Sep 07

Veniamo ora a S. Bernardo ed alla sua celebre lettera indirizzata ai canonici di Lione. In essa rimprovera il Santo con infocato zelo ai suddetti canonici che senza I’ autorità della Sede Apostolica avessero istituito una novella festività che il rito ecclesiastico non conosce, non approva la ragione, l’ antica tradizione non raccomanda : che se pur voleva celebrarsi, era da consultar prima l’Apostolica Sede, né così a precipizio e senza consiglio seguir la semplicità di pochi imperiti. E segue sforzandosi di persuadere con argomenti non potersi dire con verità che fosse immacolata e santa la concezion di Maria.

Non è meraviglia che al primo farsi a disaminare un domma, per dir così, ancora intatto alla scienza teologica, la ragione umana non vedesse chiaro; e per la confusion de’ concetti necessarii a distinguersi non discernesse la verità : e a noi sembra conforme a ragione il dire con riverenza, e senza farne gli stupori, che S. Bernardo in sì fatta quistione prendesse abbaglio, confondendo la santità del frutto concepito con quella dell’operativo concepimento. In questa’ sentenza convien dire che il S. Abate incolpava a torto i canonici di Lione di fare oggetto di festa non la santità originale dell’ anima di Maria Vergine, ma la propagazione della sua carne : come pure a torto incolpavali di avere istituito un culto non raccomandato dalla tradizione e non autenticato dalla Chiesa Romana. Perciocché il culto della Vergine Immacolata era già da più secoli in vigore, come sopra dimostrammo, e la Chiesa di Lione avevane avuta speciale conferma vent’ anni addietro dal romano Pontefice: ciò che consta da autentici documenti in quella Chiesa conservati.

Del resto ben si può dire che il santo dottore Bernardo non avrebbe più efficacemente cooperato a dimostrare la verità dell’ Immacolata Concezione propugnandola apertamente, di quel che fece manifestamente oppugnandola. Di tanto peso era nella Chiesa l’autorità dell’ Abate di Chiaravalle, che se quella credenza fosse stata opinione umana , e non insegnamento divino , dall’ opposizione ch’ egli le fece non potea non essere soffocata ed estinta.

Ma la verità rivelata più contraddetta più splende a guisa di rubesto incendio che l’ acqua versata a smorzarlo più gagliardamente rinfiamma. Alzò la voce contra la credenza e la festa dell’ Immacolato Concepimento l’oracolo de’ Pontefici, l’ arbitro de’ sovrani, il pacificatore delle città, il commovitore e il condottiero de’ popoli : e i Pontefici, i regni, i popoli viepiù si confermavano in tal credenza, e la festa ne celebravano con viemaggiore frequenza e solennità.

I più grandi veneratori di Bernardo sursero a contraddirgli : e mentre egli ancor vivea fu scritto il libro De conceptu Virginis a difesa dell’ Immacolata Concezione contro le argomentazioni di lui nella sua lettera ai canonici di Lione: al quale opuscolo anonimo (che forse la riverenza del S. Abate vietò all’ autore il porvi in fronte il suo nome) non si sa che facesse Bernardo alcuna risposta. Il qual silenzio in un uomo pieno di tanto zelo ed efficacia, non si può spiegare in altra maniera che supponendo avere i canonici di Lione dimostrato al S. Dottore che essi coll’ autorità del romano Pontefice celebravano quella solennità, ovvero ammettendo che da Roma medesima a cui il Santo quella sua lettera pienissimamente assoggettò, fosse stato chiarito intorno al vero senso della festività e della tradizione.

Lui morto, poi Nicolò monaco di S. Albano (stato già suo discepolo) combattè in un somigliante trattato quella medesima lettera ; e Pietro Cellense monaco di Chiaravalle che per amor del maestro volle prenderne le difese, ben presto dalla verità conosciuta fu costretto ad abbandonarle, convenendo col monaco di S. Albano che Maria dovea credersi nel suo concepimento Immacolata : solo in ció difendendo il sentimento di S. Bernardo, che non dovea celebrarsene la festa senza l’approvazione della Sede Romana.

Intanto si dilatava ogni dì più la divozione de’ popoli nel festeggiare l’Immacolata Concezione ; e nelle Gallie singolarmente si propagava con incremento sì rapido, che in men di due lustri da che si cominciò solennizzare in Lione appena fu più Chiesa del regno cristianissimo in cui non si celebrasse tal festa. Di che ci fa pienissima fede un documento riferito dal Martene e dice così: « L’ anno dell’incarnazione del Signore 1154 noi Attone priore del monasterio di S. Pietro della regola, presente il sig. Vescovo di Vaison Guglielmo Arnaldo, con approvazione di tutto il nostro Capitolo, ordiniamo che la festa della Concezione della beata Madre di Dio Maria, la quale ormai per tutta la Francia devotissimamente si celebra da tutto il popolo cristiano, anche da’ nostri Fratelli e da tutto il popolo sia d’ ora innanzi con venerazione solennizzata. » E dalla vetustissima cronaca di Rouen, citata ivi medesimo dal Martene, abbiamo che in quella capitale di Normandia l’ anno di Cristo 1197 la festa della Concezione della Vergine fu celebrata con una processione solenne: e crebbe a tanto fervore la pietà de’ buoni Normanni in onorare la Vergine Immacolata, che a diffondere il culto del suo santo concepimento la città di Rouen istituì un’ Accademia , ove il fìor degl’ ingegni di tutta la nazione insieme adunato sacrò i pensieri e lo stile ad esaltare l’ original santità e la perpetua immacolatezza della Santa Madre di Dio : nuova e felice istituzione per cui la festa della Concezione Immacolata venne ben presto in tal rinomanza presso quel popolo che si chiamò da’ suoi precipui veneratori Festività de’ Normanni.

Pochi anni più tardi, cioè nel 1215, avendo i Legati di Papa Innocenzo III presso Filippo Augusto Re de’ Franchi « Galone cardinale e Simone » fatto conoscere ai Vescovi di quel reame esser volontà del S. Padre che si festeggiasse la Concezione di Maria, fu subito celebrata con rito solenne dalla Chiesa di Reims, e in breve tempo da tutte le altre Chiese di Francia.

Di quella stagione medesima ci offrono le memorie di S. Domenico un fatto che dimostra non meno la fermezza della comune credenza nell’ Immacolata Concezione, che lo zelo ardente di quel Santissimo Patriarca de’ Padri Predicatori nel propugnarne la verità. Soleva l’ apostolico uomo nelle sue disputazioni cogli Albigesi portar descritte in una carta le antitesi cattoliche de’ loro errori, non so se ad accrescer precisione ed evidenza alle sue dimostrazioni, o ad aver sempre pronta alla mano una professione di fede acconcia a far abiurar l’ errore a quei che mossi e convinti dalla sua predicazione chiedessero di far ritorno alla Chiesa cattolica.

Or ostinandosi un tal dì gli eretici a negar pertinacemente la verità dimostrata, e richiedendo al Predicatore che a far prova della veracità della sua dottrina gittasse al fuoco quella carta in cui ne tenea notati i capi, gli crederebbero, se la fiamma non l’abbruciasse: il Santo si senti spirato da Dio a far credenza al vero coll’ evidenza innegabile d’un miracolo. Fatto accendere il fuoco, diede alle fiamme la carta: la quale rimanendo illesa ed intatta sotto gli occhi di tutti, sana ed intera ne la ritrasse. E in quella carta, fra le altre proposizioni cattoliche opposte alle bestemmie degli Albigesi contro la S. Madre di Dio, era ancor questa : « Come il primo Adamo fu da Dio formato di terra vergine e non ancor maledetta , così convenne che si facesse nel secondo Adamo che è Cristo , la cui terra, cioè la Madre Vergine, NON FU MAI MALEDETTA ».

Tanto era a cuore a quel massimo venerator della Vergine e maestro al popolo cristiano del venerarla, che non si credesse di lei che fosse mai soggetta a maledizione di colpa: e tanto certa era ne’ cattolici di quel tempo quella credenza, che la sentenza contraria si combattea negli eretici come empietà.

Vero è che Pietro Lombardo, maestro delle sentenze, e dopo lui non pochi degli antichi scolastici parvero impugnare la verità dell’immacolato concepimento. Ma, se ben si riguarda, quel che in contrario ne dissero non si oppone a quello che ne crede la Chiesa. E di verità, non può dirsi che negassero concepita in grazia la Vergine coloro che, negandone immacolata la concezione , per concezione intendevano la prima incoazione del feto in seno alla madre, secondo la comune sentenza degli antichi, precedente di non corto spazio di tempo l’animazione di quello.

Né vuol credersi che intendessero di negare santificata nell’ anima la Vergine fin dal primo momento della sua esistenza con quella argomentazione che adoperavano a dimostrare che andò soggetta al vizio d’origine, ed è che essendo cagione del trasmettersi da’ genitori nella prole il peccato originale, l’esser quella generata secondo la comune legge, cioè con quella inobbedienza del senso alla ragione che nacque dalla inobbedienza della ragione a Dio, come insegnano Agostino e Bernardo, e non essendo stata Maria generata altrimenti, non andava esente dall’infezione comune, e dovea contrarre la colpa originale. Conciossiachè dovessero pur discernere che ben poteva Iddio lasciar sussistere la cagione del peccato, e sospenderne ed impedirne l’effetto, santificando quell’anima ch’egli spirava prima che nell’ unirsi alla carne in sé ne contraesse la macchia, antivenendo colla graziata natura: appunto come senza estinguer le fiamme in che erano avvolti preservò dall’incendio i tre fanciulli babilonesi, spirando intorno ad essi un’ aura di refrigerio.

Anzi neppur coloro che affermavano di Maria che non fu immune dalla infezione d’origine, ma contrasse da’ genitori la colpa, si dee giudicare per ciò solo che non credessero santo ed immacolato il concepimento di Lei: perché con quelle parole non fu immune altro non intendeano significare se non che, germinando Maria dalla stirpe viziata del primo padre, dovea naturalmente ritrarne in sé le ree qualità: ma il non essere stata esente dal comun vizio per diritto di nascita non fa che la Vergine non potesse esser fatta esente per favore di Dio; e se non fu immune e franca dal peccato d’origine per condizione del nascimento, ben potè esserne francata per grazia.

Per simil modo quel che si trova detto alcuna volta presso gli antichi che Maria contrasse il peccato di origine, a chi ben discerne la proprietà del loro linguaggio, non dice che il peccato originale fosse mai nell’ anima di Maria. E di vero, l’ esser formale del peccato di origine è la nudità della grazia santificante: or i genitori della Vergine, quantunque santificati, non poteano, come non posson ora i fedeli, generar di sé una natura santa; non essendo piaciuto a Dio di ridonare a’ redenti il privilegio perduto dal primo padre di generare in grazia i figliuoli ; e quindi è verissimo il dire che da’ suoi genitori ricevette Maria una natura spogliata e nuda della grazia originale, o in altri termini, che trasse da’ parenti l’originale difetto. Ma ciò non toglie che Iddio adempisse cotal difetto con la sua grazia, rivestendone l’anima di Maria nell’ atto medesimo di crearla, talché non sentisse i danni della paterna miseria; e così d’un figliuolo di padre povero con verità si direbbe che dal suo genitore non redò altro che la povertà, quantunque prima ancora di nascere fosse stato adottato erede da ricchissimo principe.

Più indubitato ed incontrastabile, è l’insegnamento dei Dottore Serafico, cioè di quel Giovanni Fidanza da Bagnorea, che la graziosa ed amabile gentilezza del Poverello d’Assisi fé suo fin dalle fasce chiamandolo carezzevolmente Bonaventura, non senza pronostico del gran pro che da lui verrebbe non meno all’ Ordine de’ Minori da lui illustrato in ufficio di Generale , che a tutta la santa Chiesa cui egli dall’ alto seggio di vescovo cardinale illuminò coll’ esempio e colla dottrina. Nel sermone II de Beata Maria, che si legge nel III tomo delle sue opere, così egli ragiona della Vergine e Madre : « La Signora nostra fu piena di grazia preveniente nella sua santificazione, cioè di grazia preservativa contro la macchia della colpa originale, la quale avrebbe contratto pel vizio della natura, se da grazia speciale non fosse stata prevenuta e preservata. Imperocché non fu immune dalla colpa originale altri che il figliuol della Vergine ed essa Vergine madre di lui: dovendosi credere che con nuova maniera di santificazione lo Spirito Santo nel primo inizio del suo concepimento la redimesse dal peccato originale (che in Lei non fu, ma sarebbe stato) , e per grazia singolare la preservasse ».

E poiché ne’ primi suoi scritti egli avea mostrato di dubitare alcun poco dell’immacolatezza e santità del virgineo concepimento , non si tenne pago di confessarlo esplicitamente nelle opere che scrisse di poi; e nel Capitolo de’suoi Frati da lui Ministro Generale adunato in Pisa l’anno 1263 ordinò che per tutta la Religione se ne dovesse solennizzare la festa, come riferisce il Waddingo ne’ suoi Annali. E quindi ebbe principio nella Religione di S. Francesco quella parzialissima divozione all’ immacolato concepimento, e quel zelo fervidissimo nel difenderlo, per cui fino a’ dì nostri fra tutti gli Ordini della Chiesa si segnalò.

E ad un religioso Francescano si deve quella prima e sì famosa vittoria della pia sentenza dell’ immacolato concepimento , di cui a memoria d’ uomini non riportò la più trionfale alcuna opinione o sentenza propugnata colle sole armi del raziocinio : allorché , prevalendo nell’ Università di Parigi la contraria opinione che facea la Vergine concepita in peccato, discese nell’ aringo a combatterla Giovanni Duns dal paese ove nacque chiamato Scoto. Infocato egli di santo zelo dell’onor di Maria, con immenso conato e mirabil arte d’ingegno armò la dialettica faretra di ottantatrè argomenti, e venuto a fronte degli avversarii del virginal privilegio, di tal forza e maestria li scoccò dal siìlogistic’ arco , che non un solo ne diede in fallo, o non fé pien colpo. La sua non fu vittoria , ma trionfo ; né tanto suo, quanto della Vergine : e tanto più glorioso e più bello, perché i trionfali avversarii si cambiarono in difensori della Concezione immacolata; e d’ allora innanzi niuno potè altrimenti venir ammesso fra’ dottori della Sacra Facoltà parigina , se prima non si obbligò con fede di giuramento a propugnare insegnando la pia sentenza. La quale in brevissimo tempo divenne comune sentenza delle scuole cattoliche, tanto che le più celebri Facoltà d’ Europa , gareggiando in ardenza di devozione e di zelo con la Sorbona , astrinsero i lor dottori a giurare di difender sempre alla Vergine il singolar privilegio : nel che, come era degno della pietà spagnuola , fu insigne fra tutte l’ altre l’ Università celeberrima di Salamanca, i cui professori prometteano solennemente di sostenere la verità dell’ immacolato concepimento , se fosse uopo , sino allo spargimento del sangue.

Ma se di tal vittoria fu tragrande il frutto , non fu diuturna la pace che ne segui. Dopo che il B. lacopo da Varazzo (o come suoi dirsi latinamente Varagine) , maestro Generale de’ Domenicani ed Arcivescovo di Genova, in tanti luoghi de’ moltissimi suoi sermoni in lode della Vergine avea celebrato la perpetua mondezza e la ingenita santità di lei, si levò contro il virgineo privilegio una voce, il cui frastuono si perpetuò per più secoli. Giovanni di Montesono, ossia di Monson, in Ispagna, per essere addottorato nell’ Università di Parigi, si mise in animo di sostenere in pubblica disputa: Essere espressamente contro la fede che Maria Vergine Madre di Dio non contraesse il peccato originale. Malagevol cosa sarebbe il voler descrivere quanto gran romore levasse questa singolare opposizione all’ universale sentenza de’ Cattolici. La sacra Facoltà di Parigi ne fu si offesa, che proscrisse solennemente la tesi del Montesono.

Adunatosi alcuni anni dappoi il Concilio di Basilea, si proposero i Padri che riconvennero di terminare la controversia ; e a tal fine commisero al Cardinale di Torquemada di raccogliere le testimonianze degli antichi dottori sopra questo punto, per farne relazione al Concilio : sostenendo in esso le parti di difensore dell’ Immacolato Concepimento Giovanni da Segovia teologo francescano , oratore del re cattolico. Ma prima ancora che si venisse a trattare la questione proposta, I’ adunanza di Basilea non fu più Concilio , perocchè separata, per l’ ostinata sua disubbidienza, dal Capo della Chiesa, senza il quale non può essere Concilio : oltre di che moltissimi Vescovi e quasi tutti i Cardinali se ne partirono, riunendosi intorno al Sommo Pontefice Eugenio IV nel Concilio ecumenico in Firenze.

Ciò non pertanto i rimanenti , presedendo ad essi il Cardinal Barles , non vollero disgregarsi prima di aver munito del loro suffragio la causa dell’ Immacolata Concezione ; e , per opera singolarmente del dotto e fervido Segoviense pubblicarono un decreto sapientissimo, che fa increscere a chi il rilegge che fosse fatto da un’assemblea priva di legittima autorità. Nè noi vogliamo lasciare di qui trascriverlo perché ci dimostra che in quel tempo già era e si chiamava antico l’ uso della Chiesa Romana di celebrar la festa della SSma Concezione: e quindi si mostra vero quel che ci testifica il P. Stronzi nella sua controversia della Concezione considerata storicamente, che i Papi Nicolo II e Clemente V la solennizzavano insieme coi Cardinali con quelle funzioni sacre che sogliamo comprendere nel nome di Cappella Papale.

Il decreto adunque del Sinodo di Basilea è del tenore seguente: « Noi diligentemente considerate le autorità e le ragioni che già da più anni nelle pubbliche relazioni dall’una parte e dell’altra sono state allegate dinanzi a questo santo Concilio, e vedutene altre moltissime sopra questo punto medesimo, e con matura considerazione ponderate, definiamo e dichiariamo quella dottrina che dice la gloriosa Vergine Madre di Dio Maria , preveniente ed operante una singolar grazia del divino Spirito, non aver mai soggiaciuto all’ originale peccato, ma essere stata sempre immune da ogni originale ed attual colpa , e santa ed Immacolata , esser dottrina pia e consonante al culto ecclesiastico, alla fede cattolica, alla retta ragione e alla Sacra Scrittura ; e però da tutti i cattolici doversi approvare , tenere ed abbracciare ; e non essere più lecito a chicchesia di predicare o insegnare in contrario : rinnovando inoltre l’istituzione di celebrare la santa Concezione di lei, che tanto nella romana , quanto nelle altre Chiese il dì 8 Decemhre per antico e lodevol costume si celebra , decretiamo ed ordiniamo che questa medesima celebrità si festeggi nel dì predetto in tutte le Chiese , Monasteri e Conventi della cristianità sotto il nome della Concezione ».

Intanto la controversia eccitata dal Montesono diventava di giorno in giorno più viva ed infocata. A cessare queste dissensioni dalla Chiesa di Dio giudicò di dovere alzare l’ apostolica voce il Pontefice Sisto IV : e come da un dottore Francescano venne alla pia sentenza la prima solenne difensione della scienza , così da un Pontefice Francescano le venne la prima solenne protezione dell’ecclesiastica autorità. Adunque quel degnissimo figlio di .S. Francesco , pontefice per dottrina, pietà, zelo di religione a magnificenza pari a’ più gloriosi, l’ anno 1477 publicò una Costituzione, in cui loda e commenda la pia sentenza che fa la Vergine Madre fin dall’ origine Immacolata e santa ; e affinchè meglio si onorasse questo mistero con annua solennità; approva l’ officio proprio della Concezione Immacolata composto da Leonardo Nogaroli veronese, prelato palatino ; e concede larga indulgenza a chiunque lo recita, o assiste alla messa della Immacolata Concezione.

E poiché, a dispetto di questo apostolico editto in favor della pia sentenza, non mancò chi osasse , in un trattato a stampa chiamarla erronea, eretica ed empia , sostenendo che peccavano mortalmente ed erano eretici quanti la tenevano o l’insegnavano ; il medesimo Sisto IV ne represse l’ audacia con una seconda costituzione dell’anno 1482, la quale confermò l’ anno appresso con una terza, in cui vieta sotto pena d’ anatema di predicare contro la dottrina dell’Immacolato Concepimento, o contro i suoi difensori e veneratori.

Non venne meno con la morte di Sisto l’ apostolica protezione alla pia sentenza e a’ suoi sostenitori. Alessandro VI, Pontefice devotissimo della Vergine, che con ogni larghezza di spirituali favori e con raccomandazioni caldissime universaleggiò nella cristianità quella piissima e dolcissima usanza di salutare Maria colle parole dell’angelo al rintocco de’ sacri bronzi

E quando nasce e quando more il giorno,
E quando il Sole in ciel più caldo ferve,

confermò con sua costituzione un Ordine di Religiose istituito in Ispagna a questo precipuo fine di onorar con perpetuo culto l’Immacolata Concezione di Maria Vergine ; e rinnovò con suo editto le tre costituzioni di Sisto , comandandone l’ osservanza sotto la comminazione delle più gravi pene che a’ figliuoli indocili soglia infligger la Chiesa.

Giulio II Successor d’Alessandro riconfermò la predetta Religione delle Veneratici perpetue dell’ Immacolato Concepimento , e volle che vestissero del colore del cielo a significar che la Vergine fu cosa tutta celeste a creatione sua, e nulla ebbe in sé del vizio e della maledizione terrena. E quindi è che la Chiesa di Siviglia in Ispagna, per antichissimo privilegio confermatole da’ Sommi Pontefici , nella solennità della Concezione veste di color cilestro i suoi sacerdoti e leviti, confessando coìi la sempre incontaminata purezza e l’ origine tutta santa e celestiale di Maria Vergine anche coll’ esteriore ornamento de’ ministri del Santuario.

(Sarà continuato)

I testi sono tratti da “Cenni storici intorno al domma dell’ Immacolata Concezione della Madre di Dio, in La Civiltà Cattolica, Anno VI, Seconda Serie, Vol. IX, Roma, 1855. Per leggere il testo completo del saggio: http://books.google.it/books?id=MmwRAAAAYAAJ&pg=PA36&dq=immacolata+concezione&ei=LR-lSt3CAZW-zAT7qZSHCA#v=onepage&q=immacolata%20concezione&f=false

Per una più esaustiva e, decisamente, meno pretesca panoramica storico-ecclesiastica sul tema si rimanda al dizionario omonimo di Gaetano Moroni: http://books.google.it/books?id=FcEAAAAAcAAJ&pg=PA42&dq=immacolata+concezione&ei=LR-lSt3CAZW-zAT7qZSHCA#v=onepage&q=immacolata%20concezione&f=false

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Nov 21
Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Philippe de Champaigne, Ritratto di madre Catherine-Agnes Arnauld, ex voto, 1662, Paris, Musée du Louvre

Tra il XII secolo e per tutto l’ ancien regime quello della dote matrimoniale di una ragazza nubile era una preoccupazione costante e crescente di tutte le famiglie specialmente le più ricche. E non si poteva fare a meno di versarla perchè rappresentava, in termini giuridici, la liquidazione per il completo e definitivo distacco della ragazza dalla famiglia paterna che così perdeva ogni diritto di accesso all’ eredità. Solo che, almeno per le casate più ricche, la dote rappresentava una spesa notevole. Anche in una piccola cittadina del fiorentino come Montevarchi. Nel 1524 Marietta portò al marito Baldassarre Soldani la somma di 1250 scudi, ne valeva 400 Maria Lucia della Fonte che nel 1544 sposò Agnolo Soldani mentre nel 1592 Francesco Soldani intascò 1000 scudi sposando Francesca Torsoleschi. Gli stessi 1000 scudi vennero pagati dai Fiegiovanni di Firenze a Niccolò Mini per il suo matrimonio con una delle loro figliole.

Anche per monacare una ragazza la famiglia doveva pagare una dote detta appunto “dote monacale” solo che l’ importo di questa oblazione si aggirava tra 1/3 e 1/10 rispetto a quella matrimoniale. Per la precisione Santa Maria del Latte a Montevarchi chiedeva 120 scudi, più spese accessorie, da versare in contanti o addirittura in natura come fece Antonio Dussi, padre di una delle 9 suore del 1573, che liquidò il monastero con 25 staia di grano. E se anche nel 1610 l’ importo della dote venne alzato a 200 scudi per toccare quota 400 nella seconda metà dello stesso secolo, era pur sempre la metà di una dote matrimoniale senza contare che a Firenze, il convento di Santa Lucia, tra il 1500 e il 1546 chiedeva 200-250 ducati mentre a Siena nel monastero di Santa Caterina volevano 200 scudi subito e 500 fiorini per «sopradote, rifornimento e pietanza».

La clausura e il velo erano in pratica una esigenza dei soli ricchi perchè chi non aveva di che pagare le spese di monacazione non poteva entrare in monastero. D’ altra parte la dote, per le famiglie meno agiate, si limitava a un corredo di lenzuola, coperte e tovaglie e, non sempre, pentole e piatti e, a seconda dei casi, qualche spicciolo tant’ è che dei conventi femminili le classi subalterne non ne sentivano l’ esigenza. Per questo i montevarchini avevano fatto presente al granduca che Santa Maria del Latte era «opera santa e buona ma di manco utilità». Era però solo una controtendenza.

A Firenze i 30 monasteri del 1490 erano diventati 63 nel 1574 che da una media di 32,8 monache ciascuno nel 1478 erano passati alle 72,7 unità nel 1552. Nel 1622 la popolazione monastica femminile rappresentava nelle città toscane ben il 20% della popolazione femminile adulta. Montevarchi non era da meno. Anche nel ritardo con cui si versava il dovuto al convento come dimostra questa comunicazione del 1608 tra il segretario del vescovo di Fiesole e la badessa di Santa Maria del Latte: «Verso il principio di Novembre credo che Monsignore sarà costì et potrebbe essere la prima domenica di detto mese, ma per ancora non si può determinare, basti la lo sappia almeno otto o dieci giorni prima, et più se più vorrà, intanto procurerà che il Convento sia soddisfatto dai parenti delle Monache che si devono curare di quanto devono per il Sacramento, a ciò che quando siamo vicini al tempo non si habbia a differire per tale effetto, essendo ferma intentione di Monsignore non venire all’atto della Velatione, se prima non è avvisato che il Convento sia soddisfatto dai parenti di quanto debbono».

George Hardy, La sorella della carità, 1866

George Hardy, La sorella della carità, 1866

«Reverenda Badessa, quelle di dieci anni non si possono vestire in modo alcuno, bisogna che aspettino di havere l’età conveniente» scriveva a Contessina Cavalcanti il vescovo di Fiesole Francesco Cattani da Diacceto il 4 gennaio 1574. Santa Maria del Latte era stato preso letteralmente d’ assalto dalle richieste di monacazione da parte delle benestanti famiglie cittadine, richieste che talvolta rasentavano l’ assurdo come quella di Pier Giovanni Corsi che nel 1594 mise in monastero sua figlia di soli 7 anni. Anche se si potevano prendere i voti solo ai sedici anni compiuti, chi non aveva ancora l’ età veniva comunque affidata alle monache “in serbanza” e in serbanza ce n’ erano, fin da subito, almeno sei. Le 9 suore del 1573 erano già diventate 25 l’ anno dopo e se il vescovo nel 1574 autorizzò il monastero ad elevare a 40 le sue ospitande.

Il 14 settembre 1598 la superiora Lucrezia Lapini, la prima badessa montevarchina, scriveva al vescovo: «Reverendissimo Monsignore, stamattina è venuto a me Goro Bazzanti quali vi ha due sorelle monache e vorrebbe mettere una sua sorella pichola in serbo nomata Lucia di età di anni incirca nove quale non ha padre ne madre e non la vuol tenere».

Nella lettera la badessa indicava che Goro Bazzanti si era addirittura detto disposto a «darli più di cento piastre» per la dote purchè se la prendessero tanto, come indicò successivamente la superiora, «desidera grandemente esser delle nostre». E ancora presentava la faccenda di Lucrezia di otto anni «la quale è volontaria» che era figlia del fratello della superiora Messer Andrea Lapini. D’ altra parte se il vescovo autorizzava l’ operazione, con quei soldi si poteva concludere l’ acquisto di un podere da 1000 scudi: «del che prego Vostra Signoria Reverendissima si contenti, essendoci luogo che siamo con le accettate 37 e poi aviamo per levarci da fare una compera di mille scudi e non possiamo far di meno perché è la metà di un podere che comprormo già nove anni fa».

Ancora più sconvolgente il caso di Lionarda Catani a cui era morto il padre e che aveva avuto in eredità da suo zio 800 scudi di dote. I fratelli avevano deciso di farla monacare così, pagati i 120 scudi di ingresso, avrebbero potuto tenersi il resto del lascito. Prima misero la piccola “in serbanza” a Sant’ Angelo alla Ginestra poi, perchè ancora la bambina non era in età di prendere i voti e quindi di rinunciare alla dote mentre loro il gruzzolo lo volevano incassare subito, si erano rivolti a un monastero palesemente più accondiscendente e infatti la Lapini, il 12 marzo 1600, chiedeva al Vescovo se avesse potuto rinunciare lui agli 800 scudi al posto della bambina: «Molto Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore, non essendo il numero prefisso et avendo dei luoghi, ci viene offerta una fanciulletta di età di anni 12 e per nome Lionarda figliola di Catano Catani la quale [...] desidera monacarsi nel nostro Monastero e perché detta rimase già senza padre et un suo zio le lasciò per virtù di testamento per sua dote scudi 800 e avendo dei fratelli li quali non li vorrebbe dare se non è el solito Monastero e perché detta non è in età di fare la renuntia di detta dote, li suoi fratelli desiderano che detta renuntia la faccia el Capitolo, del che preghiamo Vostra Eccellenza Illustrissima se si può fare tal renuntia [...] così come si fa sapere come l’è stata due anni in serbo nel Monastero di S. Agnolo fuori di Montevarchi a ciò Vostra Signoria Illustrissima vede se questo ci è di impedimento o ostaculo».

E la badessa il 22 marzo successivo tornava alla carica: «Molto Illustrissimo et Reverendissimo Monsignore, desideriamo da Vostra Signoria Illustrissima la risposta di quelle fanciullette che vi sono ultimamente a ciò si possa dare esito al fatto su l’entrare, che avia alle mani un comodo di una compra in fra le nostre [proprietà] utilissima e similmente Andrea Burzaglia desidera di acciettare per conversa qui nel nostro Monastero una sua nipote per nome Aurelia quando a Vostra Signoria Illustrissima piaccia dar licentia».

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

Paul Hoecker, Zwei Mädchen, 1885

In base alle nuove disposizioni in materia di monachesimo dettate dal Concilio di Trento per tentare di mettere un freno alle monacazioni facili, doveva essere il vescovo ad accertarsi che le candidate scegliessero la vita religiosa volontariamente e non perchè costrette dalla famiglia. Ma, almeno nel caso di Montevarchi, quasi mai era il vescovo a farle: «Reverenda Badessa, per fine di gennaio prossimo passato scrissi a Vostra Reverentia in risposta della sua che commetteva a Messer Alessandro Ciaperoni che non potendo a quei tempi né io né mio Vicario venire ad esaminare la figlia di Antonio del Traversa, la esaminassi egli a nostro nome convenendo commettere tale examine al Confessore ordinario del Monastero. A dì primo di febbraio 1575, il Vescovo di Fiesole»

Più spesso toccava al proposto di Sant’ Andrea a Cennano o a quello della Collegiata:

« A dì 4 novembre 1656
La Reverenda Suora Caterina Gratia Catani fu da me Infrascritto esaminata il dì 4 corrente.
Prima sopra l’età sua, la quale rispose che finisce anni 18 ani 30 del presente mese di novembre.
Secondo, interrogata sopra l’anno della probatione rispose e disse esser finito già alli 30 di ottobre prossimo passato 1655.
Terzo, interrogata sopra i Voti et Ordini del Monastero rispose sapere molto bene et ordini et voti di detto Monastero e cioè che è obbligata osservare voto di Castità, di Povertà e di Religione.
Quarto, ancora esaminata sopra la libera volontà di far professione, rispose e disse che era sua libera volontà e non persuasa e non forzatamente vuol fare la solenne professione et altro secondo determinò il Sacro Concilio di Trento.
In quorum fide Ego Federicus Ballantinus Propositus S. Andree a Cennano»

« A dì 19 ottobre 1662
Esamine da me infrascritto fatta alla Caterina di Francesco Dami per pigliare l’Abito della Santa Religione et prima:
Int. Quanti anni hai?
Res. Io fornisco 17 anni a Ogni Santi.
Int. Sel sia Cresimata et quanto tempo sia.
Res. Io sono Cresimata, ma non ricordo quanto tempo è.
Int. Se sappi leggere et dove babbi imparato.
Res. So leggere et ho imparato avanti che entrassi in Convento et nel Convento.
Int. Se per esser stata in Convento sappia ordinar l’Offitio Divino.
Res. Non lo so ancora ordinare bene.
Accennata che trovi un Salmo di Feria VI’ di Vespro et una lecitione della Feria V° della Domenica V° d’Agosto.
Lesse l’uno et l’altro con sentimento.
Int. Se sappi l’ordini et le costituzioni del Monastero.
Res. Che per essere stata sopra un anno esserne informata benissimo.
Int. Chi l’abbi indotta, consigliata o sforzata o subornata a farsi religiosa?
Res. In nessuno essere stata indotta né consigliata né sforzata né meno subornata ma essere stata sua propria volontà. Int. Quello che pensa di avere a operare quando sarà Religiosa?
Res. Devo servire a Dio in conformità dell’altra Religione et sposarmi con la Chiesa e Cristo.
Matteo Lieti Confessore del Convento e Proposto della Collegiata»

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Sir John Everett Millais, The Vale of Rest, 1858-9, London, Tate National

Che Santa Maria del Latte fosse diverso dal vicino Monastero della Ginestra era evidente non solo nei differenti approcci alle acquisizioni di nuove sorelle: molto spregiudicato il primo e più canonico e regolare il secondo. Ma Santa Maria si distingueva anche per una clausura molto più blanda del normale, per non dire del consentito, la cui fama, sotto forma di miti e leggende paesane, è viva ancora oggi.

Se ne fece per prima portavoce Contessina Cavalcanti che, chiaramente su richiesta di interessati, domandava al vescovo di mantenere aperta una porta tra la chiesa, aperta al pubblico, e la clausura pur essendo vietato dalle disposizioni conciliari pena la scomunica.  «Madre Badessa, tengo la vostra et udito quel che scrivete a Messer Francesco, il che è vero, che vi amo nelle viscere di Gesù Cristo et perché io vi voglio bene mi sa male di contristarvi e non vorrei havere a negarvi quel che mi chiedete contro a quel che io penso essere a salute dell’anima vostra e conservazione anzi aumento della vita religiosa et perché io so che haver la porta che entra in chiesa et usarla è contrario a questo perciò vel ho negata benché con mio dispiacere pensando che ve ne dovevate contristare. Ma io non vorrei che per sì poca cosa vi contristaste tanto che ve ne ammalaste non che moriste anzi vorrei che supponendo quel che confessate a Messer Francesco pensaste che io ve lo nego et quando non ci fosse altro bene questa era a bastanza che voi non rimanesse scomunicata perché il Papa scomunica chi rompe la clausura et la chiesa de’ secolari non è clausura adunque chi viva senza licenza è scomunicato».

Nel 1577 il vescovo si lamentava con la superiora per l’ uso delle novizie di passare del tempo fuori dalla clausura: «Reverenda Badessa, è ragionevole che quelle fanciulle di che Vostra Reverentia mi scrive havendo a monacarsi entrino prima a prova, et a tale effetto dò loro la licentia [...] ricordando che non haviate poi a disputar coi i parenti del dare et havere: et che significhino loro che io non mi contento che le accettate stiano tanto fuori dal Monastero come par che usino costì».

Isabella Bazzanti, nel 1609, voleva «il giorno del suo vestimento uscire per andare a desinare a casa di suoi parenti» neanche che prendere il velo fosse come passare a comunione.

Il titolo e il commento alle foto sono tratte da: http://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santa_Maria_del_Latte

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