sceglievansi per capo il piú esperto e provetto, cui davano iI titolo d’ onore di Scheik che suona in Arabo Seniore o il Vecchio: non era tuttavia il più vecchio de’ loro come essi creduto. Secondo l’ Herbelot, e il Deguignes le lagnanze degli Abitanti di Cazbin, e della Provincia detta Al-Gebal o paese montuoso mossero Mangu-Can a ordinare ad Ulagu di distruggere quei scellerati. Ultimo re degli Assassini, secondo Deguignes fu Rocknedin Gourschah, ma è più probabile che fosselo Aloeddin suo fíglio come il Polo lo afferma. Volle Ulagu che si arrendesse a discrezione, e venuto in suo potere fecelo trasportare a Cornearan, ove fu ucciso colla famiglia. Rocknedin secondo Deguignes regnó un anno solo, e la guerra secondo il nostro duró tre anni. Secondo lo Storico degli Unni finí la guerra nel 1267 secondo la lezione Ramusiana nel 1262, data che porta anche il testo Riccardiano.

Mulehet è una contrada [e] alla contrada posseduta da quelle genti diede il nome delle genti medesime, che come avvertimmo erano appellati dalla voce Melhed che significa empio Melahedah Kuhestan o gli empj deJIa Montagna: e il loro Signore Scheikh Algebal o Vecchio della Montagna, come lo appellarono fedelmente traslatando le due voci i Crocesignati. Hassan che come abbiam detto fu il fondatore di quella setta s’impadroní del Castello di Rudbar indi di quello d’ Almut o Alamut fabbricato dai regi di Dillem e ivi fecero quel favoloso paradiso. Questa residenza del Veglio era fra Amol e Cazbin. In quel paese essi erano fortissimi per la natura di quella localitá. Gmlin visitó la catena dei monti del Dillem ove era Alamut, e secondo il medesimo la medesima è un prolungamento del Caucaso: corre da ponente a levante, e termina a mezzodì alla pianura di Cazbin e si dirige verso Ispahan. Queste montagne sono selvose composte di terra argillosa, che ingrossa le radiche degli alberi in modo che le strade ne divengono d’accesso difficilissimo, tanto piú che gli alberi hanno il fusto velloso, gli arbusti sono spinosi e vi si avviticchiano sopra. Perciò in quei luoghi si intanano sicuri gli Assassini.

Marco Polo
Marco Polo

Il racconto assai leggiadro del Polo, e conforme a ció che narravasi in Oriente delle consuetudini di quegli Assassini diè l’ idea al Boccaccio di scrivere la Novella VIII della terza giornata, come lo avvertirono gli Annotatori del Dccamerone della stampa del 73 nel modo che segue: “questa Novella del Veglio che egli acenna qui, non fu favola, e se pur fu, non é trovato del Bocaccio, ma si legge nel Milione (cosí si chiama un libro di Messer Marco Polo Viniziano dei fatti dei Tartari), che allora correva, ed è citato dal Villani, e si può veder da ciascheduno, perché fu stampato non è molti anni con le Storie e Viaggi del Mondo Nuovo”; ch’ è probabilmente la Collezione di Viaggi pubblicata col titolo Novus Orbis.

La citazione del titolo, il testo del milione, e le note sono tratte da “Il milione di messer Marco Polo Viniziano secondo la lezione Ramusiana, illustrato e comentato dal conte Gio. Batt. Baldelli Boni”, Vol. II, Firenze, Tip. Giuseppe Pagani, 1827: http://books.google.it/books?id=g6kFAAAAQAAJ&printsec=titlepage&source=gbs_summary_r&cad=0#PPR1,M1

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Jan 27
iPod thief warning sign, Hoxton, London, UK.JPG

iPod thief warning sign, Hoxton, London, UK.JPG

làdro dal lat. latro, che propr. vale assassino di strada, bandito, masnadiere, giacchè nel senso della voce it. ladro i Latini ebbero fur (v. Furto) e latro è parallelo al gr. LATRIS mercenario, servo, onde poi il senso di soldato di ventura, brigante, masnadiere, dalla rad. LAV (=LAU, LU, LO guadagnare} che e nel sscr. lotas, lotam, lotram bottino, preda, nel lat. lu-crum per laucrum [...] guadagno, Lav-erna la dea de’ ladri, nel gr. apo-layo godo, ho vantaggio da che che sia, leia per leyia preda, leizomai depredo, [...] non che nell’ ant. sl. lov-iti fare preda cacciando, [...].
Gli antichi ebbero un’artificiosa etimologia, dicendo essere «latro» contraz. di «latero», già designante il soldato della guardia del corpo, perchè stava ai lati (lat. làtera) del principe, e che poi al seguito dei tralignati costumi di questa specie di satellite reale sarebbe passato a significare il masnadiero, che assalta alla strada, o, come dice Festo «qui obsidet latera viarum» = che assedia i lati delle strade. Dunque nel suo primitivo significato Un servo che lavorava per mercede; di dove passò a indicare un Soldato mercenario che prendeva servizio straniero per una paga convenuta, come i condottieri Italiani del Medio Evo e le truppe svizzere assoldate per lo addietro dai Re di Francia, e, non è molto, dal Papa e dal Re di Napoli.  Ma siccome queste truppe si rendevano colpevoli di grandi eccessi nei paesi che le adoperavano, il nome divenne più tardi sinonimo di Brigante, Malfattore, Assassino, come lo è tuttora. E che un dì «latro» significasse soldato, lo si deduce anche dal nome di un antico giuoco d’ingegno simile alla nostra dama o tavola reale, che i Romani appellarono «ludus latrumculorum» ossia giuoco dei latruncoli ed anche «hostis et miles» cioè nemico e soldato, il quale rappresentava una banda di soldati impegnati nell’attacco o difesa di una posizione fortificata.

Jolly Roger

Jolly Roger

pirata-o = lat. PIRATA dal gr. PEIRATES propr. colui che cerca la sua fortuna nelle avventure, da PEIRAO o PEIRAZO tento, esploro, affine a peiro passo o navigo per mare (v. Perito, Poro, Porto).
Colui che corre il mare per rubare, ossia Ladrone di mare, che va cercando ed esplorando da lungi le navi straniere, per farle sua preda; detto altrimenti Corsaro.

Dirt on breech is blowback from suppressor

Dirt on breech is blowback from suppressor

assassino prov. assassis e ansessis; fr. assassin; sp. asesino; port. assassino: dal b.lat. ASSASSI, ASSESINI, ASSASINI e ANSESSI (gr. mod. CHASII) che viene dall’ arab. HASCIASCIN O HASCISCIN nome di una tribù fra Damasco e Antiochia, che sotto gli ordini di un suo capo detto il Veglio della Montagna, cui erano legati con giuramento ed ubbidivano ciecamente, portava da per tutto ruberie e uccisioni. Una tale denominazione dicesi essere provenuta dall’ uso che i seguaci del Vecchio facevano di una bevanda inebriante tratta dal HASCISC, ossia dalle foglie della canapa Indiana (arab. HASCISC erba secca). Questo nome sotto la forma di ASSACI passò in Occidente dopo la presa di Gerusalemme fatta dai crociati nel 1099 ed in breve venne adottata più che altro per esprimere il Grassatore o Malandrino, che sta alla strada, e assalta i viandanti, per torre loro la roba e la vita, ed anche Satellite, Scherano, Cagnotto.

Mafia spaghetti with seafood and tomato sauce

Mafia spaghetti with seafood and tomato sauce

mafia alcuno deriva dall’ arab. MAEHFIL adunanza, luogo di riunione; ma il D’Ovidio però consultato in proposito suppone convenga meglio l’etimo [...] MA-HIAS spacconeria, che sta in relazione con la tracotanza degli affiliati alla rea istituzione.
[...] In vernacolo Toscano dicono « Màffia » per Miseria: ma questa voce non sembra avere affinità con quella del dialetto siciliano.

Le didascalie alle foto sono tratte dal Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani: http://www.etimo.it/?pag=hom

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Jan 23
Humpty Dumpty is getting drunk

Humpty Dumpty is getting drunk

Humpty Dumpty è il protagonista di una popolarissima ninna nanna/filastrocca ampiamente diffusa in tutto il mondo anglosassone e anglofono che fa:

Humpty Dumpty sat on a wall.
Humpty Dumpty had a great fall.
All the king’s horses and all the king’s men
Couldn’t put Humpty together again.

La poesiola, tuttavia, non fa alcun riferimento al fatto che Humpty Dumpty sia un uovo come invece è sempre rappresentato nell’ iconografia tradizionale e, più in generale, nell’ immaginario collettivo.

Humpty Dumpty Sat On a Wall

Humpty Dumpty Sat On a Wall

Secondo la versione più accreditata Humpty Dumpty era il nome di un cannone utilizzato nell’ estate del 1648 durante l’ assedio di Colchester nell’ ambito delle operazioni militari di quella che è passata alla storia come Guerra Civile Inglese (1642-1651).

Era montato sulla sommità del campanile della chiesa di St Mary’s at the Wall (Santa Maria al Muro). Dopo 11 settimane d’ assedio un colpo di cannone colpì la torre campanaria e la potente bombarda che aveva tenuto in scacco gli assedianti cadde a terra disintegrandosi. La cittadina-fortezza di Colchester era una delle roccaforti realiste, cioè fedeli al re Carlo I, che voleva ripristinare l’ assolutismo monarchico in Inghilterra, nella guerra che lo vedeva opposto ai Parlamentaristi che invece rivendicavano l’ importanza e la funzione del disciolto parlamento. Da questo verrebbero gli ultimi due versi della filastrocca.

Secondo altri Humpty Dumpty era invece un cecchino che, dalla torre di Colchester, con un archibugio sparava sugli assalitori. Sempre secondo la tradizione l’ achibugiere si chiamava One-Eyed Thompson.

Humpty Dumpty Had a Great Fall

Humpty Dumpty Had a Great Fall

Un’ altra teoria vorrebbe in Humpty Dumpty il re Richard o Riccardo III immortalato da Shakespeare nell’ omonima tragedia famosa per la battuta “il mio regno per un cavallo”. Infatti durante la battaglia di Boswoth Field (22 agosto 1485), il re cadde dal suo cavallo che si chiamava appunto Wall (muro) e battè violentemente la testa. Morì di lì a poco per le conseguenze del serio trauma cranico.

All the Kings Horses and All the Kings Men

All the King's Horses and All the King's Men

Humpty Dumpty, Unto Dunto in traduzione italiana, è anche uno dei personaggi incontrati da Alice in  Attraverso lo Specchio di Lewis Carroll:

[...] L’uovo diventava sempre più grosso e più grosso, e sempre più umano e più umano: e come ella s’avvicinò, vide che aveva gli occhi e il naso e la bocca, e come si avvicinò ancor più, vide chiaramente ch’era Unto Dunto in persona.

“Non può essere che lui, — ella si disse. Ne son più certa, che se lo avesse scritto in faccia.”

Avrebbe potuto essere scritto un centinaio di volte, comodamente, su quella faccia enorme. Unto Dunto con le gambe incrociate, come un turco, era seduto sull’orlo d’un muro alto, così stretto che Alice si meravigliò come egli potesse tenersi in equilibrio. Siccome gli occhi di lui guardavan fisso nella direzione opposta, e non s’accorgevano affatto della bambina, questa pensò, dopo tutto, che Unto Dunto fosse una persona imbalsamata.

— E come rassomiglia esattamente a un uovo, — disse ad alta voce, pronta con le mani ad acchiapparlo, perchè temeva ad ogni istante di vederlo cadere.

— È molto seccante, — disse Unto Dunto, dopo un lungo silenzio, guardando da un’altra parte, mentre parlava, — sentirsi dar dell’uovo. Molto, molto seccante!

— Ho detto che rassomigliavate ad un uovo, signore, — spiegò Alice gentilmente. — E alcune uova sono graziosissime, veramente, — ella aggiunse, sperando di fare accettare la sua frase come un complimento.[...]

Unto Dunto sedea sul muro
Unto Dunto cascò sul duro;
Tutti i fanti che accorsero tosto
Non sepper alzarlo e rimetterlo a posto.

Quest’ultimo verso è troppo lungo per una poesia; —  aggiunse lei, quasi ad alta voce, dimenticando che Unto Dunto la sentiva. [...]

— Perchè ve ne state lì seduto solo solo? chiese Alice che non voleva cominciare una discussione.

— Perchè non v’è nessuno con me! — gridò Unto Dunto. — Credevi che non ti sapessi rispondere? Domanda un’altra cosa.

— Non pensate che in terra stareste più sicuro? — Alice continuò; non con l’idea di proporre un altro indovinello, ma semplicemente per simpatia verso la strana creatura. — Lassù dovete stare così scomodo.

— Che facili indovinelli mi dai a indovinare! — brontolo Unto Dunto. — Io no, non la penso così. Ebbene, se mai cadessi… non c’è pericolo…; ma se cadessi… — e qui egli gonfiò le labbra, e prese un aspetto così solenne e maestoso che Alice non potè, per quanto facesse, trattenersi dal ridere.

— Se cadessi, — egli continuo, — “Il Re mi ha promesso…” puoi anche diventar pallida, se ti dispiace. Tu non credevi che dovessi dir questo? Il Re mi ha promesso… con la sua stessa bocca… di… di…

— Di mandarvi tutti i suoi fanti, — Alice interruppe, piuttosto imprudentemente. [...]

“Se egli sorridesse un po’ più, le estremità della bocca gli si incontrerebbero sulla nuca, ella pensava: — e chi sa che potrebbe accadere alla sua testa. Temo che si spaccherebbe.”

— Si, mi manderebbe tutti i suoi fanti, continuò Unto Dunto. — In un minuto mi raccoglierebbero, altro che!

Per leggere l’ intero capitolo VI di Attraverso lo Specchio dedicato a Humpty Dumpty: http://it.wikisource.org/wiki/Attraverso_lo_specchio/VI

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Jan 21

Charles “Lucky” Luciano al secolo Salvatore Lucania (Lercara Friddi, PA, 24 novembre 1897 –  Napoli, 26 gennaio 1962). Considerato il padre del crimine organizzato moderno e la mente criminale che ha dato il via al mercato del traffico internazionale dell’ eroina venne condannato, per vari capi d’ imputazione, nel 1936 a una pena detentiva di un minimo di 30 a un massimo di 50 anni di carcere.

Albert Anastasia al secolo Umberto Anastasio (Tropea, 26 settembre 1902 –  New York, 25 ottobre 1957). Compare di Luciano, diresse fino a tutti gli anni ‘50 la Murder Incorporated, la squadra della morte della “Commissione” ossia la cupola newyorkese fondata da Luciano. La Murder Inc. fu diretta responsabile di un numero stimato di omicidi che oscilla tra i 400 ai 700 delitti. Anastasia venne ucciso da un gruppo di sicari al soldo del boss Carlo Gambino nella barberia del Park Sheraton Hotel.

Salvatore “Momo” Giancana al secolo Salvatore Giangana detto anche “Mooney”, “Sam the Cigar”, “Sam Flood”, “Sam Gold” (Little Italy, Chicago, 24 maggio 1908 – Oak Park, Illinois, 19 giugno 1975). Boss della malavita mafiosa di Chicago e re del gioco d’ azzardo, venne ucciso da un killer poco prima di testimoniare davanti a una commissione del Senato sui rapporti intercorsi tra la Mafia (cioè lui stesso) e la CIA  e sul loro eventuale coinvolgimento negli omicidi di John e Robert Kennedy e in quello di Martin Luther King.

Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919):

  • parlamentare dal 1948 al 1991
  • senatore a vita dal 1991
  • sette volte Presidente del Consiglio
  • otto volte ministro della Difesa
  • cinque volte ministro degli Esteri
  • tre volte ministro delle Partecipazioni Statali
  • due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria
  • una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno, ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie.

Suprema Corte di Cassazione, Sezione Seconda Penale, sentenza n.49691/2004 (Presidente: G.M. Cosentino; Relatore: M. Massera) Depositata in Cancelleria il 28 dicembre 2004.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri:

1) Dott. Giuseppe M. Cosentino Presidente
2) Dott. Antonio Morgigni Consigliere
3) Dott. Francesco De Chiara Consigliere
4) Dott. Maurizio Massera Consigliere Rel. Est.
5) Dott. Carla Podo Consigliere

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sui ricorsi proposti dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Palermo e da Andreotti Giulio, nato a Roma il 14.1.1919, avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo in data 2.5.2003.

Visti gli atti, la sentenza impugnata e i ricorsi. Udita in pubblica udienza la relazione svolta dal Consigliere dott. Maurizio Massera. Udito il Procuratore Generale in persona del dottor Francesco Mauro Iacoviello, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Udito il difensore della parte civile Comune di Palermo, avv. Salvatore Modica, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso del P.G. e il rigetto del ricorso dell’imputato, con condanna del medesimo al risarcimento dei danni e alle spese; in subordine per l’applicazione della prescrizione con rinvio del processo al giudice civile.

[...]

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1- L’ipotesi accusatoria Con decreto emesso il 2 marzo 1995, il Giudice per le Indagini Preliminari, su conforme richiesta del P.M., disponeva il giudizio dinanzi al Tribunale di Palermo nei confronti di Giulio Andreotti perché rispondesse delle seguenti imputazioni:

a)del reato di cui all’art. 416 c.p., per avere messo a disposizione dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione medesima;

E cosi ad esempio:

- partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi dell’organizzazione (in particolare, gli incontri svoltisi in Palermo e in altre località della Sicilia nel 1979 e nel 1980);

- intrattenendo inoltre rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite altri soggetti, alcuni dei quali aventi posizioni di rilevante influenza politica in Sicilia (in particolare l’on.le Salvo Lima e i cugini Antonino Salvo e Ignazio Salvo);

- rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione, in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra e in altri suoi aderenti la consapevolezza della disponibilità di esso Andreotti a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte ad influenzare, a vantaggio dell’associazione per delinquere, individui operanti in istituzioni giudiziarie e in altri settori dello Stato;

Con le aggravanti di cui all’art. 416 commi 4 e 5 c.p., essendo Cosa Nostra un’associazione armata, composta da più di dieci persone; Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra) e in altre località, da epoca imprecisata fino al 28 settembre 1982;

b) del reato di cui all’art. 416 bis c.p., per avere messo a disposizione dell’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione medesima.

[...]

A questo punto, esaurita la disamina dei due ricorsi, debbono essere tratte le considerazioni conclusive da cui scaturiranno le statuizioni della Corte. Come si è rilevato nel primo paragrafo della parte motiva della presente sentenza, la partecipazione all’associazione criminosa si sostanzia nella volontà dei suoi vertici di includervi il soggetto e nell’impegno assunto da costui di contribuirne alla vita attraverso una condotta a forma libera, ma in ogni caso tale da costituire un contributo apprezzabile e concreto, sul piano causale, all’esistenza o al rafforzamento del sodalizio. Non è, dunque, sufficiente una condivisione meramente psicologica o ideale di programmi e finalità della struttura criminosa, ma occorre la concreta assunzione di un ruolo materiale al suo interno, poiché la partecipazione implica l’apporto di un contributo nella consapevolezza e volontà di collaborare alla realizzazione del programma societario. D’altra parte, in mancanza dell’inserimento formale nel sodalizio, è soltanto la prestazione di contributi reali che rende concreta ed effettiva, e non meramente teorica, la disponibilità e nel contempo ne materializza la prova.

In definitiva, la Corte di Appello non si è discostata da questa impostazione, perché ha ancorato l’asserita disponibilità dell’imputato ad una serie di fatti e di considerazioni che ha ritenuti tali da rafforzare il sodalizio criminoso, anche per effetto dell’apprezzamento e della collaborazione manifestati nei confronti di alcuni dei suoi vertici.

A tale proposito è sufficiente ricordare le opinioni di Bontate e di altri uomini d’onore sul rafforzamento della loro posizione personale e dell’intera organizzazione per effetto delle presunte amichevoli relazioni intrattenute con Andreotti e, per contro, il disappunto di Rima per non essere riuscito ad instaurare rapporti analoghi.

Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nei convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (quantomeno sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza.

Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi della mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione, sviluppatasi anche attraverso l’opera di Lima, dei Salvo e di Ciancimino, oltre che nella ritenuta interazione con i vertici del sodalizio (basti pensare, ancora una volta, il suo riferimento alla vicenda Mattarella), la cui valenza sul piano della configurabilità del reato non è inficiata dalla considerazione che la soluzione realmente adottata non fu quella politica da lui propugnata, ma quella omicidiaria da lui avversata.

Ne deriva che la costruzione giuridica della Corte territoriale resiste al vaglio di legittimità proprio perché essa ha interpretato i fatti di cui è processo -esprimendo tale suo convincimento in termini che lo rendono non censurabile in questa sede – nel senso che Andreotti, facendo leva sulla sua posizione di uomo politico di punta soprattutto a livello governativo, avrebbe manifestato la propria disponibilità – sollecitata o accettata da Cosa Nostra – a compiere interventi in armonia con le finalità del sodalizio ricevendone in cambio la promessa, almeno parzialmente mantenuta, di sostegno elettorale alla sua corrente e di eventuali interventi di altro genere.

Piuttosto la Corte territoriale si è posta in contrasto logico con il delineato concetto di partecipazione nel reato associativo e con l’elaborazione giurisprudenziale in tema di permanenza del partecipe nell’organizzazione criminale nel momento in cui non ha considerato che la sua struttura ne implica necessariamente l’indeterminatezza temporale, con la conseguenza che l’intraneus recede dalla compagine criminale solo ponendo in essere una concreta condotta che ne implichi e dimostri l’irreversibile distacco.

Ma il già indicato (in precedenza) errore di diritto si è rivelato in concreto inconferente in quanto quel Giudice (ed anche ciò è stato già considerato) ha risolto la questione del recesso con rilievi di merito, insindacabili in questa sede.

La costruzione della Corte d’Appello, giuridicamente non censurabile solo in virtù delle effettuate precisazioni e fatto salvo il limite appena sopra delineato, è stata poi raffrontata alla realtà processuale per verificarne la compatibilità con le risultanze acquisite, verifica il cui controllo va effettuato tenendo presente l’ovvia precisazione che la cognizione della Corte di Cassazione non consente apprezzamenti di merito ed è limitata al riscontro di eventuali via di motivazione.

I rapporti con Lima, con i Salvo e con Ciancimino, gli effetti che ne sono derivati, il loro significato ai fini della decisione sono stati descritti e valutati dalla sentenza impugnata sulla base di apprezzamenti di merito espressi in termini logici e conseguenti, quindi razionalmente incensurabili.

La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito, ma non in sede di legittimità.

La Corte di Appello ha ritenuto provati i due incontri con Bontate, riferiti da Marino Mannoia, il quale ha partecipato personalmente al secondo mentre ha avuto cognizione del primo senza esservi presente, perché essa ha apprezzato – in termini non palesemente illogici – adeguati allo scopo i riscontri di carattere generale e le deduzioni di carattere logico che li confortano, dalla medesima analiticamente illustrati.

Inoltre, mentre del primo è stata affermato il carattere non determinante ai fini della ricostruzione prescelta, il secondo incontro è stato apprezzato come dimostrativo della crisi irreversibile dei pregressi, asseriti rapporti tra i due interlocutori principali, anche se sulla base di un ragionamento logico conseguente alla valutazione di fatti noti, o ritenuti accertati, piuttosto che sulla prova diretta e specifica del recesso dal sodalizio.

La Corte territoriale ha ritenuto attendibile anche l’episodio Nardini, pur nella affermata problematica credibilità di Mammoliti, in quanto sufficientemente riscontrato e, quindi, lo ha valutato anche se ad effetti piuttosto limitati. Considerazioni analoghe attengono all’intervento per aggiustare il processo Rimi, utilizzato dalla sentenza impugnata essenzialmente allo scopo di inferirne l’affidamento dei vertici di Cosa Nostra sulla possibilità di rivolgersi ad Andreotti e richiederne l’intervento allo scopo di superare situazioni pericolose per l’organizzazione.

Per contro e sul versante opposto, la Corte palermitana ha negato pregnante valenza probatoria ai fatti accaduti nel periodo successivo all’avvento dei “corleonesi”, quali il preteso regalo ad Andreotti di un quadro da parte di Bontate e Calò, gli interventi dell’imputato, sia pure modesti e non decisivi, espletati a favore di Sindona, i cui legami con Bontate e Badalamenti ha ritenuto provati, la telefonata proveniente dalla sua segreteria nel settembre 1983 per assumere informazioni sulla salute di Giuseppe Cambria, persona legata ai Salvo, di cui, però, ha posto in dubbio la riferibilità all’imputato, il trasferimento nel 1984 di detenuti siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara, per il quale ha ipotizzato un interessamento esclusivo di Lima, l’incontro avvenuto nel 1985 con Andrea Manciaracina, uomo d’onore vicino a Riina, la convinzione in seno a Cosa Nostra, pur in assenza della prova di un suo intervento, di poter ricorrere ad Andreotti per aggiustare il maxiprocesso, la cui importanza per il sodalizio criminoso era innegabile.

Pertanto il Collegio rileva conclusivamente:

1) la Corte di Appello ha delineato il concetto di partecipazione nel reato associativo in termini giuridici non condivisibili, ma l’erronea definizione teorica è stata emendata per effetto della successiva ricostruzione dei fatti, da cui essa ha tratto il convincimento di specifiche attività espletate a favore del sodalizio;

2) pure la cessazione di tale partecipazione è stata delineata secondo una prospettazione giuridica non corretta, ma poi anche riguardo ad essa la Corte territoriale ha non irrazionalmente valutato come concreta dimostrazione del necessario recesso un episodio che ha insindacabilmente ritenuto essere di certo avvenuto;

3) gli episodi considerati dalla Corte palermitana come dimostrativi della partecipazione al sodalizio criminoso sono stati accertati in base a valutazoni e apprezzamenti di merito espressi con motivazioni non manifestamente irrazionali e prive di fratture logiche o di omissioni determinanti;

4) avendo ritenuto cessata nel 1980 la assunta partecipazione nel sodalizio criminoso, correttamente il giudice di appello è pervenuto alla statuizione definitiva senza considerare e valutare unitariamente il complesso degli episodi articolatisi nel corso dell’intero periodo indicato nei capi d’imputazione;

5) le statuizioni della Corte di Appello concernenti l’insussistenza di una delle circostanze aggravanti contestate e la teorica concedibilità delle circostanze attenuanti generiche non hanno formato oggetto di impugnazione specifica e, quindi, sono passate in giudicato, precludendo qualsiasi ulteriore indagine perché la cessazione della consumazione del reato nel 1980 ne ha determinato la prescrizione. Inoltre essa ha ritenuto ulteriore fatto confermativo della asserita dissociazione l’emanazione del D.L. 12 settembre 1989, n. 317, di cui l’imputato è stato un fiero propugnatore;

6) al termine di questo articolato “excursus”, il Collegio ritiene di dover riprendere l’osservazione iniziale: i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse; non rientra tra i compiti della Corte di Cassazione, come già reiteratamente precisato, operare una scelta tra le stesse perché tale valutazione richiede l’espletamento di attività non consentite in sede di legittimità; in presenza dell’intervenuta prescrizione, poi, questa Corte ha dovuto limitare le sue valutazioni a verificare se le prove acquisite presentino una evidenza tale da conclamare la manifesta illogicità della motivazione della sentenza in ordine all’insussistenza del fatto o all’estraneità allo stesso da parte dell’imputato;

7) ne deriva che, mancando tali estremi, i ricorsi vanno rigettati.

Al rigetto del ricorso dell’imputato consegue per il medesimo l’onere delle spese ai sensi dell’art. 616 c.p.p..

Per leggere la sentenza definitiva del processo Andreotti: http://www.archive.org/details/SentenzaCassazioneAndreotti2004_331.

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Jan 12

Montevarchi nel 1666 da "Il Miracolo di San Cesareo", Museo della Collegiata di San Lorenzo, Montevarchi

“E’ dunque Ser. Sign. la Terra di Montevarchi in una parte del suo del suo felicissimo stato, detta il Vald’ Arno, per lo lungo del quale scorre con largo ed instabil letto il fiume Arno, da cui il nome riceve, et le cui acque già vi stagnarono, sino a tanto, che aperto loro lo scolo, ove hoggi siede il piccolo Castello dell’Ancisa, si distesero con continuato corso nel mare Tirreno.

Ha la sudetta Terra dall’ uno de suoi lati il sudetto fiume, da se distante quanto è il doppio tirare di un Arco, et dall’altro, et a se quasi contiguo, surge un Monte non di molta eminenza, chiamato sino dagli antichi tempi Monte al Varco, come che allora, che le sudette acque stagnanti ingombravano il piano, non vi fosse altro varco o passaggio dall’Aretino al Fiesolano dominio, che nella sommità del sudetto Monte.

Qui hebbero ne gl’andati primi secoli la primiera loro sede li presenti habitatori et di ciò ne appariscono segni d’ antichità in qualche rovina al Castellare, luogo che ancora ritiene il nome dal Castello che ivi risedeva, ma più che altrove nell’antichissima Chiesa di Cenanuzzo, indi poco lontana, nell’architrave della cui porta sono intagliate lettere di carattere etrusco, non inteso o conosciuto da moderni.

Trassero l’origine sua questi habitatori (per il testimonio di molti Historici) da i migliori Cittadini di Arezzo, Città così d’armi potente et ricca di contado et Jurisdizione, in quei tempi, che valse a dar soccorso a i Romani (allor che mandarono Scipione in Africa contro Cartaginesi) con 30000 uomini et 40 Navi cariche di suo formento, et altre provisioni per quella guerra. Imperciò che scacciati gl’Aretini da Lucio Silla, per haver essi seguito et spalleggiato la città et Popolo de Marsij, si ritirarono (quasi in luogo forte, et opportuno all’alianza che ritenevano con Fiesolani) nella sommità di detto Monte, dal quale poi per la commodità di loro traffichi (in tempo di pace) calarono ad habitare nel piano, ove per la fortuita del terreno, et concorso de circostanti popoli in breve edificarono la presente Terra di Montevarchi.

Sono hoggi gl’ abitatori suoi circa il numero di 2000 inclinati più al traffico di loro piccoli maneggi, che per lo più in grani et biade consistono, et all’Arme più, che alle lettere, vaghi della coltivazione de loro beni, secondata dalla natia fertilità del Paese dal quale si trahe ottimi grani et vini eccellenti.”

Via Cennano nel '700 con, nell' orto delle monache di Santa Maria del Latte, il fosso suggerito da Pietro Accolti

Via Cennano nel '700 con, nell' orto delle monache di Santa Maria del Latte, il fosso suggerito dall' Accolti

“Ancora altro intrinseco male, incontrano dentro la Terra gl’ habitatori pure dall’acque, di non minore pregiudizio, in riguardo delle proprie persone loro: imperciò che avendo la ingordigia de i pochi per allargare i confimi de gl’ ortaggi loro intorno alle mura della Terra usurpato lo spazio del fosso che assai largo profondava tra la Terra ed il Monte, et riceveva in se gli scoli di esso e di quella parte di piano, assai breve che si frappone; et gli portava nel Berignolo delle Molina; hoggi stagnando tra la terra ed il Monte, trapelano finalmente dentro di essa, et si riducono nelle volte et cantine loro, delle quali nessuna o ben poche hoggi sono che non peschino un braccio d’ acqua con gravissimo incomodo de i loro vini; detrimento de loro grani et biade, pernizie del domestico aere et diminuzione di loro corporale sanità, che ugualmente a loro et all’ A. V. torna in disservizio, consistendo in gran parte la grandezza del Principe, nel numero dei suoi Vassalli et nella salute loro.

Il Publico se n’ è talvolta risentito, et fatta rimostranza della sua piaga, ma quelli che hanno portato questo negozio, sono stati i medesimi che artifizialmente l’hanno procurato, i quali sicuri che per li loro campi si dovevano ritrovare et aprire gl’antichi fossi non hanno poi premuto, nè curato di portarlo avanti et proseguirlo, et come che le cose publiche sono ordinariamente le più negligentate et trascurate dell’altre così sono andati scorrendo et scorrono con il sudetto intrinseco malore; La qual cosa come non compie per molti riguardi all’A. V. così stimo opportuno alcun ordine Suo per l’applicazione di qualche rimedio, quale non è per mio avviso nè difficile a ritrovarsi, nè impossibile ad eseguirsi per il fresco esempio che se ne ha nel quartiere di Santa Croce in Firenze, ben è vero che diversamente viene applicabile stimando necessario tirare un fosso, lungo le mura tra la Terra et il Monte dalla clausura del Monastero di Cennano per quello de finali, de franchi, et d’ altri particolari, voltandolo nel Berignolo con benefizio delle Mulina di S. Giovanni, ove tutte pervengono le acque sudette.”

La diocesi di Arezzo nel '700 con Montevarchi appena fuori del cofine diocesano meridionale

La diocesi di Arezzo nel '700 con Montevarchi appena fuori del cofine diocesano meridionale

“Sono in Montevarchi due Proposti et Chiese, che l’ una si riferisce a Mons. Vescovo di Fiesole, et l’altra a Mons. Vescovo d’Arezzo la quale divisione di spirituale, ha cagionato et cagionerà sempre in ogni occasione (ancor che piccola) molta alterazione, stante massime la poca intelligenza et la quasi universale poco ben volta disposizione della terra verso il Proposto della Diogesi Fiesolana. Da questi due diversi principij nascono e sono nutriti molti de sudetti mali humori, et rimane sempre aperta una porta a i rinfrescamenti loro, et sono queste due Chiese l’ adentellato per fabbricar sempre novelli appoggi a seditiosi.

Et è accaduto l’ anno passato quello che prevede dover accadere il futuro, per che sendo che non concordorono la Terra col Proposto nella elezione et deputazione del predicatore indussero il Proposto di Cennano a domandar licenza et facoltà al suo Vescovo di Arezzo di poter mettere la predica nella sua Chiesa, come seguì (non consapevole come io credo che fusse la domanda più gara che zelo) per il che ne rimase incontinenti la Terra in due parti divisa, ciascuno facendo brogli et conventicole per tirare la Terra a Cennano, et tanto apertamente che non mancorno de belli humori che per far onta, andavano sonando la mattina un campanello chiamando alla predica di Cennano, che così si chiama quella Chiesa; Attioni tutte pericolose di qualche tafferuglio, il tutto mi è parso rappresentare alla molta prudenza dell’ A. V. presentendo la solita dissensione nella Deputazione del Predicatore per il futuro anno perchè la Terra domanda un Cappuccino et il Capitolo ha fermato i Padri della Riforma. Questa diversità d’ humori ha preso por freschi accidenti tanto piede, et è cosi nutrita dalla bizzaria di alcuni pochi che non può esser lontana molto qualche grave pericolosa rottura, che è per tirarsi dietro tutta la Terra, come che gl’uni et gl’altri delle sudette parti sono con largo parentado et aderenze.

A questo futuro mal incontro puote forse esser bastante remedio, la sola espressione fatta da Mons. Arcivescovo per che non si permetta predica in Cennano, si come per avventura collegherebbonsi gl’ animi delle parti et smorzerebbonsi le faville di qualche incendio mediante la colleganza di alcun parentado, all’ effetto del quale concorrono hoggi più particolari tra la casa del Proposto e quella de Manzini ambe case di molta larghezza di congiunti, perchè in quella vi è la sorella fanciulla in età nubile et nell’ altra giovane et garzone che la casa de Manzini è per redare, col quale novellamente il Proposto ha havuto briga con l’ arme alla mano, che ha poi rinovellato l’antiche inimicizie tra la casa de Nacchianti et Finali, onde é stato ultimamente necessario fermarle con tregue d’ ordine dell’A. V.”

La pubblicazione di questa Relazione, estratta dal codice CI della classe VI de’ manoscritti italiani della R. Biblioteca di S. Marco in Venezia fu sempre un mio vivo desiderio, considernadola come un importante contributo alla storia della nostra Montevarchi; e specialmente per la ragione che poche notizie si posseggono dell’epoca a cui essa si riferisce, cioè tra il cadere del sedicesimo secolo e la prima metà del diciassettesimo. Con un certo sentimento d’intima soddisfazione io penso che  mercè l’ attività dei soci della R. Accademia Valdarnese del Poggio, la ricerca dei materiali per la storia del Valdarno nostro e di Montevarchi, che ne è uno dei centri importanti, ebbe, nell’ultimo decennio, un impulso vigoroso; e se ne ricavarono frutti utilissimi sia nel campo degli studi fisici e morali, sia riguardo a quelli biografici e bibliografici.

Come la copia del documento inedito si trovi nell’ archivio della R. Accademia Valdarnese è dichiarato nella copertina, dove è detto che: La copia presente, ricercata dal Dott. Gio. Batta Dami si ottenne per la diligenza e le cure cortesi dell’ Egregio Sig. Dott. Alessandro Torri, meritissimo attuai Presidente della I. e R. Accademia Valdarnese, nel marzo del 1835,  per fame deposito nell’archivio della medesima. Aggiungo ora che le copie sono tre: quella inviata dal chiaro dantista Prof.  Torri, una che sembra scritta di manodel Dott. Luigi Dami e la terza regalata dalla Signora Sofia Carraresi, che la trovò nelle carte del povero suo marito Cesare. Non so perchè le tre copie presentino piccole differenze, ma sempre differenze; ed io, nel pubblicare questa Relazione, ho preferito attenermi a quella del Torri, sembrandomi non giustificate alcune sostituzioni di parole e certe differenze di grafia.


Il testo delle didascalie è tratto da:: http://www.archive.org/details/RelazioneIneditaIntornoAlPresenteStatoEBisogniDellaTerraDiMontevarchi

Nota: lo storico Ruggero Berlingozzi è scomparso nel 1924.Tutte le sue opere sono adesso di pubblico dominio

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