“Il più antico libro che parli del Caffè è un Manoscritto Arabo esistente nella Biblioteca del Re di Francia, n.° 944. Ecco quanto in esso si legge. Schehabeddin Ben Autore arabo del IX secolo dell’ Egira, ossia del XV dell’ Era Volgare, attribuisce a Gemaleddin Mustì di Aden, città dell’Arabia Felice, che era quasi suo contemporaneo, la prima introduzione dell’ uso di bere il Caffè in quel paese. Ci dice che Gemaleddin, avendo occasione di fare un viaggio in Persia, vide colà alcuni de’ suoi patrioti bere il Caffè, alla qual cosa per allora non fece attenzione; ma tornato in Aden, sentendosi indisposto, e rammentandosi d’ aver veduto, che in Persia gli uomini beveano il Caffè sperandone vantaggio alla salute, si determinò a farne sopra di se [sic] l’ esperienza.
La fece, e non solamente ne riebbe la salute, ma altre utili qualità trovò in quel licore; come di sollevare la gravezza di testa, di ravvivare gli spiriti, e di prevenire la sonnolenza senza però nuocere alla macchina del nostro corpo. Osservò tosto che quest’ ultima qualità potea renderlo di molto uso nel suo genere di vita: lo prendeva egli e raccomandavane la bibita ai Dervis (specie di Monaci Maomettani) onde abilitarsi potessero a passare la notte in preghiera, e in altri esercizj di turca divozione colla massima intensità e zelo. [...] Ben tosto i letterati, e gli uomini di legge ne adottarono l’uso: questi furono imitati dai negozianti, e gli artigiani stessi non lasciavano di berlo quando erano obbligati a prolungare il lavoro nella notte; nè l’ommettevano coloro, che in tempo di notte viaggiavano. Alla fin l’uso ne divenne generale in Aden [...] Aggiunge l’arabo Autore, che quegli uomini trovarono sì vantaggiosa questa bevanda, che interamente trascurarono l’ uso d’un infusione di certa erba, chiamata in loro linguaggio Cat, che potrebbe forse essere il Te. [...] Prima di tal epoca il Caffè era appena conosciuto in Persia, e molto poco usato in Arabia, ove pur ne cresce la pianta; ma se diam fede a Schehabbedin, beveasi già da tempo immemorabile in Etiopia.”
“Continuò il Caffè i suoi progressi nella Siria, e in Damasco, e in Aleppo fu senza opposizione ricevuto; e nel 1554, undici anni dopo l’uso fattone dal Mustì d’Aden, fu introdotto anche in Costantinopoli da due uomini chiamati Schem ed Hekin, i quali venendo da Damasco l’uno, e l’altro da Aleppo, v’apriron ciascuno una bottega da Caffè elegantemente ornata, ove pubblicamente lo vendeano. Queste botteghe furono tosto frequentate da letterati, e principalmente da poeti, e da altri, che colà s’ univano per ingannar l’ozio, e divertirsi con poca spesa. Ai letterati vennero in seguito gli uomini d’ogni professione, e gli uffiziali stessi del serraglio: i Pascià, e le persone del più alto rango colà accorrevano. Tutto contribuiva a render l’uso del Caffè sommamente approvato, e comune; ma intanto gli Imani, ossia Ministri delle Moschee, cominciavano a lagnarsi fortemente, che queste eran deserte, mentre estremamente popolati erano i Caffè. I Dervis, e gli altri Religiosi turchi mormoravano, anzi, altamente predicando, contro l’uso introdotto declamavano, ed asserivano, che minor delitto era l’andare a ber vino, comunque dalla legge espressamente vietato, ad una betola, che entrare in una bottega di Caffè.
Dopo d’ avere lungamente mormorato, e gridato invano que’ divoti unironsi per fare autenticamente condannare il Caffè, e presentarono a tal effetto una Supplica al Mustì. Asserivano in quella essere il Caffè abbrustolito su una specie di carbone, e tutto quello che avea rapporto col carbone essere dalla Legge proibito. S’ immaginaron così, che per dovere di ministero sarebbesi il Mustì messo alla testa del loro partito. Nè s’ingannarono: il Capo della Legge, senza molto esaminare il fondo della quistione, condannò la bevanda del Caffè come contraria all’ Alcorano.
E’ sì rispettabil colà l’autorità del Mustì, che niuno osò contravvenire apertamente alla sentenza. Incontanente tutte le botteghe di Caffè vidersi chiuse; e gli Uffiziali del buon regolamento ebbero ordine di vegliare sopra di ciò. Ma l’abitudine era sì forte, e l’uso del Caffè sì piacevole, che ognuno, malgrado tutte le proibizioni, seguitò a berlo nella propria casa. Il Governo avvedendosi di non poter sopprimere quest’ uso, pensò a ritrarne profitto, permise di venderlo, mediante una gabella, e di berlo, a condizione però che ciò non si facesse apertamente; così beveasi il Caffè in luoghi particolari a porte chiuse, o nella retrobottega .
Ciò diè luogo a poco a poco al ristabilimento del Caffè. Un nuovo Mustì meno scrupoloso e più ragionevole del suo Antecessore, dichiarò pubblicamente non avere il Caffè relazione alcuna col carbone, e l’infusione di esso non esser alla legge di Maometto punto contraria. A siffatta decisione, accompagnata dall’ esempio, i Predicatori, i Dervis, gli uomini di legge, i cortigiani, il popolo, tutti beverono Caffè, e se ne moltiplicarono grandemente le botteghe.
I Gran Visiri essendosi messi in possesso d’una speciale autorità sopra il Caffè, presero questa opportunità per imporre una forte gabella. Ordinarono che ogni Caffettiere pagar dovesse uno Zecchino al giorno, e non potesse far pagare il Caffè piucchè un Aspro la tazza.”
“Fin qui l’arabo Manoscritto tradotto da Mr. Galand, che segue a ragguagliarci della totale soppressione de’ pubblici Caffè in tempo della guerra di Candia, mentre gli affari Ottomani erano in una critica situazione. La libertà con cui i politici in quelle botteghe parlavano de’ pubblici affari venne alla notizia del Gran Visir Kapruli; e questi giudicò opportuno di farle chiudere, malgrado il proprio interesse, poichè perdeva così una ben considerevole rendita. Pria di venire a questa determinazione, andò egli a visitare incognito molti Caffè, e parecchie betole: trovò in quelli uomini gravi, che discorrendo seriamente delle cose dell’ Impero, biasimavano il Ministero, e de’ più importanti affari francamente decidevano: trovò nelle betole uomini di buon umore, e per Io più soldati, che cantavano, o sol di cose galanti parlavano, o di fatti di guerra; e le lasciò sussistere.
Ma comechè chiuse fossero le botteghe, non beveasi perciò meno Caffè: portavasi, e vendevasi in mezzo alle larghe strade, e su le piazze in gran pentole di rame poste fu un fornello. Ciò faceasi solo a Costantinopoli, poichè in ogni altra Città e Villaggio i Caffè erano aperti. Crebbe non ostanti questi rigori la consumazione del Caffè, poichè ognuno Turco, Ebreo, Greco, Armeno bevealo per lo meno due volte al giorno; e ogni qualvolta faceasi visita ad alcuno, il Caffè venia presentato, nè poteasi civilmente ricusare. Il negare di somministrare alla Moglie il Caffè è colà una delle cagioni legali di divorzio.
I Turchi bevono il Caffè ben carico, caldissimo, e senza Zucchero: vi mettono a tempo a tempo uno o due garofani pesti, o un pizzico d’ Anisi stellato o di Cardamo minore, o una goccia d’essenza d’ambra.”
“Non è si agevol cosa il determinare in qual tempo l’uso del Caffè passasse da Costantinopoli ai Paesi Orientali d’Europa. E’ però probabile che i primi a conoscerlo fossero i Veneziani, e perchè sono limitrofi, e perchè faceano colà un continuo, ed esteso commercio. Pietro della Valle, Veneziano, in una lettera scritta da Costantinopoli nel 1615, avvisa un suo amico che ritornando porterà del Caffè, che crede ignoto ancora alla sua patria. II Sig. Galand narra su l’ asserzione del Sig. La Croix, che il Sig. Thevenot al ritorno da’ suoi Viaggi in Oriente nel 1657 portò seco a Parigi del Caffè con cui regalava i suoi Amici; arrivarono quindi colà alcuni Armeni, che ne accrebbero l’ uso; il quale però non cominciò a divenir generale se non nel 1671 in occasione dell’ Ambasciata di Soliman Agà, colà spedito da Maometto IV.
A Marsiglia fu sconosciuto il Caffe nel 1644 portatovi, con tutti gli attrezzi per farne la bevanda, da un Gentiluomo, che avea accompagnato il Sig. De la Haye nella sua Ambasciata a Costantinopoli. Nel 1660 ne furono portate colà alcune balle dall’ Egitto, e l’uso ne divenne più generale: nel 1671 vi s’aprì la prima bottega di Caffè. Due anni prima un Armeno, che non trovava bene il suo conto a Parigi erasi portato a fare il Caffettiere a Londra, al riferire di Laroque; ma dalla Storia Cronologica del Commercio di Anderson abbiamo che vi fu introdotto nel 1652: nel 1660 fu messa una gabella sul Caffè, e nel 1675 il Re Carlo condannò le botteghe di Caffè, come Seminari di sedizione, ad esser chiuse; indi a poco però tal ordine fu rivocato. Il primo Autore Europeo, che abbia parlato del Caffè è Rauvolfo nel 1673; ma il primo a descriverne la pianta fu Prospero Alpino nella sua Storia delle Piante Egizie pubblicata in Venezia nel 1691.”
Il titolo e le didascalie alle foto sono tratti da: Del Caffè, dissertazione del Signor Gio: Ellis, in Scelta di opuscoli interessanti tradotti da varie lingue, Vol. XVII, Milano, Giuseppe Marelli, 1776: http://books.google.it/books?id=2zItAAAAMAAJ&pg=PA13&dq=caffe+turco&lr=&as_brr=1&as_pt=ALLTYPES&ei=r4F3Se2sOoOClQSY7YnqBg#PPA1,M1


