Jan 12

Montevarchi nel 1666 da "Il Miracolo di San Cesareo", Museo della Collegiata di San Lorenzo, Montevarchi

“E’ dunque Ser. Sign. la Terra di Montevarchi in una parte del suo del suo felicissimo stato, detta il Vald’ Arno, per lo lungo del quale scorre con largo ed instabil letto il fiume Arno, da cui il nome riceve, et le cui acque già vi stagnarono, sino a tanto, che aperto loro lo scolo, ove hoggi siede il piccolo Castello dell’Ancisa, si distesero con continuato corso nel mare Tirreno.

Ha la sudetta Terra dall’ uno de suoi lati il sudetto fiume, da se distante quanto è il doppio tirare di un Arco, et dall’altro, et a se quasi contiguo, surge un Monte non di molta eminenza, chiamato sino dagli antichi tempi Monte al Varco, come che allora, che le sudette acque stagnanti ingombravano il piano, non vi fosse altro varco o passaggio dall’Aretino al Fiesolano dominio, che nella sommità del sudetto Monte.

Qui hebbero ne gl’andati primi secoli la primiera loro sede li presenti habitatori et di ciò ne appariscono segni d’ antichità in qualche rovina al Castellare, luogo che ancora ritiene il nome dal Castello che ivi risedeva, ma più che altrove nell’antichissima Chiesa di Cenanuzzo, indi poco lontana, nell’architrave della cui porta sono intagliate lettere di carattere etrusco, non inteso o conosciuto da moderni.

Trassero l’origine sua questi habitatori (per il testimonio di molti Historici) da i migliori Cittadini di Arezzo, Città così d’armi potente et ricca di contado et Jurisdizione, in quei tempi, che valse a dar soccorso a i Romani (allor che mandarono Scipione in Africa contro Cartaginesi) con 30000 uomini et 40 Navi cariche di suo formento, et altre provisioni per quella guerra. Imperciò che scacciati gl’Aretini da Lucio Silla, per haver essi seguito et spalleggiato la città et Popolo de Marsij, si ritirarono (quasi in luogo forte, et opportuno all’alianza che ritenevano con Fiesolani) nella sommità di detto Monte, dal quale poi per la commodità di loro traffichi (in tempo di pace) calarono ad habitare nel piano, ove per la fortuita del terreno, et concorso de circostanti popoli in breve edificarono la presente Terra di Montevarchi.

Sono hoggi gl’ abitatori suoi circa il numero di 2000 inclinati più al traffico di loro piccoli maneggi, che per lo più in grani et biade consistono, et all’Arme più, che alle lettere, vaghi della coltivazione de loro beni, secondata dalla natia fertilità del Paese dal quale si trahe ottimi grani et vini eccellenti.”

Via Cennano nel '700 con, nell' orto delle monache di Santa Maria del Latte, il fosso suggerito da Pietro Accolti

Via Cennano nel '700 con, nell' orto delle monache di Santa Maria del Latte, il fosso suggerito dall' Accolti

“Ancora altro intrinseco male, incontrano dentro la Terra gl’ habitatori pure dall’acque, di non minore pregiudizio, in riguardo delle proprie persone loro: imperciò che avendo la ingordigia de i pochi per allargare i confimi de gl’ ortaggi loro intorno alle mura della Terra usurpato lo spazio del fosso che assai largo profondava tra la Terra ed il Monte, et riceveva in se gli scoli di esso e di quella parte di piano, assai breve che si frappone; et gli portava nel Berignolo delle Molina; hoggi stagnando tra la terra ed il Monte, trapelano finalmente dentro di essa, et si riducono nelle volte et cantine loro, delle quali nessuna o ben poche hoggi sono che non peschino un braccio d’ acqua con gravissimo incomodo de i loro vini; detrimento de loro grani et biade, pernizie del domestico aere et diminuzione di loro corporale sanità, che ugualmente a loro et all’ A. V. torna in disservizio, consistendo in gran parte la grandezza del Principe, nel numero dei suoi Vassalli et nella salute loro.

Il Publico se n’ è talvolta risentito, et fatta rimostranza della sua piaga, ma quelli che hanno portato questo negozio, sono stati i medesimi che artifizialmente l’hanno procurato, i quali sicuri che per li loro campi si dovevano ritrovare et aprire gl’antichi fossi non hanno poi premuto, nè curato di portarlo avanti et proseguirlo, et come che le cose publiche sono ordinariamente le più negligentate et trascurate dell’altre così sono andati scorrendo et scorrono con il sudetto intrinseco malore; La qual cosa come non compie per molti riguardi all’A. V. così stimo opportuno alcun ordine Suo per l’applicazione di qualche rimedio, quale non è per mio avviso nè difficile a ritrovarsi, nè impossibile ad eseguirsi per il fresco esempio che se ne ha nel quartiere di Santa Croce in Firenze, ben è vero che diversamente viene applicabile stimando necessario tirare un fosso, lungo le mura tra la Terra et il Monte dalla clausura del Monastero di Cennano per quello de finali, de franchi, et d’ altri particolari, voltandolo nel Berignolo con benefizio delle Mulina di S. Giovanni, ove tutte pervengono le acque sudette.”

La diocesi di Arezzo nel '700 con Montevarchi appena fuori del cofine diocesano meridionale

La diocesi di Arezzo nel '700 con Montevarchi appena fuori del cofine diocesano meridionale

“Sono in Montevarchi due Proposti et Chiese, che l’ una si riferisce a Mons. Vescovo di Fiesole, et l’altra a Mons. Vescovo d’Arezzo la quale divisione di spirituale, ha cagionato et cagionerà sempre in ogni occasione (ancor che piccola) molta alterazione, stante massime la poca intelligenza et la quasi universale poco ben volta disposizione della terra verso il Proposto della Diogesi Fiesolana. Da questi due diversi principij nascono e sono nutriti molti de sudetti mali humori, et rimane sempre aperta una porta a i rinfrescamenti loro, et sono queste due Chiese l’ adentellato per fabbricar sempre novelli appoggi a seditiosi.

Et è accaduto l’ anno passato quello che prevede dover accadere il futuro, per che sendo che non concordorono la Terra col Proposto nella elezione et deputazione del predicatore indussero il Proposto di Cennano a domandar licenza et facoltà al suo Vescovo di Arezzo di poter mettere la predica nella sua Chiesa, come seguì (non consapevole come io credo che fusse la domanda più gara che zelo) per il che ne rimase incontinenti la Terra in due parti divisa, ciascuno facendo brogli et conventicole per tirare la Terra a Cennano, et tanto apertamente che non mancorno de belli humori che per far onta, andavano sonando la mattina un campanello chiamando alla predica di Cennano, che così si chiama quella Chiesa; Attioni tutte pericolose di qualche tafferuglio, il tutto mi è parso rappresentare alla molta prudenza dell’ A. V. presentendo la solita dissensione nella Deputazione del Predicatore per il futuro anno perchè la Terra domanda un Cappuccino et il Capitolo ha fermato i Padri della Riforma. Questa diversità d’ humori ha preso por freschi accidenti tanto piede, et è cosi nutrita dalla bizzaria di alcuni pochi che non può esser lontana molto qualche grave pericolosa rottura, che è per tirarsi dietro tutta la Terra, come che gl’uni et gl’altri delle sudette parti sono con largo parentado et aderenze.

A questo futuro mal incontro puote forse esser bastante remedio, la sola espressione fatta da Mons. Arcivescovo per che non si permetta predica in Cennano, si come per avventura collegherebbonsi gl’ animi delle parti et smorzerebbonsi le faville di qualche incendio mediante la colleganza di alcun parentado, all’ effetto del quale concorrono hoggi più particolari tra la casa del Proposto e quella de Manzini ambe case di molta larghezza di congiunti, perchè in quella vi è la sorella fanciulla in età nubile et nell’ altra giovane et garzone che la casa de Manzini è per redare, col quale novellamente il Proposto ha havuto briga con l’ arme alla mano, che ha poi rinovellato l’antiche inimicizie tra la casa de Nacchianti et Finali, onde é stato ultimamente necessario fermarle con tregue d’ ordine dell’A. V.”

La pubblicazione di questa Relazione, estratta dal codice CI della classe VI de’ manoscritti italiani della R. Biblioteca di S. Marco in Venezia fu sempre un mio vivo desiderio, considernadola come un importante contributo alla storia della nostra Montevarchi; e specialmente per la ragione che poche notizie si posseggono dell’epoca a cui essa si riferisce, cioè tra il cadere del sedicesimo secolo e la prima metà del diciassettesimo. Con un certo sentimento d’intima soddisfazione io penso che  mercè l’ attività dei soci della R. Accademia Valdarnese del Poggio, la ricerca dei materiali per la storia del Valdarno nostro e di Montevarchi, che ne è uno dei centri importanti, ebbe, nell’ultimo decennio, un impulso vigoroso; e se ne ricavarono frutti utilissimi sia nel campo degli studi fisici e morali, sia riguardo a quelli biografici e bibliografici.

Come la copia del documento inedito si trovi nell’ archivio della R. Accademia Valdarnese è dichiarato nella copertina, dove è detto che: La copia presente, ricercata dal Dott. Gio. Batta Dami si ottenne per la diligenza e le cure cortesi dell’ Egregio Sig. Dott. Alessandro Torri, meritissimo attuai Presidente della I. e R. Accademia Valdarnese, nel marzo del 1835,  per fame deposito nell’archivio della medesima. Aggiungo ora che le copie sono tre: quella inviata dal chiaro dantista Prof.  Torri, una che sembra scritta di manodel Dott. Luigi Dami e la terza regalata dalla Signora Sofia Carraresi, che la trovò nelle carte del povero suo marito Cesare. Non so perchè le tre copie presentino piccole differenze, ma sempre differenze; ed io, nel pubblicare questa Relazione, ho preferito attenermi a quella del Torri, sembrandomi non giustificate alcune sostituzioni di parole e certe differenze di grafia.


Il testo delle didascalie è tratto da:: http://www.archive.org/details/RelazioneIneditaIntornoAlPresenteStatoEBisogniDellaTerraDiMontevarchi

Nota: lo storico Ruggero Berlingozzi è scomparso nel 1924.Tutte le sue opere sono adesso di pubblico dominio

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Jan 11

Rauschenfels von Steinberg, Piazza dei Miracoli a Pisa, 1830

Pietro di Fabrizio Accolti (Pisa, 1579 – ?). Pietro era figlio di Fabrizio Accolti che a sua volta era figlio di Benedetto Accolti. Fabrizio era però figlio naturale, cioè illegittimo, dato che suo padre Benedetto era in primis un sacerdote e, per di più, vescovo e cardinale. Fratello di Fabrizio e dunque zio di Pietro fu quel Benedetto Accolti che nel 1564 attentò senza successo alla vita di Pio IV e per questo venne condannato alla forca.

Pietro passò la sua infanzia presso uno zio un pò più responsabile, Ippolito, che lo educò alle lettere insieme ad un altro zio, Marcello, che era segretario di corte presso i Medici.

Nel 1506 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa che frequentò per sei anni fino a che, l’ ultimo dell’ anno del 1602, non dicusse la sua tesi di laurea in diritto canonico e civile. Pietro doveva essere stato uno studente particolarmente brillante se la cerimonia di laurea venne celebrata presso l’ arcivescovado pisano «con grande concorso di persone influenti, di tutto il collegio dei Dottori e di tutto lo studio, alla presenza di Mes. Pietro di Iacopo Accolti lettore d’ Instituta alla Sapienza, di Leonardo di Jacopo Accolti che fino dalla morte di Ippolito aveva tenuto Pietro presso di sè con amore e di Niccola Ricciardi cognato di Leonardo».

Numerosi autori, soprattutto il genealogista Pompeo Litta nel suo Dizionario Biografico Universale pubblicato a Firenze nel 1848, danno Pietro come cattedratico di diritto a Pisa dal 1603 così come i manoscritti della fraternita aretina n. 26 e n. 56 ma, come fa notare anche Berlingozzi, o questa fantomatica cattedra era onoraria oppure si è fatta confusione tra Pietro di Fabrizio e Pietro di Jacopo Accolti professore di diritto civile e canonico nell’ ateneo pisano dal 1601 al 1627. A conferma di ciò starebbe il fatto che nel manoscritto 26 si indica come data di morte di Pietro di Fabrizio il 1627 quando invece in quell’ anno Pietro di Fabrizio era vivo e vegeto mentre quello che era morto era Pietro di Jacopo. Sempre per lo stesso qui pro quo venne in passato attribuita a Pietro di Fabrizio la paternità del trattato “Tyrocinium de jure et justitia” che invece è dell’ altro Pietro.

Gran parte delle notizie relative ai primi anni di vita e alla giovinezza di Pietro Accolti si ricavano dai manoscrtti della Fraternita dei Laici di Arezzo e proprio da uno di questi si ricava la data di nascita di Pietro in quanto in uno dei testi si dice che avesse 44 anni nel 1623. Se sono chiaramente aretine le origini della sua famiglia è invece mistero sul luogo dove nacque e che Ruggero Berlingozzi, suo biografo, argomenta essere stato Pisa. Comunque sia il 1 febrraio 1603 Pietro, di Fabrizio, lasciò la Toscana per andare a Roma dove venne ospitato, dopo quattro giorni di viaggio, dall’ abate, e parente, don Agostino Accolti. Il neolaureato, nella capitale pontificia, cercava un lavoro e tramite il vescovo aretino Pietro Usimbardi riuscì a farsi presentare al cardinale Simoncello, al secolo Girolamo Simoncelli figlio di una sorella di Giulio III e vescovo di Orvieto, che lo assunse e che nel 1604 gli fece avere una rendita annua di 80 scudi pagata dalla sua diocesi. L’ anno dopo, alla morte dell’ ormai vecchio prelato, Pietro si trovò senza lavoro e cercò inutilmente un altro porporato che lo prendesse con sè. Dopo mesi di vane ricerche lo zio Marcello lo richiamò a Firenze dove gli aveva trovato un posto da segretario presso Don Giovanni de’ Medici grazie all’ accosto del capitano Cosimo Baroncelli, maggiordomo di Don Giovanni.

Pietro, rientrato il 30 novembre 1605, a Firenze non rimase neanche due mesi perchè Baroncelli, che era allora stato assegnato dal di lui padrone come suo rappresentate presso la corte francese, il 25 gennaio 1606 lasciò la Toscana per recarsi in Francia e si portò con sè anche Pietro che ebbe così modo di fare vita mondana alla corte di Modena, di Parma, di Mantova, della Savoia per poi infine giungere a Parigi il 5 marzo successivo. E nel 1610 Pietro prestava ancora servizio presso Don Giovanni dato che in quell’ anno, il 7 novembre, i due si trovavano insieme a Venezia.

Nel frattempo lo zio Marcello si adoperò perchè Pietro ricevesse la cittadinanza fiorentina che era conditio sine qua non per poter cominciare un qualsiasi tipo di carriera nell’ establishment mediceo. Il 12 settembre 1611 arrivò la cittadinanza e l’ iscrizione di Pietro nei registri dei cittadini fiorentini presso il quartiere di San Giovanni nel Gonfalone Vaio.

Il palazo pretorio al Galluzzo, Firenze

Nel 1614 si rese vacante la carica di podestà del Galluzzo che venne poi affidata a Pietro che si insediò il 25 luglio 1614 rimanendo in carica per sei mesi e lasciando nel palazzo, alla fine del mandato, il suo stemma in marmo come da tradizione.

Il capitano Baroncelli, che poi era pure genero di Marcello Accolti, fece in modo che Leonardo Spini mettesse per lui una buona parola con sua nipote Leonora figlia del nobile e ricco cavalier Iacopo del senatore Carlo Spini. I due si incontrarono per la prima volta il 14 aprile 1618 presso il Monastero dello Spirito Santo dove Leonora attendeva alla sua educazione. Chè i due si amassero davvero o perchè il matrimonio era combinato subito il 25 aprile 1618 si prepararono le pubblicazioni che vennero affisse in Santa Trinita, per lei, e in Santa Maria Novella per lui.

Tre giorni dopo si celebrarono le nozze che ebbero per testimoni il marchese Manfredi Malaspina e il cavalier Andrea Cioli segretario del granduca. La festa, con l’ obbligatorio banchetto, fu per la Firenze dell’ epoca una specie di evento mondano e vide la partecipazione di ospiti illustri tra i quali il vescovo Alamanni, i coniugi Baroncelli, Leonardo Accolti con la moglie, Maria Baldovinetti Martelli, Cristofano Spini e signora, Giovanna Spini e suo marito, Lorenzo Buondelmonti con la Picchena, Maria Pitti Guidetti e rispettivo consorte, Camilla Spini madre della sposa, Leonardo e l’ abate Spini, il Cioli con la sua dolce metà, Caterina Nerli.

La famiglia Spini, come dono di nozze, regalò ai due coniugi un appartamento nel palazzo di famiglia con tanto di mobili e di servitù tutto a carico loro.

Il primo figlio della coppia nacque il 6 marzo 1619 e gli fu dato il nome di Fabrizio. Al battesimo gli fece da padrino il cardinale Luigi Capponi che però alla cerimonia non poteva essere presente e si fece rappresentare da Ottavio Capponi. Francesco e Leonardo Accolti regalarono al bambino un drappo multicolore di 14 braccia ma il piccolo Fabrizio non sopravvisse all’ undicesimo giorno di vita e morì, pare, di un attacco di “mal caduco” ossia di epilessia. Venne sepolto in Santissima Annunziata dove gli Accolti stavano ultimando l’ abbellimento della cappella di famiglia: la cappella di Santa Caterina nella tribuna della chiesa.

Una cappella che, per inciso, nel 1613 aveva visto opposti Leonardo, Pietro di Iacopo e Pietro e Francesco di Fabrizio Accolti alle figlie del defunto cugino Marcello Accolti che, pur contro la volontà testamentaria del padre, stavano tentando di fermare ad ogni costo il progetto.

Un secondo figlio, di nome Francesco, nacque il 1 febbraio del 1620 ed ebbe come padrino il gentiluomo fiorentino Girolamo Capponi. Il 22 febbraio 1621 venne al mondo Maria tenuta al fonte battesimale da Donato dell’ Antella in rappresentanza del padre il Senatore Niccolò, Auditore e Consigliere di Stato, assente da Firenze per essere a Pisa con la Corte. Il 20 luglio 1623 Pietro e Leonora ebbero un quarto figlio, Iacopo dal nome dell’avo materno Cav. Iacopo Spini, e gli fu compare al battesimo Paolo di Don Antonio Medici. Il 6 febbraio 1624 Leonora dette alla luce Dorotea, il 28 giugno 1626 Camilla che ebbe per padrino Don carlo Tappia e ancora il 2 agosto 1627 nacque Benedetto che morì però il 12 ottobre successivo per, sembra, maltrattamenti da parte della balia; anche lui, come il fratellino, venne sepolto nella cappella di famiglia in SS. Annunziata. La serie dei figli dei coniugi Accolti non si fermò comunque qui perchè si registrano ancora una figlia Caterina figlioccia di Don Pietro Cioli e una Teresa, nata a Livorno nel luglio del 1630, portata al fonte dal Capitano Ottavio dei marchesi Giugni in nome di Don Pietro de’ Medici.

Nove figli a parte, il 29 ottobre 1620 Pietro ottenne la sua prima nomina politica importante da Cosimo II che lo volle per sei mesi nel Magistrato dei Conservatori di Legge. L’ anno successivo il famoso Giorgio Vasari rinunciò alla carica di Ambasciatore della Città di Arezzo presso il Granduca proponendo come suo sostituto Lorenzo suo figlio; ma il Gonfaloniere offrì quel posto a Leonardo Accolti, che rifiutò per i molti uffici già da lui ricoperti. Propose però al gonfaloniere il nome di Pietro di Fabrizio, lo raccomandò agli amici e parenti di Arezzo e lo fece raccomandare dal Cardinale de’Medici; ovviamente su 54 presenti alla votazione del Consiglio Generale del 27 gennaio 1621 ebbe 48 voti favorevoli. La carica, prima di divenire definitiva, gli fu confermata il 6 ottobre 1622 per un altro anno con 41 voti a favore e 8 contrari.

Nell’agosto del 1622 venne eletto al Magistrato degli Ufiziali di Monte e sopra sindaci, ufficio lucroso e di gran prestigio; inoltre il 28 dello stesso mese Pietro fu scelto come tutore legale dei figli di Don Antonio Medici con sei scudi al mese di provvigione. Ancora il 19 giugno del 1625 ottenne per i sei mesi classici l’ incarico di Capitano di Orsammichele e contemporaneamente il granduca, grazie alle buone parole messe per lui dal solito Leonardo, volle che sedesse tra gli “Avvocati dello squittinio degli uffizi di Firenze”.

Carlo Cornaglia, Piazza Varchi a Montevarchi, 1899

Nel 1625 insomma Pietro di Fabrizio era all’ apice della carriera politica e sociale e anche se non più giovanissimo poteva comunque aspirare ad altre cariche magari più prestigiose e quindi più redditizie. Ma una serie di incidenti e di rovesci di fortuna afflissero in modo sostanziale il suo futuro cursus honorum.

In primis vari imbrazzi finanziari. Dovette infatti ricorrere al Granduca e al Magistrato dei pupilli, il tribunale minorile, per ottenere il pagamento delle sue provvigioni come Segretario del defunto Sig. Giovanni Medici rimastogli debitore di 339 scudi ma non ottenne che un decreto del 20 maggio 1622 con il quale si ordinava il pagamento di soli 60 scudi, a condizione di restituirli, ove i creditori dell’ eredità Medici gli impedissero di conseguirli. E il Magistrato dei pupilli volle anche il mallevadore nella persona di Leonardo Accolti che però si prestò volentieri per evitare che Pietro non facesse brutta figura il giorno in cui avrebbe dovuto pagare la gabella della dote di sua moglie.

Poi una brutta caduta di stile. Un pugno assestato ad un soldato nella stanza dell’ufficio dei Nove in Palazzo Vecchio mentre il Magistrato era in adunanza che gli procurò qualche giorno di carcere e gli costò una libertà su cauzione di 500 scudi prestatagli da Leonardo Accolti e da Piero di Girolamo Capponi. Il processo finì con una assoluzione ma l’ immagine pubblica di Piero ne risultò parecchio compromessa.

Infine alcuni dissapori con Arezzo per la sua attività diplomatica lo portarono, il 14 Agosto 1625, a rinunciare all’ incarico. Rinuncia che dal Consiglio Generale venne accettata il 28 dello stesso mese nominando al suo posto Francesco Accorsi. Si capì in seguito che Pietro era stato volutamente “trombato” perchè l’ Accorsi era nipote del Capitano Bombaglino a sua volta intimissimo del Cardinale Medici il quale infatti aveva scaricato Pietro e caldamente raccomandato al suo posto la nomina del “Bombaglino nepote” agli aretini.

L’ establishment granducale trovò comunque una scappatoia onorevole per Pietro. Era all’ epoca pievano di Galatrona, a un tiro di schioppo da Mercatale Valdarno, un fratello di Leonardo Accolti che era anziano ed afflitto dalla gotta e quindi bisognoso di cure ma Leonardo, preso com’ era dagli affari di corte, non aveva potuto mai farsene carico direttamente. Pensò allora di mandarci il nipote e dunque supplicò la Granduchessa Cristina e l’ Arciduchessa Maria Maddalena, tutrici del minorenne Ferdinando II, perchè Pietro fosse nominato potestà di Montevarchi. La supplica ricevette favorevole accoglienza dalle reggenti il 29 dicembre 1626 con emanazione del decreto di nomina il 4 gennanio 1627 con mallevadoria, cioè con assunsione di responsabilità, di Leonardo Accolti, Cosimo Spini, Alessandro Ricciardi e di Gio. Gualberto Passignani.

Pietro Accolti giunse così a Montevarchi il 7 febbraio 1627 con la moglie e tre figli soltanto, avendo lasciato Francesco dell’ età di 7 anni alle cure di Leonardo e di sua moglie. Rimase in carica 6 mesi con assegno di 600 scudi e il seguito di due notai, tre guardie del corpo ed un cavallo di servizio. Alla fine del mandato, dopo aver lasciato il suo stemma sul palazzo podestarile come da prassi, rimase in città o forse a Galatrona fino almeno al dicembre successivo quando compose la “Relazione del presente stato e dei bisogni della Terra di Montevarchi” che è diventato poi uno dei documenti più importanti dell’ intera storiografia montevarchina.

Finì però nella cittadina valdarnese la carriera politica di Pietro che in fondo non aveva che ricoperto cariche per lo più onorarie o al limite puramente consultive. Si dedicò allora a tempo pieno ai suoi studi e si avviò con successo sulla via della scienza e della tecnica tanto che nel 1630 l’ Accolti venne chiamato a far parte di una specie di commissione graducale detta “Servizio dell’ architettura nelle fabbriche di terra e di mare”. Pietro divenne insomma un consulente del governo in temi di innovazione e rinnovazione edilizia con assegno mensile di 10 scudi. Pietro infatti, cultore di meccanica applicata all’ architettura, aveva in passato inventato una serie di migliorie tecnologiche da applicare ai mulini a vento che lo avevano reso celebre tra i cultori della materia. Concentrandosi solo sui suoi studi prese ad interessarsi anche alle scienze idrauliche e arrivò alla progettazione di un “istrumento matematico” per vuotare le acque con la forza dei venti dalle quattro torri del porto di Livorno. Pietro ottenne il permesso del granduca di poterlo sperimentare su una delle strutture e il collaudo del marchingegno ebbe esito positivo. Di qui la nomina consultizia. Si sa che fino 1642 venne ripetutamente chiamato per varie consulenze presso alcuni tribunali di Firenze come esperto di geometria ed idrostatica.

Andrea Mantegna, Ritratto del cardinale Carlo de' Medici, Galleria degli Uffizi, Firenze

In quanto alla sua attività di intellettuale e di artista Ruggero Berlingozzi annota:

Si era acquistata fama grandissima nelle lettere, nel diritto e nelle scienze. Già prima di partire per Roma, il che avvenne, come sopra si vide, il I febbraio 1603 non avendo ancora compiuti i 25 anni, aveva letto due dissertazioni sopra il sonetto del Petrarca: Quando dal proprio sito si rimuove, dimostrando pubblicamente la sua dottrina sull’arte poetica; di che fa menzione anche il Canonico Salvini nei Fasti Consolari.

Però sia che il ‘600, secolo dell’Achillini e del Marini, nel quale e le arti e le lettere decadevano, estrinsecandosi in forme esagerate, esercitasse la sua influenza sullo scrittore; sia che il nostro Accolti fosse per natura disposto all’ ampollosità, è un fatto che lo stile suo si presenta a noi gonfio, pomposo e cortigiano sopra ogni dire. Vedasi la sua orazione Delle lodi di Cosimo II Granduca di Toscana nell’opuscolo posseduto anche dalla nostra Poggiana, stampato nel 1621 dal Pignoni, divenuto rarissimo fin dal principio di questo Secolo; e si riscontrerà facilmente il difetto accennato. Sta bene che Cosimo II fosse un principe saggio, rispettabile ed amante del buono e del bello; ma le sperticate lodi sono, a mio parere, superiori a’ suoi meriti, quando si pensi alla malferma salute, quando si pensi alla gotta che lo tormentava e a molti altri acciacchi, pei quali era costretto a passare molto tempo nel letto durante gli ultimi anni della sua vita. [...]

Volli incominciare a presentar subito il lato men buono dei Nostro, perchè egli offre d’altra parte qualità eccellenti di scrittore e di scienziato; proprio di scienziato nel vero senso della parola, imperocché egli fu versatissimo anche nella matematica e nella fisica, nel disegno, nell’architettura e nella prospettiva, dimostrando così una straordinaria versatilità d’ingegno. Ed in prova di quanto affermo, giova riportare dal Moreni l’articolo che lo riguarda, dal Nelli il numero e la citazione di Lui tra gli scineziati dell’ epoca galileiana, dal Baldinucci il giudizio sommamente favorevole sopra la sua opera maggiore [L' Inganno degli occhi: Prospettiva Pratica].

[...] Già fin dai primi anni della sua vita Pietro Accolti si era fatto conoscere per una inclinazione speciale al disegno ed alla pittura, della quale si dilettava per compiacere con pittture in quadri grandi e piccoli i parenti e gli amici e particolarmente il Principe Cardinale Carlo Medici; e le cose sue erano tanto apprezzate dagl’ intelligenti che gli Accademici del Disegno lo ritennero meritevole di essere ascritto alla loro Accademia; il che avvenne il dì 11 giugno 1613, avendo compagni di nomina molti artisti, tra i quali il Cav. Lorenzo Vasari figlio del celebre Giorgio allora sempre vivente.

Pietro Accolti dunque godè molta estimazione tra gli Artisti del ‘600; e la celebre Toscana Accademia del Disegno allora fiorente, che teneva vivo in Firenze il culto delle arti, nelle quali la città di Dante e di Michelangiolo aveva sempre mantenuto attraverso i secoli il primato, lo nominò nel febbraio del 1621 suo Console per il semestre da marzo al settembre.

[...] A parer mio (e in ciò l’ autorità del Baldinucci del Nelli conforta il mio parere) l’ opera in cui l’ Accolti rifulge sì è “L’ Inganno degli occhi: Prospettiva Pratica” [...]

Il trattato di prospettiva era stato scritto prima in latino, quindi in Toscano, dedicato al detto Carlo de’ Medici con lettera del 30 gennaio 1625 e pubblicato sui primi di agosto del 1625. L’autore ne regalò copia al Granduca, all’Arciduchessa, a Madama, ai principi don Lorenzo e Cardinale Carlo de’ Medici ed a molti letterati, da tutti graditissima, perchè riconosciuta per opera pregevole, la quale gli fruttò il posto di bibliotecario del Cardinale Carlo con la provvisione di 10 scudi al mese; carica rimasta vacante per la morte del Dott. Tommaso Palmerini maestro di filosofia del ricordato Cardinale. E gli fruttò ancora, per la seconda volta, la nomina a Console dell’Accademia del Disegno dai I° marzo al I° settembre 1626, ufficio delicato e importante per risolvere le controversie tra gli ascritti all’Accademia stessa.

Questo trattato incomincia con lo stabilire le norme della visione in linea retta, dell’angolo visuale, dell’opacità e trasparenza dei corpi, dei rapporti di grandezza, dell’ obliquità dei raggi, e di molte altre utili nozioni a chi deve disegnare. Entra poi a determinare le leggi della prospettiva e le regole per mettere in disegno i corpi regolari ed irregolari; il tutto trattato con rigore matematico e confortato da figure che per quei tempi sembrano un vero miracolo.

Un’altra parte riguarda la teoria dell’ombra e della penombra, degli sbattimenti, della riflessione, della rifrazione e della costruzione delle meridiane; ed ove si consideri che le teorie fisiche nel ‘600 erano soltanto conosciute da pochi privilegiati che avevano avuto la fortuna di studiare con Galileo, con Torricelli, col Viviani, col Magiotti, col Borelli e con gli altri dotti del gruppo galileiano; se si consideri che allora le cognizioni non formavano ancora corpo di scienza, rimanevano sparse e custodite presso coloro che le avevano scoperte; deve concludersi che l’ Inganno degl’occhi è opera di grande valore per quell’epoca, e che pone l’ Accolti tra i più chiari ingegni toscani del diciassettesimo secolo. Aggiungi che in questo lavoro non sì riscontra la gonfiezza dello stile come nell’elogio a Cosimo, ma è condotto invece con semplicità di forma, e con tutta quella chiarezza quale si conviene ad un trattato veramente scolastico.

[...] Si sa eziandio che pubblicò la storia latina delle crociate del suo trisavolo Benedetto Accolti dal titolo: De bello a christianis contra barbaros gesto, pro Christi sepulcro et Iudhea recuperandis.

Il testo delle didascalie è tratto dalla biografia di Pietro di Fabrizio Accolti su Wikipedia, l’ enciclopedia libera: http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_di_Fabrizio_Accolti

Per chi invece volesse leggere la, recentemente digitalizzata, biografia originale di Pietro Accolti scritta da Ruggero Berlingozzi nel 1901: http://www.archive.org/details/RelazioneIneditaIntornoAlPresenteStatoEBisogniDellaTerraDiMontevarchi

Nota: lo storico Ruggero Berlingozzi è scomparso nel 1924.Tutte le sue opere sono adesso di pubblico dominio.

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Nov 21
Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Tra il XII secolo e per tutto l’ ancien regime quello della dote matrimoniale di una ragazza nubile era una preoccupazione costante e crescente di tutte le famiglie specialmente le più ricche. E non si poteva fare a meno di versarla perchè rappresentava, in termini giuridici, la liquidazione per il completo e definitivo distacco della ragazza dalla famiglia paterna che così perdeva ogni diritto di accesso all’ eredità. Solo che, almeno per le casate più ricche, la dote rappresentava una spesa notevole. Anche in una piccola cittadina del fiorentino come Montevarchi. Nel 1524 Marietta portò al marito Baldassarre Soldani la somma di 1250 scudi, ne valeva 400 Maria Lucia della Fonte che nel 1544 sposò Agnolo Soldani mentre nel 1592 Francesco Soldani intascò 1000 scudi sposando Francesca Torsoleschi. Gli stessi 1000 scudi vennero pagati dai Fiegiovanni di Firenze a Niccolò Mini per il suo matrimonio con una delle loro figliole.

Anche per monacare una ragazza la famiglia doveva pagare una dote detta appunto “dote monacale” solo che l’ importo di questa oblazione si aggirava tra 1/3 e 1/10 rispetto a quella matrimoniale. Per la precisione Santa Maria del Latte a Montevarchi chiedeva 120 scudi, più spese accessorie, da versare in contanti o addirittura in natura come fece Antonio Dussi, padre di una delle 9 suore del 1573, che liquidò il monastero con 25 staia di grano. E se anche nel 1610 l’ importo della dote venne alzato a 200 scudi per toccare quota 400 nella seconda metà dello stesso secolo, era pur sempre la metà di una dote matrimoniale senza contare che a Firenze, il convento di Santa Lucia, tra il 1500 e il 1546 chiedeva 200-250 ducati mentre a Siena nel monastero di Santa Caterina volevano 200 scudi subito e 500 fiorini per «sopradote, rifornimento e pietanza».

La clausura e il velo erano in pratica una esigenza dei soli ricchi perchè chi non aveva di che pagare le spese di monacazione non poteva entrare in monastero. D’ altra parte la dote, per le famiglie meno agiate, si limitava a un corredo di lenzuola, coperte e tovaglie e, non sempre, pentole e piatti e, a seconda dei casi, qualche spicciolo tant’ è che dei conventi femminili le classi subalterne non ne sentivano l’ esigenza. Per questo i montevarchini avevano fatto presente al granduca che Santa Maria del Latte era «opera santa e buona ma di manco utilità». Era però solo una controtendenza.

A Firenze i 30 monasteri del 1490 erano diventati 63 nel 1574 che da una media di 32,8 monache ciascuno nel 1478 erano passati alle 72,7 unità nel 1552. Nel 1622 la popolazione monastica femminile rappresentava nelle città toscane ben il 20% della popolazione femminile adulta. Montevarchi non era da meno. Anche nel ritardo con cui si versava il dovuto al convento come dimostra questa comunicazione del 1608 tra il segretario del vescovo di Fiesole e la badessa di Santa Maria del Latte: «Verso il principio di Novembre credo che Monsignore sarà costì et potrebbe essere la prima domenica di detto mese, ma per ancora non si può determinare, basti la lo sappia almeno otto o dieci giorni prima, et più se più vorrà, intanto procurerà che il Convento sia soddisfatto dai parenti delle Monache che si devono curare di quanto devono per il Sacramento, a ciò che quando siamo vicini al tempo non si habbia a differire per tale effetto, essendo ferma intentione di Monsignore non venire all’atto della Velatione, se prima non è avvisato che il Convento sia soddisfatto dai parenti di quanto debbono».

George Hardy, La sorella della carità, 1866

George Hardy, La sorella della carità, 1866

«Reverenda Badessa, quelle di dieci anni non si possono vestire in modo alcuno, bisogna che aspettino di havere l’età conveniente» scriveva a Contessina Cavalcanti il vescovo di Fiesole Francesco Cattani da Diacceto il 4 gennaio 1574. Santa Maria del Latte era stato preso letteralmente d’ assalto dalle richieste di monacazione da parte delle benestanti famiglie cittadine, richieste che talvolta rasentavano l’ assurdo come quella di Pier Giovanni Corsi che nel 1594 mise in monastero sua figlia di soli 7 anni. Anche se si potevano prendere i voti solo ai sedici anni compiuti, chi non aveva ancora l’ età veniva comunque affidata alle monache “in serbanza” e in serbanza ce n’ erano, fin da subito, almeno sei. Le 9 suore del 1573 erano già diventate 25 l’ anno dopo e se il vescovo nel 1574 autorizzò il monastero ad elevare a 40 le sue ospitande.

Il 14 settembre 1598 la superiora Lucrezia Lapini, la prima badessa montevarchina, scriveva al vescovo: «Reverendissimo Monsignore, stamattina è venuto a me Goro Bazzanti quali vi ha due sorelle monache e vorrebbe mettere una sua sorella pichola in serbo nomata Lucia di età di anni incirca nove quale non ha padre ne madre e non la vuol tenere».

Nella lettera la badessa indicava che Goro Bazzanti si era addirittura detto disposto a «darli più di cento piastre» per la dote purchè se la prendessero tanto, come indicò successivamente la superiora, «desidera grandemente esser delle nostre». E ancora presentava la faccenda di Lucrezia di otto anni «la quale è volontaria» che era figlia del fratello della superiora Messer Andrea Lapini. D’ altra parte se il vescovo autorizzava l’ operazione, con quei soldi si poteva concludere l’ acquisto di un podere da 1000 scudi: «del che prego Vostra Signoria Reverendissima si contenti, essendoci luogo che siamo con le accettate 37 e poi aviamo per levarci da fare una compera di mille scudi e non possiamo far di meno perché è la metà di un podere che comprormo già nove anni fa».

Ancora più sconvolgente il caso di Lionarda Catani a cui era morto il padre e che aveva avuto in eredità da suo zio 800 scudi di dote. I fratelli avevano deciso di farla monacare così, pagati i 120 scudi di ingresso, avrebbero potuto tenersi il resto del lascito. Prima misero la piccola “in serbanza” a Sant’ Angelo alla Ginestra poi, perchè ancora la bambina non era in età di prendere i voti e quindi di rinunciare alla dote mentre loro il gruzzolo lo volevano incassare subito, si erano rivolti a un monastero palesemente più accondiscendente e infatti la Lapini, il 12 marzo 1600, chiedeva al Vescovo se avesse potuto rinunciare lui agli 800 scudi al posto della bambina: «Molto Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore, non essendo il numero prefisso et avendo dei luoghi, ci viene offerta una fanciulletta di età di anni 12 e per nome Lionarda figliola di Catano Catani la quale [...] desidera monacarsi nel nostro Monastero e perché detta rimase già senza padre et un suo zio le lasciò per virtù di testamento per sua dote scudi 800 e avendo dei fratelli li quali non li vorrebbe dare se non è el solito Monastero e perché detta non è in età di fare la renuntia di detta dote, li suoi fratelli desiderano che detta renuntia la faccia el Capitolo, del che preghiamo Vostra Eccellenza Illustrissima se si può fare tal renuntia [...] così come si fa sapere come l’è stata due anni in serbo nel Monastero di S. Agnolo fuori di Montevarchi a ciò Vostra Signoria Illustrissima vede se questo ci è di impedimento o ostaculo».

E la badessa il 22 marzo successivo tornava alla carica: «Molto Illustrissimo et Reverendissimo Monsignore, desideriamo da Vostra Signoria Illustrissima la risposta di quelle fanciullette che vi sono ultimamente a ciò si possa dare esito al fatto su l’entrare, che avia alle mani un comodo di una compra in fra le nostre [proprietà] utilissima e similmente Andrea Burzaglia desidera di acciettare per conversa qui nel nostro Monastero una sua nipote per nome Aurelia quando a Vostra Signoria Illustrissima piaccia dar licentia».

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

In base alle nuove disposizioni in materia di monachesimo dettate dal Concilio di Trento per tentare di mettere un freno alle monacazioni facili, doveva essere il vescovo ad accertarsi che le candidate scegliessero la vita religiosa volontariamente e non perchè costrette dalla famiglia. Ma, almeno nel caso di Montevarchi, quasi mai era il vescovo a farle: «Reverenda Badessa, per fine di gennaio prossimo passato scrissi a Vostra Reverentia in risposta della sua che commetteva a Messer Alessandro Ciaperoni che non potendo a quei tempi né io né mio Vicario venire ad esaminare la figlia di Antonio del Traversa, la esaminassi egli a nostro nome convenendo commettere tale examine al Confessore ordinario del Monastero. A dì primo di febbraio 1575, il Vescovo di Fiesole»

Più spesso toccava al proposto di Sant’ Andrea a Cennano o a quello della Collegiata:

« A dì 4 novembre 1656
La Reverenda Suora Caterina Gratia Catani fu da me Infrascritto esaminata il dì 4 corrente.
Prima sopra l’età sua, la quale rispose che finisce anni 18 ani 30 del presente mese di novembre.
Secondo, interrogata sopra l’anno della probatione rispose e disse esser finito già alli 30 di ottobre prossimo passato 1655.
Terzo, interrogata sopra i Voti et Ordini del Monastero rispose sapere molto bene et ordini et voti di detto Monastero e cioè che è obbligata osservare voto di Castità, di Povertà e di Religione.
Quarto, ancora esaminata sopra la libera volontà di far professione, rispose e disse che era sua libera volontà e non persuasa e non forzatamente vuol fare la solenne professione et altro secondo determinò il Sacro Concilio di Trento.
In quorum fide Ego Federicus Ballantinus Propositus S. Andree a Cennano»

« A dì 19 ottobre 1662
Esamine da me infrascritto fatta alla Caterina di Francesco Dami per pigliare l’Abito della Santa Religione et prima:
Int. Quanti anni hai?
Res. Io fornisco 17 anni a Ogni Santi.
Int. Sel sia Cresimata et quanto tempo sia.
Res. Io sono Cresimata, ma non ricordo quanto tempo è.
Int. Se sappi leggere et dove babbi imparato.
Res. So leggere et ho imparato avanti che entrassi in Convento et nel Convento.
Int. Se per esser stata in Convento sappia ordinar l’Offitio Divino.
Res. Non lo so ancora ordinare bene.
Accennata che trovi un Salmo di Feria VI’ di Vespro et una lecitione della Feria V° della Domenica V° d’Agosto.
Lesse l’uno et l’altro con sentimento.
Int. Se sappi l’ordini et le costituzioni del Monastero.
Res. Che per essere stata sopra un anno esserne informata benissimo.
Int. Chi l’abbi indotta, consigliata o sforzata o subornata a farsi religiosa?
Res. In nessuno essere stata indotta né consigliata né sforzata né meno subornata ma essere stata sua propria volontà. Int. Quello che pensa di avere a operare quando sarà Religiosa?
Res. Devo servire a Dio in conformità dell’altra Religione et sposarmi con la Chiesa e Cristo.
Matteo Lieti Confessore del Convento e Proposto della Collegiata»

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Che Santa Maria del Latte fosse diverso dal vicino Monastero della Ginestra era evidente non solo nei differenti approcci alle acquisizioni di nuove sorelle: molto spregiudicato il primo e più canonico e regolare il secondo. Ma Santa Maria si distingueva anche per una clausura molto più blanda del normale, per non dire del consentito, la cui fama, sotto forma di miti e leggende paesane, è viva ancora oggi.

Se ne fece per prima portavoce Contessina Cavalcanti che, chiaramente su richiesta di interessati, domandava al vescovo di mantenere aperta una porta tra la chiesa, aperta al pubblico, e la clausura pur essendo vietato dalle disposizioni conciliari pena la scomunica.  «Madre Badessa, tengo la vostra et udito quel che scrivete a Messer Francesco, il che è vero, che vi amo nelle viscere di Gesù Cristo et perché io vi voglio bene mi sa male di contristarvi e non vorrei havere a negarvi quel che mi chiedete contro a quel che io penso essere a salute dell’anima vostra e conservazione anzi aumento della vita religiosa et perché io so che haver la porta che entra in chiesa et usarla è contrario a questo perciò vel ho negata benché con mio dispiacere pensando che ve ne dovevate contristare. Ma io non vorrei che per sì poca cosa vi contristaste tanto che ve ne ammalaste non che moriste anzi vorrei che supponendo quel che confessate a Messer Francesco pensaste che io ve lo nego et quando non ci fosse altro bene questa era a bastanza che voi non rimanesse scomunicata perché il Papa scomunica chi rompe la clausura et la chiesa de’ secolari non è clausura adunque chi viva senza licenza è scomunicato».

Nel 1577 il vescovo si lamentava con la superiora per l’ uso delle novizie di passare del tempo fuori dalla clausura: «Reverenda Badessa, è ragionevole che quelle fanciulle di che Vostra Reverentia mi scrive havendo a monacarsi entrino prima a prova, et a tale effetto dò loro la licentia [...] ricordando che non haviate poi a disputar coi i parenti del dare et havere: et che significhino loro che io non mi contento che le accettate stiano tanto fuori dal Monastero come par che usino costì».

Isabella Bazzanti, nel 1609, voleva «il giorno del suo vestimento uscire per andare a desinare a casa di suoi parenti» neanche che prendere il velo fosse come passare a comunione.

Il titolo e il commento alle foto sono tratte da: http://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santa_Maria_del_Latte

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