Nov 27
Gruppo di capi indiani nel 1865

Gruppo di capi indiani nel 1865

“Nel descrivere il Costume dell’America Settentrionale nessuna menzione venne da noi fatta degli Osagi, considerabile nazion Indiana che vive all’ ovest del Mississipi. Questa nazione Indiana è divisa in tre tribù: i grandi ed i piccioli Osagi e gli Osagi dell’Arcansà [sic]. Le due prime hanno i loro villaggi sull’ Osagio in distanza di 200 miglia dal suo confluente col Missuri [sic]; la terza abita sulle sponde dal Vert-de-Gris lontano 60 miglia dal suo confluente coll’ Arcansà, in un paese abbondante di bufoli [sic]. Alta è la statura degli Osagi; la loro carnagione è fra l’ olivastro ed il color di rame, di un bruno carico sono gli occhi ed hanno il naso aquilino. Essendo essi di carattere bellicoso muovon sovente guerra agli Siti e ad altre nazioni dell’ovest: fecero qualche progresso nell’agricoltura ed ora coltivano maiz, fava e zucche: usano la più grande economia nel mangiare le loro provvisioni pel timore che ne abbiano a mancare nel corso dell’anno; ai lavori dell’ agricoltura vengono sottoposte le donne: hanno una bella razza di cavalli e di muli.”

Il generale Napoleon J.T. Dana (1822-1905): da giovane ufficiale servì in vari forti di frontiera

Il generale Napoleon J.T. Dana (1822-1905): da giovane ufficiale servì in vari forti di frontiera

“Nel 1808 i grandi ed i piccioli Osagi cedettero con un trattato agli Stati-Uniti tutto il territorio ch’essi possedevano fra il Missuri e l’ Arcansà, all’est d’una linea tirata dalla fortezza Clarc situata sul Missuri, e quello ben anche ch’essi occupavano al nord di questo fiume. Gli Stati Uniti promisero di dare ogni anno agli Osagi tanto a San Luigi quanto alla Prateria del Fuoco alcune mercanzie del valore di 1500 dollari: i piccioli Osagi dovevano riceverne un terzo. Affine di proteggere questa nazione centra altre più potenti venne eretto il forte Giare e munito di sufficiente presidio, e provveduto di merci da cangiare colle pellicce che porterebbero questi Indiani. Il prezzo di siffatti oggetti fu regolato con tassa moderata. Si promise di mandar loro un chiavajuolo, gli stromenti necessarj a rastazzonare le loro armi ed all’esercizio dell’agricoltura; di fabbricar loro un mulino, e d’ erigere un fortino di legno ne’ loro villaggi per la difesa di ogni gran capo. Gli Osagi dal loro canto s’ obbligarono a non somministrare nè fucili, nè munizioni, nè qualsisia strumento di guerra a quella nazione o tribù che non fosse alleata degli Stati Uniti.”

American Indians

American Indians

“Nel 1821 molti capi della nazione Osagia recaronsi a Sant-Luigi per ordine del soprantendente dei selvaggi. Il primo capo degli Osagi chiamato Sans-Nerf era alla loro testa, fecero una visita a Monsignor nostro Vescovo cui essi danno il nome di Capo della Veste Nera. Gli Osagi portano generalmente grande rispetto ai preti cattolici, poichè sanno per tradizione che i loro antenati sono stati altre volte visitati dalle Veste Nere (i Gesuiti). Prima di presentarsi a Monsignore Dubourg s’abbigliarono in gran costume: il loro corpo di color rossastro fu intonacato di grasso, la loro faccia e le loro braccia rigate a varj colori; il bianco di piombo, il minio, il verderame formavano nel loro tatuaggio una gran varietà di solchi che andavano tutti a terminare al naso; i loro capelli erano disposti a ciocche: portavano braccialetti ed orecchini, avevano anelli nel naso e nelle labbra forate; il loro calzare fatto di pelle di cavriolo era ornato di penne a varj colori, e guernito di tubetti di latta cui essi apprezzano sommamente pel suono che danno e quando camminano e quando danzano. La loro testa è ornata d’una specie di corona su cui veggonsi teste d’uccelli, piccioli corni di cervo, artigli d’orso ed altri abbellimenti di consimile delicatezza. Una coperta di lana pendente dalle loro spalle copre quasi tutto il rimanente del corpo, ed anch’essa è ornata di code di varj animali. In siffatto abbigliamento si presentarono questi capi al Vescovo della Luigiana.”

Piccolo Osagio o Osage

Piccolo Osagio o Osage

“Molte sono le classi degli Osagi, siccome presso i popoli d’ egual origine: il nerbo della nazione è composto di guerrieri e di cacciatori, termini che fra loro suonano quasi lo stesso: il rimanente si divide in due classi in’ quella cioè de’ cucinieri ed in quella de’ medici che esercitano ben anche le funzioni di sacerdoti e di magistrati, e che colle loro pretese divinazioni ed interpretazioni de’ sogni e coi loro sortilegi acquistarono sui pubblici affari grandissima influenza. Pike ne vide alcuni ficcare nella canna della gola un enorme coltello di becca jo, ed uscirne il sangue a grosse bolle, come vi si fosse fatta una vera ferita; altri far entrare nol naso acuti bastoni, ed altri inghiottire delle ossa facendole poscia uscir fuori delle narici.

I Cucinieri sono al servizio del pubblico o di qualche importante personaggio : alcuni di essi furono ai loro tempi guerrieri celebri: dopo però di aver perduto ,od in guerra o per malattia tutta la loro famiglia , e che si trovano deboli o per età o per cagionevole salute, abbracciano sovente una tale professione: essi vengono dispensati dal prendere le armi e sono mantenuti a spese del pubblico o de’ loro padroni : esercitano altresì l’ ufizio di pubblici banditori e chiamano i Capi ai consigli od ai banchetti. Uno straniero che in un villaggio degli Osagi abbia bisogno di parlare a qnalcheduno s’indirizza ad un banditore: questi corre dappertutto chiamando ad alta voce l’ uomo che cerca, e gli annunzia poi il luogo in cui è aspettato.

Un forestiero che giunga in un villaggio vien tosto condotto nella capanna del Capo che Io riceve qual suo ospite: il forestiero mangia pel primo, secondo il costume degli antichi patriarchi, e poscia viene invitato da tutti i principali personaggi del villaggio e sarebbe far loro grave oltraggio il non andare da ognuno se non altro per assaggiare le vivande imbandite. [Il maggiore] Pike trovossi obbligato d’accettare in un giorno dopo mezzodì quindici pranzi.”

Le didascalie alle foto sono tratte da: Giulio Ferrario, Aggiunte all’opera “Il costume antico e moderno di tutti i popoli”, Firenze, Per V. Batelli e figli, 1837: http://books.google.it/books?id=VUYOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Giulio+Ferrario&lr=&ei=y4J4SdLvMZCIkATap5XqBg#PPA3,M1

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Nov 25
La sala riunioni del Comitato dei Nobel: è qui che si decide a chi assegnare il riconoscimento più prestigioso del pianeta

Dalla prima assegnazione dei premi Nobel (1901) ad oggi solo in quattro sono riusciti ad ottenerne due:

  • Maria Sklodowska-Curie: per la Fisica nel 1903 e per la Chimica nel 1911
  • Linus Pauling: per la Chimica nel 1954 e per la Pace nel 1962
  • John Bardeen per la Fisica nel 1956 e sempre per la Fisica nel 1972
  • Frederick Sanger per la Chimica nel 1958 e sempre per la Chimica nel 1980

Come gruppo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (International Committee of the Red Cross – ICRC) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace tre volte nel 1917, 1944 e 1963. I primi due per il ruolo svolto dall’ istituzione durante entrambi i conflitti mondiali e il terzo per il centesimo anniversario della fondazione. L’ Alto Commissariato dell’ ONU per i Rifugiati, sempre per la Pace, ne ha ricevuti due: nel 1954 e nel 1981.

Marshall W. Nirenberg festeggia la notizia dell assegnazione del premio nobel per la Medicina nel 1968. Condivise il premio con Har Gobind Khorana della University of Wisconsin e Robert W. Holley del Salk Institute

Marshall W. Nirenberg festeggia la notizia dell' assegnazione del premio nobel per la Medicina nel 1968. Condivise il premio con Har Gobind Khorana della University of Wisconsin e Robert W. Holley del Salk Institute

Alcune famiglie contano tra i loro membri vari premiati. Nella famiglia Curie furono ben 5:

  • Maria Sklodowska-Curie per la Fisica nel 1903 e per la Chimica nel 1911
  • Pierre Curie, suo marito, per la Chimica nel 1911
  • Irène Joliot-Curie, loro figlia, per la Chimica nel 1935
  • Frederic Joliot-Curie, marito di Irène, per la Chimica nel 1935
  • Henry Labouisse, marito della secondogenita Ève, era direttore dell’ UNICEF quando l’ organizzazione vinse il premio Nobel per la Pace nel 1965

E ancora:

  • J. J. Thomson per la Fisica nel 1906 e suo figlio George Paget Thomson per la Fisica nel 1937
  • William Henry Bragg divise il Nobel per la Fisica nel 1915 con suo figlio William Lawrence Bragg
  • Niels Bohr per la Fisica nel 1922 e suo figlio Aage Bohr per la Fisica nel 1975
  • Manne Siegbahn per la Fisica nel 1924 e suo figlio Kai Siegbahn per la Fisica nel 1981
  • Hans von Euler-Chelpin per la Chimica nel 1929 e suo figlio Ulf von Euler per la Medicina nel 1970
  • C.V. Raman per la Fisica nel 1930 e suo nipote Subrahmanyan Chandrasekhar per la Fisica nel 1983
  • Arthur Kornberg per la Medicina nel 1959 e suo figlio Roger Kornberg per la Chimica nel 2006
  • Jan Tinbergen per l’ Economia nel 1969 e suo fratello Nikolaas Tinbergen per la Medicina nel 1973
  • Gunnar Myrdal per l’ Economia nel 1974 e sua moglie Alva Myrdal per la Pace nel 1983
Albert Einstein ripete il discorso della cerimonia dei Nobel a Gothenburg, Svezia, nel 1923

Albert Einstein ripete il discorso della cerimonia dei Nobel a Gothenburg, Svezia, nel 1923

Il Mahatma Gandhi non ricevette mai il premio Nobel per la Pace nonostante fosse stato nominato cinque volte tra il 1937 e il 1948. Anni dopo il Comitato per i Nobel si è dispiaciuto per l’ omissione. Tuttavia nel 1948, anno della morte di Gandhi, il Comitato non assegnò il premio in quanto non c’erano “candidati meritevoli ancora in vita” ma nel 1961, lo stesso comitato, dette comunque il premio a Dag Hammarskjöld sebbene il diplomatico svedese fosse deceduto già prima della decisione del conferimento.

La distribuzione geografica dei premi Nobel

La distribuzione geografica dei premi Nobel

Nel 1964 lo scrittore francese Jean-Paul Sartre venne insignito del Nobel per la Letteratura ma lo rifiutò perchè “non è la stessa cosa se mi firmo Jean-Paul Sartre o Jean-Paul Sartre, Vincitore del Premio Nobel. Uno scrittore deve rifiutarsi di permettere ad altri di trasformarlo in una istituzione anche se questo avviene nella più onorabile delle forme”

La massiccia concentrazione di premi Nobel tra gli scrittori europei, e in particolare svedesi, ha suscitato negli anni non poche polemiche. La Svezia da sola ha più nobel per la Letteratura dell’ intera Asia. Nel 2008 Horace Engdahl, segretario permanente dell’ Accademia di Svezia, ha dichiarato che “l’ Europa è e rimane al centro della letteratura mondiale” e che “gli Stati Uniti sono troppo isolati, troppo insulari. Non traducono abbastanza e non partecipano realmente al grande dialogo letterario”.

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Nov 21
Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Tra il XII secolo e per tutto l’ ancien regime quello della dote matrimoniale di una ragazza nubile era una preoccupazione costante e crescente di tutte le famiglie specialmente le più ricche. E non si poteva fare a meno di versarla perchè rappresentava, in termini giuridici, la liquidazione per il completo e definitivo distacco della ragazza dalla famiglia paterna che così perdeva ogni diritto di accesso all’ eredità. Solo che, almeno per le casate più ricche, la dote rappresentava una spesa notevole. Anche in una piccola cittadina del fiorentino come Montevarchi. Nel 1524 Marietta portò al marito Baldassarre Soldani la somma di 1250 scudi, ne valeva 400 Maria Lucia della Fonte che nel 1544 sposò Agnolo Soldani mentre nel 1592 Francesco Soldani intascò 1000 scudi sposando Francesca Torsoleschi. Gli stessi 1000 scudi vennero pagati dai Fiegiovanni di Firenze a Niccolò Mini per il suo matrimonio con una delle loro figliole.

Anche per monacare una ragazza la famiglia doveva pagare una dote detta appunto “dote monacale” solo che l’ importo di questa oblazione si aggirava tra 1/3 e 1/10 rispetto a quella matrimoniale. Per la precisione Santa Maria del Latte a Montevarchi chiedeva 120 scudi, più spese accessorie, da versare in contanti o addirittura in natura come fece Antonio Dussi, padre di una delle 9 suore del 1573, che liquidò il monastero con 25 staia di grano. E se anche nel 1610 l’ importo della dote venne alzato a 200 scudi per toccare quota 400 nella seconda metà dello stesso secolo, era pur sempre la metà di una dote matrimoniale senza contare che a Firenze, il convento di Santa Lucia, tra il 1500 e il 1546 chiedeva 200-250 ducati mentre a Siena nel monastero di Santa Caterina volevano 200 scudi subito e 500 fiorini per «sopradote, rifornimento e pietanza».

La clausura e il velo erano in pratica una esigenza dei soli ricchi perchè chi non aveva di che pagare le spese di monacazione non poteva entrare in monastero. D’ altra parte la dote, per le famiglie meno agiate, si limitava a un corredo di lenzuola, coperte e tovaglie e, non sempre, pentole e piatti e, a seconda dei casi, qualche spicciolo tant’ è che dei conventi femminili le classi subalterne non ne sentivano l’ esigenza. Per questo i montevarchini avevano fatto presente al granduca che Santa Maria del Latte era «opera santa e buona ma di manco utilità». Era però solo una controtendenza.

A Firenze i 30 monasteri del 1490 erano diventati 63 nel 1574 che da una media di 32,8 monache ciascuno nel 1478 erano passati alle 72,7 unità nel 1552. Nel 1622 la popolazione monastica femminile rappresentava nelle città toscane ben il 20% della popolazione femminile adulta. Montevarchi non era da meno. Anche nel ritardo con cui si versava il dovuto al convento come dimostra questa comunicazione del 1608 tra il segretario del vescovo di Fiesole e la badessa di Santa Maria del Latte: «Verso il principio di Novembre credo che Monsignore sarà costì et potrebbe essere la prima domenica di detto mese, ma per ancora non si può determinare, basti la lo sappia almeno otto o dieci giorni prima, et più se più vorrà, intanto procurerà che il Convento sia soddisfatto dai parenti delle Monache che si devono curare di quanto devono per il Sacramento, a ciò che quando siamo vicini al tempo non si habbia a differire per tale effetto, essendo ferma intentione di Monsignore non venire all’atto della Velatione, se prima non è avvisato che il Convento sia soddisfatto dai parenti di quanto debbono».

George Hardy, La sorella della carità, 1866

George Hardy, La sorella della carità, 1866

«Reverenda Badessa, quelle di dieci anni non si possono vestire in modo alcuno, bisogna che aspettino di havere l’età conveniente» scriveva a Contessina Cavalcanti il vescovo di Fiesole Francesco Cattani da Diacceto il 4 gennaio 1574. Santa Maria del Latte era stato preso letteralmente d’ assalto dalle richieste di monacazione da parte delle benestanti famiglie cittadine, richieste che talvolta rasentavano l’ assurdo come quella di Pier Giovanni Corsi che nel 1594 mise in monastero sua figlia di soli 7 anni. Anche se si potevano prendere i voti solo ai sedici anni compiuti, chi non aveva ancora l’ età veniva comunque affidata alle monache “in serbanza” e in serbanza ce n’ erano, fin da subito, almeno sei. Le 9 suore del 1573 erano già diventate 25 l’ anno dopo e se il vescovo nel 1574 autorizzò il monastero ad elevare a 40 le sue ospitande.

Il 14 settembre 1598 la superiora Lucrezia Lapini, la prima badessa montevarchina, scriveva al vescovo: «Reverendissimo Monsignore, stamattina è venuto a me Goro Bazzanti quali vi ha due sorelle monache e vorrebbe mettere una sua sorella pichola in serbo nomata Lucia di età di anni incirca nove quale non ha padre ne madre e non la vuol tenere».

Nella lettera la badessa indicava che Goro Bazzanti si era addirittura detto disposto a «darli più di cento piastre» per la dote purchè se la prendessero tanto, come indicò successivamente la superiora, «desidera grandemente esser delle nostre». E ancora presentava la faccenda di Lucrezia di otto anni «la quale è volontaria» che era figlia del fratello della superiora Messer Andrea Lapini. D’ altra parte se il vescovo autorizzava l’ operazione, con quei soldi si poteva concludere l’ acquisto di un podere da 1000 scudi: «del che prego Vostra Signoria Reverendissima si contenti, essendoci luogo che siamo con le accettate 37 e poi aviamo per levarci da fare una compera di mille scudi e non possiamo far di meno perché è la metà di un podere che comprormo già nove anni fa».

Ancora più sconvolgente il caso di Lionarda Catani a cui era morto il padre e che aveva avuto in eredità da suo zio 800 scudi di dote. I fratelli avevano deciso di farla monacare così, pagati i 120 scudi di ingresso, avrebbero potuto tenersi il resto del lascito. Prima misero la piccola “in serbanza” a Sant’ Angelo alla Ginestra poi, perchè ancora la bambina non era in età di prendere i voti e quindi di rinunciare alla dote mentre loro il gruzzolo lo volevano incassare subito, si erano rivolti a un monastero palesemente più accondiscendente e infatti la Lapini, il 12 marzo 1600, chiedeva al Vescovo se avesse potuto rinunciare lui agli 800 scudi al posto della bambina: «Molto Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore, non essendo il numero prefisso et avendo dei luoghi, ci viene offerta una fanciulletta di età di anni 12 e per nome Lionarda figliola di Catano Catani la quale [...] desidera monacarsi nel nostro Monastero e perché detta rimase già senza padre et un suo zio le lasciò per virtù di testamento per sua dote scudi 800 e avendo dei fratelli li quali non li vorrebbe dare se non è el solito Monastero e perché detta non è in età di fare la renuntia di detta dote, li suoi fratelli desiderano che detta renuntia la faccia el Capitolo, del che preghiamo Vostra Eccellenza Illustrissima se si può fare tal renuntia [...] così come si fa sapere come l’è stata due anni in serbo nel Monastero di S. Agnolo fuori di Montevarchi a ciò Vostra Signoria Illustrissima vede se questo ci è di impedimento o ostaculo».

E la badessa il 22 marzo successivo tornava alla carica: «Molto Illustrissimo et Reverendissimo Monsignore, desideriamo da Vostra Signoria Illustrissima la risposta di quelle fanciullette che vi sono ultimamente a ciò si possa dare esito al fatto su l’entrare, che avia alle mani un comodo di una compra in fra le nostre [proprietà] utilissima e similmente Andrea Burzaglia desidera di acciettare per conversa qui nel nostro Monastero una sua nipote per nome Aurelia quando a Vostra Signoria Illustrissima piaccia dar licentia».

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

In base alle nuove disposizioni in materia di monachesimo dettate dal Concilio di Trento per tentare di mettere un freno alle monacazioni facili, doveva essere il vescovo ad accertarsi che le candidate scegliessero la vita religiosa volontariamente e non perchè costrette dalla famiglia. Ma, almeno nel caso di Montevarchi, quasi mai era il vescovo a farle: «Reverenda Badessa, per fine di gennaio prossimo passato scrissi a Vostra Reverentia in risposta della sua che commetteva a Messer Alessandro Ciaperoni che non potendo a quei tempi né io né mio Vicario venire ad esaminare la figlia di Antonio del Traversa, la esaminassi egli a nostro nome convenendo commettere tale examine al Confessore ordinario del Monastero. A dì primo di febbraio 1575, il Vescovo di Fiesole»

Più spesso toccava al proposto di Sant’ Andrea a Cennano o a quello della Collegiata:

« A dì 4 novembre 1656
La Reverenda Suora Caterina Gratia Catani fu da me Infrascritto esaminata il dì 4 corrente.
Prima sopra l’età sua, la quale rispose che finisce anni 18 ani 30 del presente mese di novembre.
Secondo, interrogata sopra l’anno della probatione rispose e disse esser finito già alli 30 di ottobre prossimo passato 1655.
Terzo, interrogata sopra i Voti et Ordini del Monastero rispose sapere molto bene et ordini et voti di detto Monastero e cioè che è obbligata osservare voto di Castità, di Povertà e di Religione.
Quarto, ancora esaminata sopra la libera volontà di far professione, rispose e disse che era sua libera volontà e non persuasa e non forzatamente vuol fare la solenne professione et altro secondo determinò il Sacro Concilio di Trento.
In quorum fide Ego Federicus Ballantinus Propositus S. Andree a Cennano»

« A dì 19 ottobre 1662
Esamine da me infrascritto fatta alla Caterina di Francesco Dami per pigliare l’Abito della Santa Religione et prima:
Int. Quanti anni hai?
Res. Io fornisco 17 anni a Ogni Santi.
Int. Sel sia Cresimata et quanto tempo sia.
Res. Io sono Cresimata, ma non ricordo quanto tempo è.
Int. Se sappi leggere et dove babbi imparato.
Res. So leggere et ho imparato avanti che entrassi in Convento et nel Convento.
Int. Se per esser stata in Convento sappia ordinar l’Offitio Divino.
Res. Non lo so ancora ordinare bene.
Accennata che trovi un Salmo di Feria VI’ di Vespro et una lecitione della Feria V° della Domenica V° d’Agosto.
Lesse l’uno et l’altro con sentimento.
Int. Se sappi l’ordini et le costituzioni del Monastero.
Res. Che per essere stata sopra un anno esserne informata benissimo.
Int. Chi l’abbi indotta, consigliata o sforzata o subornata a farsi religiosa?
Res. In nessuno essere stata indotta né consigliata né sforzata né meno subornata ma essere stata sua propria volontà. Int. Quello che pensa di avere a operare quando sarà Religiosa?
Res. Devo servire a Dio in conformità dell’altra Religione et sposarmi con la Chiesa e Cristo.
Matteo Lieti Confessore del Convento e Proposto della Collegiata»

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Che Santa Maria del Latte fosse diverso dal vicino Monastero della Ginestra era evidente non solo nei differenti approcci alle acquisizioni di nuove sorelle: molto spregiudicato il primo e più canonico e regolare il secondo. Ma Santa Maria si distingueva anche per una clausura molto più blanda del normale, per non dire del consentito, la cui fama, sotto forma di miti e leggende paesane, è viva ancora oggi.

Se ne fece per prima portavoce Contessina Cavalcanti che, chiaramente su richiesta di interessati, domandava al vescovo di mantenere aperta una porta tra la chiesa, aperta al pubblico, e la clausura pur essendo vietato dalle disposizioni conciliari pena la scomunica.  «Madre Badessa, tengo la vostra et udito quel che scrivete a Messer Francesco, il che è vero, che vi amo nelle viscere di Gesù Cristo et perché io vi voglio bene mi sa male di contristarvi e non vorrei havere a negarvi quel che mi chiedete contro a quel che io penso essere a salute dell’anima vostra e conservazione anzi aumento della vita religiosa et perché io so che haver la porta che entra in chiesa et usarla è contrario a questo perciò vel ho negata benché con mio dispiacere pensando che ve ne dovevate contristare. Ma io non vorrei che per sì poca cosa vi contristaste tanto che ve ne ammalaste non che moriste anzi vorrei che supponendo quel che confessate a Messer Francesco pensaste che io ve lo nego et quando non ci fosse altro bene questa era a bastanza che voi non rimanesse scomunicata perché il Papa scomunica chi rompe la clausura et la chiesa de’ secolari non è clausura adunque chi viva senza licenza è scomunicato».

Nel 1577 il vescovo si lamentava con la superiora per l’ uso delle novizie di passare del tempo fuori dalla clausura: «Reverenda Badessa, è ragionevole che quelle fanciulle di che Vostra Reverentia mi scrive havendo a monacarsi entrino prima a prova, et a tale effetto dò loro la licentia [...] ricordando che non haviate poi a disputar coi i parenti del dare et havere: et che significhino loro che io non mi contento che le accettate stiano tanto fuori dal Monastero come par che usino costì».

Isabella Bazzanti, nel 1609, voleva «il giorno del suo vestimento uscire per andare a desinare a casa di suoi parenti» neanche che prendere il velo fosse come passare a comunione.

Il titolo e il commento alle foto sono tratte da: http://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santa_Maria_del_Latte

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Nov 18

“Dovete adunque sapere, che nel tempo di Balduino Imperatore di Constantinopoli (dove allora soleva stare un Potestà di Venezia, per nome di Messer lo Dose) correndo gl’anni di N. S. 1250 M[essere] Niccolo Polo padre di M. Marco, e M. Maffio [sic] Polo fratello del detto M. Niccolo nobili, onorati e savi di Venezia, trovandosi in Constantinopoli, con molte loro grandi mercanzie, ebbero insieme molti ragionamenti. E finalmente deliberarono di andare nel Mar Maggiore, per vedere se potevano accrescere il loro capitale, e comprate molte bellissime gioie, e di gran prezzo, partendosi di Constantinopoli, navigarono per il detto Mar Maggiore, ad un porto detto Soldadia, dal quale poi presero il cammino per terra, alla corte d’ un gran signor de’ Tartari Occidentali, detto Barcha, che dimorava nelle città di Bolgara, o  Assara, e era reputato uno de’ più liberali, e cortesi signori, che mai fosse stato fra Tartari.

Costui della venuta di questi fratelli, ebbe grandissimo piacere, e fece loro grande onore, quali avendo mostrate le gioie portate seco, vedendo, che gli piacevano, gliele donarono liberamente . La cortesia così grande, usata con tanto animo, di questi due fratelli, fece molto maravigliare detto signore. Quale non volendo essere da loro vinto di liberalità, fece a loro donare il doppio della valuta di quelle, e appresso grandissimi, e ricchissimi doni. Essendo stati un’anno [sic] nel paese del detto signore, volendo ritornare a Venezia, subitamente nacque guerra tra il predetto Barca, e un’altro nominato Alau, signore dei Tartari Orientali; gli eserciti dei quali avendo combattuto insieme, Alaù ebbe la vittoria, e l’esercito di Barca n’ebbe grandissima sconfitta: per la qual cagione non essendo sicure le vie, non poterono ritornar a casa, per la strada, che erano venuti. E avendo dimandato come essi potessero ritornar a Costantinopoli, furono consigliati d’andar tanto alla volta di levante, che circondassero il reame di Barca per vie incognite, e così vennero ad una città detta Ouchaca, qual’ è nel fine del regno di questo signore de Tartari di Ponente.”

“E partendosi da quel luogo, e andando più oltre, passarono il fiume Tigris, che è uno de’ quattro fiumi del Paradiso: e poi un deserto di diciasette [sic] giornate, non trovando città, castello, ovvero altra fortezza, se non Tartari che vivono alla campagna in alcune tende, con i loro bestiami. Passato il deserto giunsero ad una buona città detta Bocara, e la provincia similmente Bocara, nella regione di Persia, la quale signoreggiava un Re chiamato Barach, nel qual luogo essi dimorarono tre anni, che non poterono ritornare indietro, ne [sic] andare avanti, per la guerra grande, che era fra i Tartari. In questo tempo un’ uomo [sic] dotato di molta sapienza, fu mandato per ambasciatore dal sopraddetto Signor Alaù, al Gran Can, che è il maggior re di tutti i Tartari, quale sta ne’ confini della terra fra Greco, e Levante, detto Cublai Can, il qual’ essendo giunto in Bocara, e trovando i sopradetti due fratelli, i quali già pienamente avevano imparato il linguaggio tartaresco, fu allegro smisuratamente, però che egli non aveva veduto altre volte uomini Latini, e desiderava molto di vederli, e avendo con loro per molti giorni parlato, ed avuto compagnia, vedendo i graziosi, e buoni costumi loro, gli confortò, che andassero seco insieme al maggior re de’ Tartari, che gli vedrebbe molto volentieri, per non esservi mai stato alcun Latino, promettendo loro, che riceverebbero da lui grandissimo onore, e molti beneficj.

I quali vedendo, che non poteano ritornare a casa, senza grandissimo pericolo, raccomandandosi a Dio, furono contenti d’andarvi . E cosi cominciarono a camminare col detto ambasciatore, alla volta di Greco, e Tramontana, avendo seco molti servitori cristiani, che aveano menati da Venezia. E un’ anno [sic] intiero stettero ad aggiungere alla corte del prefato maggior re de’ Tartari. E la cagione perché indugiassero, e stettero tanto tempo in questo viaggio, fu per le nevi, e per le acque de’ fiumi che erano molto cresciute. Sicché camminando, bisognò, che aspettassero fino a tanto, che le nevi si disfacessero, e le acque che discrescessero e trovarono molte cose mirabili, e grandi delle quali al presente, non si fa mezione, perché sono scritte per ordine da M. Marco figliuolo di M. Niccolo in questo libro seguente. I quali M. Niccolo, e M. Maffio essendo venuti davanti il prefato Gran Can, il qual’ era molto benigno, gli ricevette allegramente, e fece grandissimo onore, e festa della loro venuta.”

“Cominciolli a dimandare delle parti di Ponente, e dell’ Imperatore de’ Romani, e degli altri re, e principi cristiani, e della grandezza, costumi, e possanza loro, e come nei suoi reami, e signorìe osservavano giustizia, e come si portavano nelle cose della guerra . E sopratutto gli domandò diligentemente del Papa de’ cristiani, delle cose della chiesa , e del culto della fede cristiana . E M. Niccolo, e M. Maffio come uomini savi, e prudenti, gli esposero la verità, parlandoli sempre bene, e ordinatamente d’ogni cosa in lingua tartara, che sapevano benissimo. [...] E dopo chiamati a se [sic] i detti due fratelli, gli pregò, che per amor suo volessero andar al Papa de’ Romani [...] a pregarlo, che gli piacesse di mandargli cento uomini savi, e bene istrutti della fede cristiana, e di tutte le sette arti, i quali sapessero mostrare a suoi savi, con ragioni vere, e probabili, che la fede de’ cristiani era la migliore, e più vera di tutte l’ altre. [...] Oltre di questo commisse a detti fratelli, che nel ritorno li portassero di Gierusalemme dell’ olio della lampada, che arde sopra il sepolcro del nostro Signor M. Gesù Cristo, nel quale aveva grandissima devozione, e teneva quello essere vero Iddio, avendolo in somma venerazione.

M. Nicolo, e M. Maffio udito quanto gli veniva comandato, umilmente inginocchiati dinanzi al Gran Can dissero, ch’ erano pronti, e apparecchiati di far tutto ciò che gli piaceva. Qual li fece scriver lettere in lingua tartaresca, al Papa di Roma, e gliele diede. E ancora comandò, che li fosse data una tavola d’ oro, nella qual’ era scolpito il segno reale, secondo l’ usanza della sua grandezza: e qualunque persona, che porta detta tavola, deve essere menata, e condotta di luogo a luogo da tutti i rettori delle terre sottoposte all’ Imperio, sicura con tutta la compagnia, e per il tempo, che vuole dimorar in alcuna città, fortezza, o castello, o villa, a lei, e a tutti i suoi gli vien provisto, e fatte le spese, e date tutte l’ altre cose necessarie.

Per i gran freddi, nevi, e giazze, e per l’ acque de’ fiumi, che trovorno molto cresciute in molti luoghi , fu necessario di ritardare il lor viaggio, nel quale stettero tre anni, avanti che potessero venire ad un porto dell’ Armenia Minore detto la Giazza: dalla quale dipartendosi per mare, vennero in Acre del mese d’Aprile, nell’ anno 1269. [...] Partiti d’ Acre con una nave, vennero a Negroponte, e di lì a Venezia, dove giunti, M. Niccolo trovò, che sua moglie era morta, la quale nella sua partita aveva partorito un figliuolo. Al quale avevano posto nome Marco, il quale era già di anni 19″.


Le foto sono tratte da: Ritratti di Imperatori ed Imperatrici mongole della dinastia Yuan (1271-1368), album anonimo del XIV secolo in inchiostro su tela, Taipei, National Palace Museum
Il titolo e le citazioni di commento alle foto sono tratte da: Marco Polo, Il Milione, secondo la Lezione Ramusiana, 1298-1299: http://books.google.it/books?id=g6kFAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=marco+polo&as_brr=1&ei=cI54SY6TE5LElQTc473pBg#PPA4,M1

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Nov 13
Dionigi Bussola (1615?–1687), Statue di cardinali

Dionigi Bussola (1615 ?–1687), Statue di cardinali

“Ora, nel 1859, il vescovo di Roma è padrone temporale di parecchie miglia quadrate di terreno, e regna su tre milioni, cento ventiquattro mila sei cento sessanta otto anime, che strillano a tutto potere. E perchè strillano? Uditeli, e lo saprete subito. Essi vi dicono: « Che gemono sotto il più dispotico dei governi. ove i tre poteri sono nella stessa mano, contro ogni uso di nazione civile; il Papa lo credono infallibile in domma, non in governo; ubbidire vorrebbero. sì, ma alle leggi non alla volontà altrui ; il Papa pro tempore, dicono, sarà buono, ma il governo arbitrario d’un prete sarà sempre pessimo». Che per un uso antico, non mai potuto abolire, il Papa nel suo governo temporale si associa cardinali, vescovi, canonici, e altri preti i quali amministrano sacramenti e provincie, ordinano diaconi e sequestri, spediscono gli agonizzanti per l’altro mondo, e i soldati contro le città insorte: uomini santi forse dinanzi a Dio, ma pessimi, insopportabili al popolo: estranei spesso al paese, talvolta agli affari, sempre alla vita di famiglia: dotti solamente nelle cose del cielo: senza figli, lo che li rende indifferenti per l’avvenire: senza moglie, cosa che li rende pericolosi per il presente”.

La tiara di Paolo IV

La tiara di Paolo IV

La tiara di Paolo IV. “Senza sovranità temporale non può il Papa esser indipendente. È questo un interesse di primo ordine che dee far tacere gl’interessi particolari delle nazioni, precisamente come in uno Stato l’interesse pubblico dee far tacere l’interesse individuale». Così disse il sig. Thiers all’assemblea legislativa nel suo rapporto del mese d’ottobre 1854. [...] Io credo d’esser cattolico al pari del sig. Thiers ma in nome della fede nostra comune gli vorrei dire: concedo che il Papa debba essere indipendente; ma non potrebb’egli esser tale con meno spesa? [...] L’indipendenza degli Apostoli costava molto meno e non faceva danno a nessuno.”
Il Papa e San Pietro, Chiesa di St. Martin, Aulendorf (Germania)

Il Papa e San Pietro, Chiesa di St. Martin, Aulendorf (Germania)

“Le conquiste più vaste il cattolicismo le ha fatte quando il Papa non regnava: i primi papi non avevano bilancio di previsione, e perciò non avevano deficit, e perciò non avevan bisogno di farsi prestare dei milioni del sig. Rotschild: erano dunque più indipendenti dei papi coronati. Da che la spada e il pastorale si sono intrecciati insieme la vera indipendenza del Papa è sparita. Ogni giorno o poco meno, il Sommo Pontefice dee scegliere fra gl’interessi generali della Chiesa e quelli particorali della sua corona. Ebbene: credete voi ch’ei sia sempre tanto sciolto dalle cose di questo mondo da posporre la terra che è vicina, al cielo che è tanto lontano? E’ non sarebbe uomo: e poi, dico io, aprite la storia. Io non voglio rammentare i papi cattivi che avrebbero venduto il domma della trinità per sei miglia di paese: sarebbe una tattica poco leale usare dei papi cattivi per confondere i mediocri; ma dite, se il Papa legalizzò lo spergiuro di Francesco I dopo il trattato di Madrid, lo fece egli per far rispettare la moralità della Santa Sede, o per riaccendere una guerra utile alla sua corona? Se organizzò il traffico delle indulgenze, e fece cadere mezza Europa nella eresia, lo fece egli per moltiplicare il numero dei cattolici, o per dotare una signorina? Se fece alleanza coi protestanti della Spagna nella guerra di 30 anni , fu egli per mostrare il disinteresse della Chiesa, o per abbassare la casa d’Austria? Se nel 1606 scomunicò Venezia, lo fece egli per attaccare più fortemente la repubblica alla Chiesa, o per servire all’odio della Spagna contro i primi alleati di Enrico IV? Se ruppe le sue relazioni colle province spagnuole dell’America, il giorno stesso in cui elle proclamarono la loro indipendenza, lo fece egli per interesse della Chiesa, o per interesse della Spagna? S’ ei minacciò la scomunica ai romani che portavano il danaro loro alle lotterie forestiere, lo fece egli per affezionare il cuore de’ romani stessi alla Chiesa, o per ricondurre i loro scudi al tesoro? [...] Non è ella scandalosa la concordanza di questi due nomi: Lotteria pontificia?”.

Il titolo e le citazioni di commento alle foto sono tratte da: Edmond About, Il Papa Re – Giù il Re! Libera versione toscana, Italia [sic], 1859: http://books.google.it/books?id=-0AoAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=il+papa+re&ei=lJh4SYTrCZHGlQSB5uDaBg

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