Oct 31

L’Adam’s Bridge (ponte di Adamo), conosciuto anche come Rama’s Bridge (ponte di Rama), altro non è che una serie di secche che si allungano tra l’ isola di Mannar, la punta a nord-ovest dello Sri Lanka, e la regione di Rameswaram sulla costa sud-orientale dello stato del Tamil Nadu in India. Evidenze geologiche indicano che l’attuale “ponte” era in origine una lunga lingua di terra che collegava l’India con l’ isola di Ceylon. Alcuni banchi di sabbia restano infatti quasi sempre all’asciutto e le profondità dei fondali tutt’intorno non arrivano ai dieci metri. Il ponte è lungo 48 chilometri e separa il Golfo di Mannar dallo Stretto di Palk. Un servizio di traghetti collega la città di Rameswaram in India e il porto di Talaimannar in Sri Lanka sebbene il collegamento funzioni solo a singhiozzo a causa dei continui scontri nell’area tra le truppe governative dello Sri Lanka e i ribelli separatisti delle Tigri Tamil.

Il nome Adam’s Bridge deriva dalla leggenda islamica secondo la quale Adamo usò il ponte per raggiungere l’Adam’s Peak, una montagna conica di 2.243 metri nel centro dello Sry Lanka, dove rimase in equilibrio su un piede per 1000 anni lasciando un enorme cratere dalla vaga forma di piede umano. Il nome invece di Rama’s Bridge o Rama Setu (Sanscrito: setu: ponte) viene dalla leggenda indù del “Ciclo epico di Ramayana” che identificherebbe il ponte con quello costruito dall’ esercito dei Vanara (gli uomini scimmia) per permettere al loro capo Rama di andare salvare sua moglie Sita dalle grinfie di Ravana re di Rakshasa.

Alcune iscrizioni, vecchie guide di viaggio e antiche mappe hanno recentemente rafforzato l’ idea che l’ Adam’s Bridge in realtà sia quello che resta di un vero ponte costruito da veri esseri umani. Nel 2003 un team del Centre for Remote Sensing (CRS) della Bharathidasan University guidato dal professor S.M. Ramasamy sosteneva che il “Rama’s Bridge può avere al massimo 3500 anni” e che “la datazione al carbonio delle spiagge del ponte corrisponderebbe esattamente al periodo a cui si fa risalire la composizione del Ciclo di Ramayana”. S. Badrinarayanan, ex direttore del “Istituto indiano di Geologia” (Geological Survey of India) ritiene che una formazione naturale di questo tipo non potrebbe esistere.Una pubblicazione governativa della National Remote Sensing Agency per il parlamento indiano ipotizza che “potrebbe essere artificiale” e l’Alta Corte di Giustizia di Madras ha ultimamente emesso una sentenza in cui si dichiara il “Rama’s Bridge” come prodotto dalla mano dell uomo in virtù di numerosi reperti, utensili e fossili umani risalenti al Mesolitico e al Microlitico ritrovati nella zona.

Ma il professor N. Ramanujam, a capo del Post-Graduate Department of Geology and Research Centre del Chidambaram College, l’ astrofisico Jayant Narlikar e il comitato scientifico della Madurai Kamaraj University nel Tamil Nadu, sostengono che l’ Adam’s Bridge è una curiosa ma normalissima formazione geologica di 17 milioni di anni fa. Opinione condivisa anche dall’ “Istituto Archeologico Indiano” (Archeological Survey of India).

Umano o non umano le acque basse del Ram Setu non consentono la navigazione attraverso il ponte ed è dunque impossibile raggiungere lo Stretto di Palk passando dall’Adam’s Bridge. Nonostante i commerci in e dal ponte siano attivi fin dal primo millennio avanti cristo sono da sempre stati limitati a giunche, battelli e piccole imbarcazioni. I grandi vascelli oceanici del passato, come anche le odierne navi da carico, dovevano circumnavigare lo Sri Lanka se volevano raggiungere le coste orientali dell’India. Per questo il governo indiano ha da alcuni anni allo studio la realizzazione di un canale navigabile che tagli in due l’Adam’s Bridge ma gli ostacoli politici, ambientali e superstiziosi sembrano voler far di tutto per “insabbiare” definitivamente il progetto. Secondo alcuni manoscritti religiosi la lingua di terra asciutta che collegava Ceylon al continente venne spazzata via e ridotta a banchi di sabbia da una violenta tempesta abbattutasi sulla regione nel 1480.

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Oct 15
Truppe tedesche sul fronte belga

Truppe tedesche sul fronte belga

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale quasi tutti gli eserciti coinvolti nel conflitto si erano preparati per una guerra breve le cui tattiche e strategie erano ancora quelle del periodo napoleonico. Via treno furono spostati al fronte numerosi reparti di cavalleria comandati da ufficiali che neanche lontanamente immaginavano quali nuovi fattori militari e tecnologici avrebbero reso i loro battaglioni del tutto inutili. Infatti gran parte di questi non furono mai neanche dispiegati. Alla fanteria, divenuta numericamente imponente grazie al sistema di reclutamento di leva e armata di fucili “bolt action” a caricamento rapido e di mitragliatrici, bastava solo appostarsi in una buca per divenire praticamente invulnerabile. Gli attacchi frontali erano decisamente inutili e dunque bisognava colpire il nemico ai fianchi con manovre di aggiramento. Dopo la Battaglia della Marna nel settembre 1914, una ripetuta serie di assalti laterali che non ebbe risultati concreti per nessuno dei due schieramenti, gli eserciti si ripararono dietro a una serie di linee difensive fortificate che in breve produssero una interminabile linea del fronte costituita da due serie di trincee parallele che, sul fronte occidentale, partivano dal confine svizzero e arrivavano fino alla costa belga del Mare del Nord. La guerra di trincea si protrasse dal 16 settembre 1914 fino al 21 marzo 1918 quando i Tedeschi lanciarono l’ “Offensiva di primavera”, nome in codice “Operazione Michael”.

Lussi della vita in trincea, caricatura francese, 1914

Lussi della vita in trincea, caricatura francese, 1914

Il tempo mediamente speso da un soldato al fronte era in realtà breve: da un minimo di un giorno a un massimo di due settimane. Con relative eccezioni. Come nel caso del 31esimo battaglione dell’ Esercito Australiano che passò 53 giorni in trincea presso Villers Bretonneux. L’ anno tipico di un soldato durante la guerra era così suddiviso:

• 15 % fronte
• 10 % lineee di supporto
• 30 % riserva
• 20 % licenze
• 25 % altro (ospedale,spostamenti, addestramento)

Ma, anche se al fronte, in realtà un soldato era coinvolto in combattimento solo una manciata di volte all’ anno. Tuttavia, anche nelle trincee più tranquille, i morti si contavano a decine perchè ogni settore del fronte era comunque quotidianamente sottoposto al fuoco dei cecchini, ai lanci di gas nervino e alle malattie. Nei primi sei mesi del 1916, prima dell’ Offensiva delle Somme, l’ esercito inglese non fu impegnato in nessuna operazione di rilievo eppure soffrì 107.776 perdite.

Fanteria della British Royal Naval Division in addestramento sull isola di Lemnos in Grecia, 1915

Fanteria della British Royal Naval Division in addestramento sull' isola di Lemnos in Grecia, 1915

Statisticamente, durante la Grande Guerra, morì il 10% dei soldati impegnati in combattimento, un dato che fa addirittura scomparire il 5% del secondo conflitto mondiale. La percentuale dei feriti invece toccò quota 56%. Considerando che per ogni soldato al fronte ce ne erano altri tre di supporto nelle retrovie (artiglieria, logistica, servizi medici) si può tranquillamente affermare che ogni soldato, dal servizio militare, o rimaneva ferito (1 probabilità su 2) o tornava cadavere (1 probabilità su 10).

I servizi sanitari dell’ epoca erano davvero primitivi e non esisteva nè la penicillina nè gli antibiotici. Una ferita, anche se di striscio, si poteva rivelare fatale a causa dell’ altissimo rischio di infezioni, cancrene. L’ esercito tedesco riportava che il 15% di ferite alle gambe e il 25% di quelle alle braccia portavano alla morte per setticemia. Gli americani invece registrarono che il 44% dei loro feriti aveva sviluppato cancrene che avevano portato all’ amputazione dell’ arto colpito, mentre il tasso di mortalità per i feriti alla testa era del 50% e quello per i feriti all’ addome del 99%. Il 75% delle ferite era provocato da pallottole.

Canadian National Vimy Memorial Park a Vimy, Francia Settentrionale

Canadian National Vimy Memorial Park a Vimy, Francia Settentrionale

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale la guerra di trincea praticamente non venne più riproposta. La Seconda Guerra Mondiale infatti fu nella quasi sua totalità una guerra di movimento. Comunque sia, le trincee riapparvero, sporadicamente, nella Guerra Civile Cinese tra i comunisti di Mao e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, nella Guerra di Corea e in quella del Vietnam. Nonostante ciò, durante la guerra fredda, le forze della Nato continuarono ad addestrarsi regolarmente alla guerra di trincea. Le truppe dell’ Alleazna Atlantica dovevano infatti essere pronte in ogni momento a sferrare l’ attacco a quello che, in gergo, era chiamato il “Sistema di Trincee Sovietico” ossia l’ intricato intreccio di fortificazioni e trinceramenti ai confini con l’ occidente che costituiva quella che Churchill poi battezzò “la Cortina di Ferro”.

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