May 24

FAVOLA XVIII: LA MOSCA E IL MOSCERINO

Dall’ infiammate rote
Febo scotea sul suol l’ estivo ardore ;
E il robusto aratore
Stava all’ arso terreno
Col vomere tagliente aprendo il seno ;
Acceso il volto, di sudor bagnato,
Col crine scompigliato,
Curvo le spalle, il cigolante aratro
Con una man premea,
Che col chino ginocchio accompagnava,
E coll’altra stringea
Pungolo acuto, e colla rozza voce,
E coi colpi frequenti
Affrettava de’ bovi i passi lenti.

Stava sopra l’aratro in grave volto,
Ed in aria importante
Una Mosca arrogante ,
Ch’ or su l’ irsuto tergo
De’ stanchi buoi volava
Ed ora al tardo aratro
In fretta ritornava,
E quasi in alto affar tutta occupata,
Smaniante ed affannosa
Corre, ronza, s’ adira, e mai non posa,

Un Moscerino intanto
Passando ad essa accanto
Le disse : e perchè mai
Tanto sudi , e t’ affanni ? e cosa fai ?

Rispose con dispetto
Quell’arrogante insetto :
Noi vedi; è necessario il domandare
Qual importante affare
Ci occupi tutti adesso ? ad ignorarlo
Veramente sei solo ;
Non lo vedi , balordo ? Ariamo il suolo .
A tal proposizion rise perfino
II picciol Moscerino.

E’ assai comune usanza
II credersi persona d’ importanza.

I testi sono tratti da “Lorenzo Pignotti, Favole e Novelle, Bassano, Remondini, 1825″: http://books.google.it/books?dq=mosca&pg=PA103&id=prUuAAAAIAAJ&as_brr=1#PPP7,M1

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May 21

FAVOLA XL: L’UOMO, IL GATTO, IL CANE, E LA MOSCA

Alorquando vivean gli animali
Tutti nella selvatica dimora,
Nè alcun di loro ancora
Punto addomesticato
S’era all’ uomo, e alle case avvicinato,
E dal bisogno e dalla fame oppressi
Una vita traean trista ed incerta ;
Che se talora dal fecondo seno
Benefico il terreno Largamente versava i doni suoi,
Sopraggiungea dipoi
II nudo inverno ; e tolta allora ai campi
La spoglia verdeggiante, e i dolci frutti,
Battevan gli animali i denti asciutti.
Or vedendo i vantaggi
Della vita sociale,
Qualche savio animale
Accostandosi all’ Uomo gli richiese
D’esser da lui pasciuto ,
E i suoi servigj offersegli in tributo.
Ebben, rispose l’Uomo, ognuno esponga
Con quale abilità
Possa servir l’ umana società.

Fecesi avanti il Gatto
Magro sparuto , e tutte fuor mostrando
Le scarne ossa appuntate e inaridite,
Che di grinzosa pelle eran Vestite,
Questi denti e quest’ ugna,
Disse, vi serviranno : io nella cella
Ove i cibi più dolci son riposti
Attenta sentinella
Ognora andrò vegliando; il cacio, il lardo
Io difender saprò sotto l’amica
Protezion di quest’ armi,
La sala, la dispenza, la cantina,
E della casa ogni angolo più scuro
Sarà da topi libero e sicuro.
Bene, replicò l’ Uomo, io son contento
Siate fedele, attento,
E pasciuto sarete.

E voi, voltosi al Cane,
Ditemi un po’, che cosa far sapete ?
La fede mia, soggiunse il Cane allora
Nota é abbastanza a tutte le persone;
Difenderò il padrone
Dai nemici e da’ ladri; io sulla soglia
Veglierò notte e giorno,
Né alla tua casa intorno
Si vedrà mai la volpe; entro de’ boschi
Or la lepre, or la starna, or la pernice
Trovar saprò; che più? la greggia ancora
Da’ notturni perigli
Assicurar mi vanto, e alla mia fede
Ogni animal lanoso
Dovrà la sicurezza e il suo riposo.
Si riceva anche il Cane, egli lo merta,
Esclamò l’Uomo

indi alla Mosca volto,
Che con sprezzante volto,
Poco curando l’Uomo e gli animali,
In aria baldanzosa
Stava sedendo in una mela-rosa;
E voi qual buon uffizio
Far sapete degli uomini in servizio?
Io lavorar ( rispose il vano insetto
Con disdegnoso aspetto)
Io lavorar? sappiate
Che tutta la mia schiatta,
Tutta la nostra gente,
Da tempo immemorabile
Non fecero mai niente:
Onde come vedete
io sono un gentiluom; mi conoscete?
Vi par dunque ch’io debba
Avvilire il mio sangue generoso
Perfino a diventar industrioso?
Da’ felici avi miei mi fu trasmesso
(E conservar lo voglio
Con un nobile orgoglio)
Il privilegio illustre
Di vivere ozioso, e dalla culla
Fino alla tomba placido e tranquillo
Non fo, non feci, e non farò mai nulla.
Uomo sdegnato allor, rotando sopra
Dell’ insetto arrogante
Il lino biancheggiante,
Dall’ odoroso pomo il discacciò,
E con tai detti poi l’accompagnò:
Lungi di qua, superba creatura;
Non sai, che la Natura
Niun pose in scena in sul teatro umano
Per esser della terra un peso vano ?
Avresti tu su quella rubiconda
Scorza succiato il nettare soave,
Se con fatica grave,
Se con lungo sudore
L’esperto agricoltore
Non avesse quell’ arbore piantato,
E quel suol coltivato? E che saria nel mondo
Del social meraviglioso nodo!
Se mai tutti pensassero a tuo modo?
Vanne: non è lontano il tuo destino,
Io ti vedrò frappoco
Da ogni mensa scacciata e da ogni tetto,
Entro il fango morir sozzo ed abbietto.

Cosa vuol dir la favoletta mia?
Forse con stil maligno e ingiurioso
Vuole indicar, che sia Gentiluomo sinonimo d’ ozioso ?
No; la favola mia sol parla a quei
O nobili o plebei,
Che credono distinguersi nel mondo
Col viver della terra inutil pondo.

I testi sono tratti da “Lorenzo Pignotti, Poesie, Vol. II, Firenze, Molini e Landi, 1812″: http://books.google.it/books?pg=PA51&dq=mosca&id=WAQGAAAAQAAJ&as_brr=1#PPP7,M1

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May 05

Un perseverante osservatore di tutti gl’ interni ed esterni fatti che costituiscono nei singoli la spinta criminosa è il dott. Lauvergne, professore di medicina della regia Marina e medico primario dell’ ospital delle galere di Tolone. Nessuno era meglio di lui collocato per osservare in quella vasta sentina di sventura e di delitto le forme estreme dell’ umana depravazione, e di vederla nuda fra i patimenti delle infermità e le angosce del letto di morte.

Oltre ai minori colpévoli, egli potè studiare più di cinquecento condannati à pena capitale, raccolti non solo dalle opposte parti della Francia, ma d’altri luoghi del Continente, dalla Corsica e dalle genti àrabe, cabaile e israelitiche dell’Algeria; al che vòglionsi aggiungere le osservazioni ch’ egli era andato raccogliendo ne’ suoi viaggi per l’Italia, la Grecia, l’Egitto, le Antille e il Brasile.

Perlochè non crediamo che alcuno dei giureconsulti sarà così persuaso della propria dottrina da negare udienza al buon mèdico, se anco gli dovesse apparire un po’ all’oscuro di certe verità che son da loro universalmente tenute. Intanto noi, che non riconosciamo altra scienza da quella che si viene len­tamente estraendo dalla testimonianza dei fatti, vorremmo che al suo esempio seguissero quanti per avventura po­tessero trovarsi in simile opportunità d’ osservare, e che i giureconsulti sapessero poi cernire e ordinare a qualche utilità la congerie delle nuove osservazioni.

Le osservazioni del dott. Lauvergne provano affatto oppostamente che le spiate materiali non sono le più frequenti cause del delitto, e che anche fra le spinte materiali le indirette prevalgono di lunga mano alle dirette.

Non è un innato impulso di rapacità che fa il più gran nùmero dei ladri, ma è l’amor dei piaceri, e la vanità, e la cieca imitazione di quei tristi esempli, che si offrono nel seno d’una società tuttavia mal composta, e che per deplorà­bile effetto delle leggi stesse, si propagano cou più velenoso contatto dal fondo delle prigioni. Nella lutta fra il brutale istinto e la legge morale, anche i più felici doni di natura vengono traditi e contaminati.

Primeggia fra le cause dei delitti la negletta educazione, e la mancanza di quella iniziativa al dovere e all’onore, che un fan­ciullo avventurato riceve dalla voce d’una madre, Quindi l’A. si leva con impeto contro la precoce emancipazione dell’adolescenza, contro l’incuria e l’imbecillità dei padri, contro le discordie domèstiche che fanno un inferno intorno all’innocenza, contro il libertinaggio dei ricchi, i quali, dopo aver traviato le fanciulle della plebe, le spingono di miseria in miseria a dare natali incerti e sangue infetto ai figli, e allevarli nella béttola e nel lupanare. Fra que­ste brutture cresce la più abjetta classe dei ladri, la quale, a un corpo snervato e infermiccio aggiunge un ànimo vile, mendace, pieno d’ogni impudeuza, e svogliato d’ogni util fatica.

E talora la madre si è fatta ella stessa educatrice al vizio, e sparse nell’ ànimo del figlio i semi d’un tardo delitto. E il falsario Durand narrava al mèdico come sua madre stessa lo allevasse al gioco, ov’ella profondeva ogni sua cosa. « Quando ella aveva perduto, noi mangiavamo tristamente il pane secco. E dopo una sera di gioco, soleva tenermi sveglio tutta la notte, per tentar meco da capo, se non il piacer del guadagno, almeno quello della vit­toria. E io sono qui, perchè ho speso l’onor mio per riparare alla perfidia d’ una carta. Per me le carte èrano sirene; la vista d’un fante di cuore mi faceva un effetto màgico, m’era più dilettévole di qualsiasi pittura. Quando più ardeva il gioco, io stringendomi la mano al cuore, me lo sentiva tentennare d’ansietà; e se la sorte mi tor­neava avversa, io senza avvedermi mi trovava d’essermi lacerato colle ugne la carne viva ».

I truffatori eleganti sono le vittime d’una prematura libertà; credevano esser chiamati a tutte le grandezze, a tutti gli amori; coltivarono i modi vanitosi e non le serie virtù; smarrirono la semplicità sènza cògliere il fiore della dot­trina; e talvolta si trovarono perduti per una donna, sema aver mai sentito l’ amore.

Armando A. condannato a dieci anni di ferri, bello e grande della persona, biondo, aggraziato, già guasto nell’ infanzia da una madre leggera, poi traviato dalla moglie del suo principale a cui mano­mette lo scrigno, non porge al medico indagatore indizio alcuno di violente passioni; gli amori suoi sono tutti di vanagloria; e questa irresistibile ambizione spinge un’anima molle e fiacca fino al progetto d’ avvelenare il suo prin­cipale.

Il buon dottore, alquanto proclive per la sua posizione a vedere nelle cose umane, piuttosto le cause del male che quelle del bene, dice che gli antichi si gloriavano di sprezzare gli agi e le morbidezze; ma noi ci facciamo glo­ria di saperli godere squisitamente, e l’idèa che la vita è un tempo di prova e di milizia si va negli uòmini sempre più cancellando. L’ amor dei piaceri e delle vanità ac­cende il desiderio delle subite ricchezze. I ràpidi guadagni, fatti senza pericoli e senza fatica, infiammano le menti; eziandio chi non nacque avaro, ha il furore di far pronta fortuna; le ànime più generose si curvano al cullo dell’oro. Quando un pòpolo ha consacralo fino nelle sue leggi la divinità dell’ oro, è naturale che ognuno cerchi a suo modo la pietra filosofale; il più impaziente o il più spensierato accelera il passo, studia gli scorciami, e cade per via.

Chi si usurpa un patrimonio simulando un fallimento, non ha recato a’ suoi creditori la centesima parte del danno che cagiona alla sequela de’ suoi bassi imitatori; i quali, tentando le stesse arti con altro ingegno e con altra fortuna, s’invòlgono nelle reti della legge criminale. Il mal del­l’oro è quello di tre quarti dei condannati a tempo. Essi si son messi in giostra per acquistare una bella fortuna; sbalzati di sella torneranno in giostra un’ altra volta, dopo aver meditato nelle galere la cagione del loro disappunto, ed essére stati qualche anno a consiglio coi più provetti maestri.

La sete dell’oro domina assai più assiduamente le ànime piccole e le menti anguste, non fecondate da generosa e profonda istruzione, non divise fra la cura delle cose e quella delle idée. E forse quella legge naturale che tra­sfonde le sembianze dei padri nei figli, rende ad ogni nuova generazione più poderosi quegli istinti che i padri hanno esercitato continuamente in sé stessi, ed esaltato fino all’ eccesso. L’abuso del càlcolo e l’incessante preoc­cupazione dei nùmeri logorano la potenza nervea, e inaridiscono materialmente il cérebro, cosicché, se dobbiam crédere all’ autore, I’ anatomia stessa ne potrebbe talvolta riconóscere le vestigia.

Molti non cercano in una carriera la legittima applica­zione delle loro naturali attitudini, ma vogliono ad ogni modo aprirsi una fonte di lucro e d’ambizione in offici cui non sono per natura adatti; vogliono con diritto o senza diritto prèndere i sommi gradi della scala civile. E quando mai la capacità mancò all’ uomo che seppe valersi della protezione e del raggiro? L’esempio di codesti inde­gni e intrusi accende di speranza tutta la caterva degli in­capaci, che fidando nell’ importunità e nell’ impudenza aspi­rano a soppiantare l’ingegno e la fatica.

Confuse quindi tutte le ragioni del mèrito e del demèrito, messo l’uno in guerra colla fortuna, e l’altro in guerra colla natura, si riempie la società d’uomini deliberati a non fare ciò che possono, e impotenti a fare ciò che vorrebbero; e si sov­verte negli ànimi ogni naturale rettitudine ed equità.

Ma la fonte più larga del male è l’ imitazione. La mag­gioranza dei viventi, débile d’intelletto, incerta di con­siglio, si affolla dietro i passi di chi con audace volontà o con alto ingegno la precede. Poco é il numero degli uomini grandi nel bene o nel male, ma immenso è il loro po­tere sui mediocri, che hanno l’istinto canino dell’adesi­vità e l’istinto pecorino d’andare in greggia.

Alcuni arrivano alle galere senza aver mai concepito da sé stessi il propo­sito d’un delitto, o aver avuto la forza di compierlo, ma sempre strumenti dòcili d’animi più fieri, che li traggono seco con prepotente volontà. — Tale era a Tolone il pò­vero recidivo Gibrat, che ad assoluta imbecillità univa gli indizj della più cieca adesione, e persino colla faccia stessa annunciava la feroce fedeltà d’un cane da pastori.

Noi siamo naturalmente proclivi a ripetere ciò che ve­diamo fatto da altri Se ne vengono posti inanzi i virtuosi esempli, la ragione prende lena sul basso istinto. Ma se a menti nate inferme, e non risanate da buona educazione, e già sconvolte dalla memoria dei fatti errori e dell’ onore perduto, si mette intorno tutto ciò che v’ha di più cor­rotto nel mondo, quali frutti produrrà l’imitazione?

Ora, quando si osservano quei nefandi luoghi che si chiamano bagni in Francia e galere in Italia, si vede che la legge ha d’ogni parte adunato tutte le più maligne corruttele, per generarne un fòmite ancor più contagioso, e applicarlo ap­punto a quelle ànime che sono più fatte per assorbirlo, e riprodurlo, e poi diffónderlo a suo tempo in tutto il con­sorzio.

Tre quarti di quei miserabili hanno mente affatto stùpida, e póngono mano al male solo per ripetere ciò che odono e vedono intorno a sé. Caduti una prima volta nei ferri, ne escono ancora più guasti, dopo aver ascoltato per anni la voce dei veri scelerati, che, posti loro quasi a modello, méttono in commune da quel diabòlico concilio il simbolo tradizionale dell’iniquità. Colà s’imparano le sottili precauzioni per sepellire in un colla vittima le ve­stigia del delitto, e si studiano i precisi limiti per elùdere la legge, o farsela meno aspra, e ottenere il carcere in luogo della morte. In siffatta società lo scelerato primeg­gia; e il vulgo, che si lascia abbagliare da tutto ciò che non è commune, ne trae pascolo a curiosità e stolta am­mirazione.

Posto l’irresistibile impulso degli nomini vulgari all’ imi­tazione, l’ autore crede càusa di male anche la teatrale pub­blicità che suol darsi ai delitti ed ai supplicj, e che riempie le menti di male imàgini, ed espone il moribondo alla pietà, se compunto: all’ammirazione, se impàvido e sfron­tato.— Il galeotto Suttler a Tolone tenévasi in saccoccia, come documento onorévole, la sua difesa stampata sulla Gazzetta de’ Tribunali. Un altro, condannato ad avere cin­quanta bastonate, diceva: « ma questo è peggio di cin­quanta colpi di ghigliottina; si pena prima, e dopo ».

L’estremo supplicio adunque non fa bastevol terrore, e dall’altra parte é un pàscolo improvidamente sporto alla ferocia popolare. Quando i supplicj divennero frequenti, i ragazzi si divertivano per le vie a giustiziar gli animali, come in tempo di guerra si solàzzano a fare il soldato. Il fanciullo è una spugna che assorbe tutto. Un giorno di supplicio é giorno di spettacolo; uòmini e donne, a cui si vorrebbe infóndere orror del sangue e rispetto della vita umana, s’affollano per saziare nell’altrui dolore un atroce curiosità. E se all’ istante fatale v’ ha chi ritrae lo sguardo, e chi osa appena levarlo furtivo, v’ ha eziandio chi si leva in punta di piedi per solleticare un istinto sanguinario.

Il tempo accende co­deste passioni; e il tempo in breve le spegne; e allora la legge s’affaccenda senza frutto intorno ad un foco estinto. Chi rimovèsse i timori e le ire della politica, avrebbe age­volato oltre modo il libero sviluppo della ragion penale, e la fiducia dei pòpoli nei ministri della legge.

I testi sono tratti da “Carlo Cattaneo, I condannati di Tolone in Il Politecnico – repertorio di studj applicati alla prosperità e alla coltura sociale, Vol. VI, Milano, Pier Luigi di Giacomo Pirola, 1843: http://books.google.it/books?pg=RA1-PA459&dq=ghigliottina&lr=&id=qIUNAAAAQAAJ&as_brr=1#PRA1-PA453,M1e

Per la serie completa de “Los Caprichos” di Francisco Goya”:http://commons.wikimedia.org/wiki/Caprichos

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Apr 23

Pippo. Oh, cose che tu mi vuo’ dar ad intendere !

Nanni. E io ti dico, che la cosa è al tutto com’io te la diceva.

P. Deh spacciati, Nanni, e lasciami ire a santa Maria Nuova, chè il professor Targioni è per leggerci la più bella lezione del mondo; e tu con queste tue celie mi tien qui fitto. Oh, non vedi che noi siamo ancora in Parione, e di qui allo Spedale e’ vi corre un trotto di lupo?

N. Pippo, se tu vuoi darmi retta, vien meco, ti ripeto : il pasticciere è qui a due passi, sotto il palazzo degli Strozzi.

P. E pur dalli !

N. Ed io li dico e ridico e raffermo, che tu il voglia credere o no, una pasticceria è una scuola universale d’ogni scienza, o tu ami chimica o botanica o geografia o storia o quel che meglio ti torni : egli vi si trova insino all’ araldica, alla strategica e poco men che non dissi alla poesia.

P. Tu faresti ridere la colonna di santa Trinita.

N. Rida i casi nostri chiunque si voglia: entriamo. Gigi, a te dico, oh là, pasticciere! come se’ melenso stamane, Gigi mio.

Gigi. Affé de dieci ! voi altri giovinotti avete sempre furia : detto fatto. Eccomi qui in grembiule, poich’io sfornava una bella infornata di biscottini alla maltese.

N. Vedi, Pippo, se noi siamo già alla geografia in sulla bocca del forno? Or vedrai di vantaggio. Gigi, questo mio amico ti si dà per iscolare, e vuoi apprender da te ogni scienza.

G. Oh l’è pur bella codesta! Il signorino ha mille ragioni di volermi maestro, poich’io fui conventato (laureato volsi dire) in utroque all’università di Peretola. Ella va di portante. Su, Gigi, a cominciar tua lezione. Dite, sior Nanni, ov’è da proemiare ?

N. Non fa mestieri d’esordio. Insegnaci, sopra un bel vassoio di pasticcetti, un bel tratto di geografia.

G. Per geografia io vi so dire che in bottega i’ n’ho un atlante, che disgrada il Balbi. Lapo, arrecaci qui d’ogni bene. Ecco fatto.

P. Oh il buon odore che n’esce! egli mi fa correre l’acquolina in bocca.

G. Attenti, signori. Ecco, noi daremo inizio alla partizion della terra che, come sapete, è divisa in Europa, Asia ed Africa.

N. Sciocconaccio di Gigi, non sa’ tu che v’ è l’America e le Terre australi ?

G. Queste son cose che le non entrano nella pasticceria ; poichè i selvaggi di quelle contrade non sono ancora rinciviliti a modo. Attendi un tratto che i nostri lampadai portino le lucerne altresì in quelle boscaglie, e com’ e’ vi sia la nostra luce a vapore, ci crescerà l’atlante fra mano. Sebbene, a dir vero, noi ci abbiamo di già i sorbetti all’ americana, e i biscottini del Brasile.

N. Tira via, Gigi, e spaccia il mappamondo.

G. Ehimei! che frettolosi! Vedete costì. Europa. Le paste, che voi avete innanzi, si dicono pasta francese, pastiglie provenzali, pan di Spagna, pasticcine di mandorle all’ inglese, bordini del Reno; sultanine di Savoia, bislacche alla prussiana, confortelli alla borgognona, mostazzini alla lombarda, borracciate e zeppoloni alla napoletana, castagnolette alla maltese, rotondetti alla tirolese, ciambellette alla fiamminga, ciambelle svizzere, biscotti maiorchini, biscotti olandesi, alla calabrese, alla sultana, alla portoghese, alla polacca; le morlacche, i panduri; biscottini alla scozzese, all’ aragonese, all’ ungherese, alla moscovita, all’ irlandese; biscotti di pistacchi alla siciliana, mille foglie alla normanda. Ne vuo’ tu più in là?

N. Oh e l’Asia?

G. E l’Asia! e’ ve n’è per tutti, ti dico. Togli qua, ecco gli asiatici. Fiuta un po’ che soave olezzo mandano i pan turchi? E le levantine ? E le mandorle all’ indiana? E i biscottini alla molucca? I biscottini all’ anacleta io non ti saprei dire dov’ei s’ infornino ; ma al fiuto ell’ è roba greca, greca della buona, come sarebbe a dir delle Smirnie. Ve’ se son dotto ! egli è un tratto ermeneutico da etnografo spiattellato. Ma i biscottini alla fantasia dove li pianterem noi? dove ci talenta; ed io ve li porrò di là dall’ Eufrate. I biscottini all’orientale verranno dalla Cina, poichè i torroncini all’indiana e’ son dell’ Indie, e chi nol sa? V’è poi il chiaretto d’Armenia, l’ acqua del Tonkino, e la bevanda giapponese. Oh i tartufi di Perigord di che regno son eglino? Di che regno! che so io? Del Monomotapa, di Tombuktu, certo di qualche paese de’ Negri, poichè i tartufi son neri. Dico io bene?

N. Per eccellenza; ma il Monomotapa è in Africa.

G. Sapevamcelo, e perciò? Passai in Africa a piè giunti, ch’ io non ho mestieri delle strade a vapore. E in Africa noi abbiamo gli egiziani, i crostini alla mammalucca, e gli africani, e le africane, che contengono in sè virtualmente tutte le nazioni dell’ Africa, eziandio quelle del centro, che non seppero ancor rinvenire i viaggiatori più arditi. Sicchè tu vedi, che l’ arte del pasticciere è viaggiatrice più audace e più fortunata dei Morrison, dei Pearce, dei Laingh, dei Clapperton, dei Mungo-Park e dei Dikson.

P. Cocomeri ! tu ci vai per le stelle. E come se’ tu sì erudito?

G. Come se’ tu ? Buono ! come se’ tu? Oh non v’ ha egli qui presso a una balestrata il gabinetto letterario in casa i Buondelmonti? Vi faccio le mie tornate anch’io, sapete, ch’ io non porto sempre lo zinale io, e m’acconcio talora la cravatta col nodo di letterato. Le son bazzecole codeste a petto l’ erudizione, che vi sciorinerò in faccia. E però io dico seguitando, che le città d’ Italia hanno una geografìa sì dolciata, che non mai meglio: e gl’ Italiani son gente di buon gusto, che non si terrebbero nobili e segnalati in ogni cosa, se non corressero in fama di grandi eziandio per qualche bel titolo di biscottini o di spumette o di mostaccioli. E sì vi so dire, che parecchi de’ nostri giovani conoscono l’Italia seduti alla bottega di caffè sol per codesto. Sì per codesto solo, poichè pieni dell’amor di patria come son eglino, cogitando sempre la libertà italica, vengono a’pasticcieri per conoscere il nome delle nobili città italiane, ch’ e’ non saprebbon punto, se qualche pasticcero o qualche ghiottornia non ne dicesse loro il magnifico nome.

N. Che satirico di Gigi ! badati le spalle.

G. Le spalle?N’ho davanzo di badarmi agli occhi, che qualche traforello non mi ghermisse qualche città, e se la ingollasse in un fiato ; chè vi son certe paste battute alla napoletana, certe sbracatine alla padovana, certe mezz’alte alla comasca, certe spume alla veneziana, certi marzapanetti alla vincentina, certe pregiatelle alla bergamasca, e che so io, che le son sì ghiotte che stuzzicano l’ appetito a questi Gracchi e a questi Rienzi, ch’egli è un gioiello. E mentre e’ disputano della costituzione, io guardo loro alle mani, che non mi ciuffino per astrazione le mie Napoli e le mie Venezie.

P. Togli qua: tu ci dai mala opinione dei nostri Bruti.

G. Ell’ è com’ io la dico, ell’ è.

P. Alto, di’ su dunque, amico, e parlaci un tratto delle mastre città italiane.

G. Sì di presente. Noi abbiamo certe pasticcine zuccherose che s’appellan fichi di Tivoli; altre amaretti modenesi, altre paste amate alla pratese ; v’ hanno i buffi mandorlati alla padovana, i marzapani di Siena e di Subiaco, le pinocchiate di Perugia, i cornetti e gli stinchetti alla milanese, le ciambelle alla fiorentina e alla frascatana, i ciambellani alla viniziana, i biscotti alla faentina, i fiadoni alla veronese, i biscottini alla palermitana, alla bolognese, alla livornese, alla mantovana, i canditi alla genovese, le carote di Viterbo, le bracciatelle alla ferrarese, le sbracatine alla trevigiana, le cucuzze di Messina, le fiorentinelle, le crochignolette di Torino, il torrone di Benevento e quello di Cremona, le nocchiate di Salerno, le paste alla nizzarda, i cannelloni di Siracusa : sicchè voi vedete eh’ io corsi l ‘ Italia dalle Alpi marittime insino a Napoli, anzi sino all’ isola di Sicilia.

N. Be’, io n’ ho d’avanzo di geografia. Hai tu altro a dirci?

G. S’io n’ho, dite! n’ho per ogni scienza; ed io rimango che i propagatori del mutuo insegnamento, della Lancastre e delle scuole infantili non abbiano ancora trovato nelle sublimi loro speculazioni un sì dolce metodo d’ammaestrare i fanciulli, ch’io vi prometto e’ verrebbon più dotti che Mercurio Trismegisto. Volete voi la storia? Eccovi nomi da far inarcare le ciglia all’ arco baleno. Cose antiche ? E’ ve n’ è. Per esempio i croccanti all’argolica, i pan pepati alla spartana: altri li dice alla sanese; ma sia che si vuole, voi sapete ch’ ell’ è città antica, Sena vetus, cioè vecchia, vecchissima anch’ella. Egli v’è la crema orientale, ch’era la pappa che si tritava a Nembrotte e a Semiramide, quando gli eran vecchi e non avean più denti. V’è la crema alla donzella, che formava la colezione d’Ippolita, quell’Amazzone che voi sapete che fu alle mani con Ercole. Le giuncatine alla fiorentina erano la merenda di Catilina, quand’era sotto Fiesole campeggiando ad assedio. Il rosolio d’Ippocrate era il suo lattovaro che guariva d’ogni male, e al tempio d’Esculapio era miracoloso. V’è poi l’acqua di Giunone, cioè quella con che si lavava sull’ Olimpo, allorchè dovea presentarsi al consesso degl’iddii e delle iddee, per indarli a favorire le parti de’Greci contro i Troiani. Il verdolino di Persia è un altro liquore, che venia propinato dal coppiere al re Cambise il vecchio. I turchetti alla persiana erano l’ antipasto di Culikan, che ne tranguggiava cinquecento, attendendo che lo scalco trinciasse intanto la selvaggina. La crema all’eroica dovea porgere gli spiriti marziali a Don Chisciotte, come li porge agli eroi, che in ogni città italica vanno sovente a pasticcieri, per ammaestrarsi nella strategica. Ne gradite altri sopra la derrata?

N. Tu se’ uno storico miracoloso. Ne hai tu di vantaggio?

G. Ho in bottega un imperio, e più solido di quello che si formano in fantasia certi cotali utopisti che, fumando il zigaro e centellando l’ alchermes, si dividon l’Europa, com’io faccio una torta di tagliatela. Vedete un po’ costì. Ecco biscotti all’ imperiale, biscottini alla monarca, mandorle reali, marzapani reali, ciambellette della regina, anicetti alla principessa, pandoli alla duchessa, corinti alla sultana, e poi sultani e sultanine, bocconi soavi alla Versailles, ciambelline all’ infante, pastiglie alla Berry, lupinetti alla Polignac, deliziosi alla Valiére, biscottini alla Belisaria, pistacchiate alla Montmorency, spumette alla cavaliera, ricottine alla patrizia, bocca di dea, bocca di dama, bocca di monsieur, paste alla delfina, diavolini di corte. E poi va, e di’ che il mondo non pregia i nomi grandi, s’egli non potendo giugnere ad essi, come tanto si briga di fare, egli se li fa giugnere almeno sino in bocca con quattro soldi.

P. Tu dicevi il vero, Nanni, che al pasticciere s’apprende una scuola universale. Tanta moralità non m’attendevo però io, nè sì valente maestro. Chi volesse ragionar sodamente su quest’ ultima sua sentenza, io t’affermo che n’ uscirebbe un commento più lungo di quello di Marsilio Ficino a Platone.

G. Manco riflessioni, signorini! in questo vassoietto è la rosa de’ venti.

P. Diacine! la rosa de’venti?

G. Sissignore. Vedete voi? Queste le sono paste a vento; ch’è il termine generale; egli v’è poi le spirazioni diverse. Quella spumetta si domanda zeffìro ; quell’ altra è il buffetto d’aquilone; qui la crema al venticello, che noi diremmo favonio ; havvi le volantine, che sono le aure etesie : v’ è il candito a vento spiritoso, ch’egli è un libeccio, ma del rubizzo, e chi nol sente? Il toteretto al soffio ; quest’ è un maestrale o un greco ch’ io non vorrei sentire soffiar per banda, navigando nell’Arcipelago. Oh! egli v’è qui un altro venterello, ch’io non vi saprei ben dire dond’egli ci venga, ch’egli è istabilissimo, ed or tardo e pesante, or acceso e furente, or gelido, or piovoso , or grandinoso ; che Dio ci guardi da simil vento ; il quale investe, discerpa e schianta alberi e selve, gonfia il mare, svelle le biade, dissipa e sconfìgge i giardini, tuona, guizza, lampeggia, folgora, stritola e disperde.

N. Che diavol di vento è egli codesto ? Qualche garbino ? Qualche austrosciloccco ? Qualche uragano ?

G. No. Vedi bizzarria di vento ! si chiama sospiro d’amore.

N. Oh di questi sospiri, chiusi in sì dolci spumette, ne deono comperare pur di molti avventori ! Specialmente certi giovincelli scolari, ch’ è una grazia a vederli sospirar tutto il dì ; e lasciare intanto che la penna gitti da sè barbarismi, solecismi e sconciature a scrosci, e che l’onor loro e le speranze delle famiglie e della patria se ne sieno portate sull’ ale di questi sospiri, ad affogar nel mare delle future loro miserie.

G. Volete voi ora le gemme? E’ v’ è le gemme.

P. Pinocchi ! le gemme ! e dove hai tu bottega di gioielliere?

G. Qui, qui per appunto ; ma le gioie della mia bottega son vaghe a vedere, soavi a fiutare e dolcissime ad ogni palato. Figuratevi! son confetture e zuccheri gioiellati. Che maravi- glie a’ nostri dì, se i confettieri dan nome di gioie allo zucchero cristallizzato, mentre noi vediamo oggigiorno tante gemme di vetro, di squamme di pesce e di mill’ altre ragioni, al collo e sugl’ intrecciatoi e sui frontaletti delle gran donne, e in sulle feste s’hanno per vere come i denti posticci ?

P. Vieni oggimai a capo di questi tuoi gioielli.

G. Mirate qui, questi zuccheri cristallini si chiamano gemme al brillo, quegli altri granatini; vedete i zaffiri e le perline e le gemme al dragante e i globi a perla. Oh, e le paste brillantate e i granati e le mandorle alla perla! Ma senz’ ire per lungagnole, eccoci sott’ occhio un pan pepato di Siena, che ha il capo ingioiellato a due giri. Vedi com’ egli è tempestato di ogni ricchezza! quel verde lucido è uno smeraldo, quel color di prugna è un topazio: e’ v’ è il balascio, e’ v’ è il rubino. E quella cornioletta come vi dice bene ! e quella turchina e quel sardonico e quell’amatista! In mezzo, re delle gemme, siede il brillante incoronato di crisopazii, di spinelle, d’acque marine, di crisoliti, d’ onichetti e di vermiglie.

N. Chi avrebbe mai pensato gli zuccheri cambiati in gemme? ma anche il carbone si tramuta in diamante.

G. Noi ci abbiamo di poi l’aqua d’oro, l’ olio d’oro, l’ olio d’argento. Ma tutto questo è nulla rispetto la botanica e la chimica.

P. Come sarebbe a dire?

G. Le son baie coteste: che dire o non dire? Io sono anzi costì nell’arte mia, nell’ arte mia vera e sonante. Ch’è egli altro un pasticciere, che un botanico e un chimico per eccellenza? Che mi fa a me se i chimici di Parigi nol confessassono? Io saprei dir loro, che l’avviamento della mia bottega è tale, che nol darei per un’ accademia intera dal tetto alle fondamenta. Sì, botanica e chimica.

N. Oh tu monti in sulla bica per poco, e ti rimbecchi come un galletto d’Inghilterra.

G. Egli vi si vede bene al viso che voi dovete esser poco in là in queste scienze. Entrate meco nella mia fonderia, e vi farò veder tanti lambicchi, e storte, e fiale, e inguistare, e fornacette, e calderelli, e concole, e romaioletti, e strettoi, che tanti non n’ebbe Galeno nella sua officina. Mano all’ erbe, ai fiori, alle foglie, ai petali, ai pistilli e a tutt’ i colori dell’ iride. A voi, ecco qui rosolii d’ ogni guisa. Rosolio di garofani, vermiglio di cannella, rossetto di finocchio, carmino d’anici, giallo di coriandoli, corallino di calamo, giallochiaro d’appio, gialloscuro di cardamomo, rosso vivacissimo di ciliege, essenza di mille fiori, turchino di vaniglia, mille odori, fior d’arancio, scuro di ginepro, nero di ruta, bianco di gelsomini, persichino di menta, cremisi di timo, verde di melissa, verdemare di ramerino, pavonazzetto di giunco odoroso, bigio d’assenzio, incarnatino di frugola, sanguigno di lampone, chiarello d’amaranto, verdecanna di spigonardo, cilestrino di maggiorana, cocciniglia di visciole e d’amarene. Oh, se’ tu pago costì?

P. Davvero ch’ egli v’ è un dizionario da tintori e da erbaioli in questi tuoi rosolii !

G. Io n’ho un buondato, ch’io non la finirei a tutto domani. Ivi sono i rosolii di caffè, di cacao, di cioccolata, di fiamma, di fuoco, di noci verdi, di cotogni, di moscato, di mirto, di caracca, d’alloro, di cinque frutti, di flora, di cedrato, di garofanetti, di cinnamomo, di maraschino, di cocomero, d’uva spina, di pere, di bergamotto, di moscadellone, di cipolletta, di paradisa, di chiaravilla e d’albicocca. Senonchè a difilare tutte coteste cose in processione, e’ si fa di leggieri ; ma al distillare ti voglio, a porvi gli zuccheri, a farne i siroppati a condurne le conserve, a inodorarli, a ritingerli, a chiarificarli, egli non basterebbe la scienza d’Esculapio. E tutte queste cose noi facciamo a bene universale, per la carità della patria, per pietà delle umane miserie ; mentre in un piattello di queste nostre paste e in una bottiglietta di questi nostri spiriti si trova rimedio ad ogni male, l’ antidoto d’ogni tristezza, il coraggio ad ogni avvilimento, la fortezza ad ogni gracilità, il genio a’ poeti, l’eloquenza agli oratori, l’ardire ai soldati e quasi direi la sapienza agli stolti.

N. Oh, Gigi, va piano ! di’ un po’ più basso, che altri non t’ascoltasse.

G. Perchè? Oh, non è oggidì la gola dea pregiatissima, che ha il suo ciclo nella ventraia, e il suo regno in presso che nol dissi? Oggi si parla d’ogni gran cosa, si opera ogni miracolo, e dove? Qui, qui su queste panche delle nostre botteghe, nei ridotti secreti dietro le nostre officine. Oh, che non vidi io stesso con questi due occhi di molti giovinotti, stesa la carta geografica sul tavolino, pappolarsi le sfogliate, i marzapanetti e le spumette, e traccannarsi le intere bottiglie in un fiato, mentre colla matita rossa stavano segnando i confini delle province italiane, dividendosi chi il governo di Romagna, chi di Lombardia, chi di Toscana, salutandosi per Eccellenza, e qualch’altro per Altezza?

N. Gigi!

G. Che c’ è egli ? Io non t’ho detto a mezzo tutte le falte de’ miei dolci confetti e delicature. Avrei a mostrarti i giardinetti variati, i lupinetti, le pazienze, le mandorle in soprabito, le mandorle in camicia, i globi d’amore, e che so io? Del resto io ti prometto che resteresti persuaso trovarsi nella mia bottega ogni scienza, dall’arte di fare le rivoluzioni insino a quella de’ canoni.

N. Sta zitto, chè il fumo de’ tuoi fornelli t’ha dato in capo.

G. Io non farnetico punto, dicendo che i miei pasticcetti inchiudono la scienza dei canoni : poichè, ohi non son due giorni, ei v’ era su d’alto, nel camerino numero X, una brigata di giovini con un bel vassoio di chicche sul tavolino, che mentre berteggiavano sulle cantatrici e le ballerine del teatro, trionfate non so quante ottaviane, nova di lupo e calzoncelli, eccoli presi da nuovo e sublime estro canonico venir seriamente ragionando dei diritti della Chiesa romana, dell’autorità de’ Papi, delle investiture dei benefizii, delle censure ecclesiastiche, dei decreti de’ Concilii; ma’ e’ v’ aggiunsero un titolo ch’io non ricordo bene.

N. Generali, vorrai tu dire.

G. No, e’ terminavano in ci.

N. Ecumenici forse?

G. Sì, anzi ell’ è così in verbo, Ecumenici. Ma il bello si fu che un fra loro, che forse non avea manucato tante pastine quant’essi, chiese che volesse significare quell’ Ecumenici; e chi di loro il motteggiò di sciocco e chi d’ ignorante, finchè un barbassoro forbendosi la bocca:—Non sa’ tu, disse, che egli significa Domenicani? Poichè in greco Ecumenico è lo stesso che Domenico; e come san Domenico fu l’inventore dei Concilii e dell’ Inquisizione, così i Concilii si chiamano Ecumenici dall’inventore. Tutti gli altri chinando il capo assentirono, e l’ebber per dotto e maestro di greco.

N. Vedi tu, Pippo, se al pasticciere s’ apprende ogni scienza? Non tel diss’ io?

P. A maraviglia ; ma fra tanta istoria, geografia e botanica non m’attendeva di riuscire a così classica etimologia.

G. Nè v’ attenderete a riuscire a tanta morale, quanta ve ne squadernerò io dinanzi nell’arte mia. Imperocchè fin’ora io non m’attenni che alle scienze fisiche, o al più pizzicai qui e colà un po’ di politica; ma s’io v’entro nella morale, e’ non v’è Socrati, nè Senechi, nè Epitteti che valgano l’un mille de’ miei aforismi di morale.

P. Tu m’hai vista di dire or da senno ed ora per celia. Io non mi so render capace de’ tuoi detti, e mi tarda ogni istante d’ udirti porgere coteste tue lezioni di morale, applicate ai pasticci.

G. A’ pasticci no, ma sì a’confetti.

P. Oh v’ha egli de’ confetti filosofi?

G. Sissignore: e filosofi di tal grido, che può andarsi a riporre fino a Pitagora dalla coscia d’oro.

P. Io smemoro.

G. Rinvenitevi pure, poichè io do mano a porvi innanzi le mie lezioni, e se non siete in cervello, voi vi perderete in sul limitare della filosofia.

P. Di’ pure, ch’ io sarò tutt’ occhi e tutt’ orecchi.

G. E tutto bocca aggiungnete; poichè nella mia filosofia il midollo si legge, ma la scorza si scioglie dolcemente in bocca, che non mai la più saporita scienza di gusto ! Eccovi tratto l’enigma. Voi avrete pure le mille volte avuto in dono per capo d’anno o per nozze confetti di Puglia, di Bergamo e di Sicilia. E bene. Non avete voi trovatovi giammai dentro de’ rotolini stampati in versi e in prosa? In quelle polizzine, vedete, si contiene una scienza mirabile. Vi si parla d’ogni cosa, e si ammaestrano i golosi senza fatica : e poichè i golosi sono la maggior parte delle genti, così la maggior parte delle genti studia filosofia morale con pochi quattrini e senza logorarsi la mente nè in Platone, nè in Aristotile, o Cartesio, o Bacone.

P. Togli ov’ egli l’aveva ! che rotolini e che polizzine mi di’ tu? Forse quelle, ove sono i numeri del lotto, le sciarade, i logogrifi, e mill’ altre cervellinaggini degli scioperati?

G. Ben si vede, signor Pippo, che voi v’ abbatteste sempre a’ confettieri da taverna. No, non intendo parlare di simili trivialità; ma sì delle sentenze filosofiche, che sono il senno lambiccato de’ filosofi antichi e moderni. In quelle ch’ io vi dico, si parla dell’umana felicità, e vi sono insegnati i mezzi d’esser felice. Nell’ une si parla della felicità del far all’ amore, nell’altre della beatitudine di trovarsi rappacificati coll’amata donna; in alcune dell’ estasi di vedersi mirati e vagheggiati da lei; in quelle del tripudio del sentirsi chiamati alla gloria di liberare la patria dai tiranni; in quell’altre del paradiso della libertà e dell’ eguaglianza.

P. Non hai tu altra filosofia alle mani, che cotesta de’ ciacchi e de’ parricidi della patria?

G. Oh, voi non la intendete pel verso ! Io parlo di beatitudini, d’estasi, di gioie, di tripudii e di paradisi, e voi mi torcete sì nobili e santi affetti in sì vituperose simiglianze ?

P. Io parlo schietto, e dico pane al pane, e gatto al gatto, e stupisco forte di te, che fin’ ora ho avuto per un valent’ uomo, ed ora m’avveggo del contrario.

G. Adagio a ma’ passi ! Voi scaldate i ferri male a proposito, poichè io non l’ho inventata io questa filosofia, e non dovete avere per male s’io spaccio la merce, quale mi si vendette. Nè io ve la lodai per buona. Sol vi dissi ch’ell’ è una filosofia mirabile ; ma voi pur sapete che v’ ha delle mirabilità buone e delle ree.

P. E chi fu dunque il pessimo inventore di sì pessima filosofia?

G. Fu un cotale, che ne seppe più del diavolo.

P. Vorresti tu farmi ridere in sì grave argomento ?

G. O ridere o piangere, ell’è così; ed eccovi come il fatto avvenne; voi giudicatene appresso. Egli fu un giorno che il diavolo, stanco di correre il mondo a tentare gli uomini e tirarli ne’ suoi lacci, andava assottigliando e aguzzando l’ingegno per condurli alla mala vita, e farli tutti suoi colla minore fatica che gli potesse tornar fatto. Ma per quanto e’ si stillasse e beccasse il cervello, non trovò mai partito che gli andasse a grado. Perchè ito a Parigi, ed entrato ad un pasticciere, attese che ivi si ragunassero, come solcano, i filosofi superlativi di quel tempo, Voltaire, Diderot, d’Alembert, Freret, Condorcet, Rousseau e compagni. E come gli vide tutti accolti in crocchio, disputando in fra loro de’mezzi più atti a schiantare dal mondo la fede, e con essa distruggere il regno e il nome di Cristo Signore e Redentor nostro; ed ei si mise in mezzo a sì santa brigata, confortandogli fieramente all’impresa. Chi di loro assicurava doversi andare per via di sale, di pepe e di aceto, cioè di frizzi, di motti e di satire, celiando sulle verità della fede, sulle istituzioni della Chiesa, sui sacerdoti di Dio. Chi per miglior mezzo indicava di corrompere e guastare le istorie con bugie velenose. Chi ventilando meglio il negozio, proponeva di fare un’ enciclopedia universale di scienze ed arti, per attossicare le fonti stesse della dottrina. Qual voleva imbestiare gli uomini, riducendogli allo stato di selvaggi. Qual gridava la libertà, anzi la sfrenatezza e l’infrangimento d’ogni legge religiosa e civile. Altri voleano inviar emissarii ; altri con bei modi sovvertire la rettitudine e la bontà de’ principi. Ma il demonio squassando il capo, disse : — Che l’eran tutte cose belle e buone; ma che portavan seco pensieri e pericoli infiniti. A scriver libri e’ ci vuole il suo tempo ; e scritti, si conviene stamparli; e stampati, inviarli qui e colà, e correre ditt’ i rischi delle frontiere, dette dogane, dei balzelli e delle avanìe. E poi, anche dato che i libri corressero liberamente, tutti non san leggere; leggendo non san intendere. E il demonio si mordeva le labbra, gridando : — Egli è il popolo che si vuol corrompere il primo ! Voi altri cacastecchi di letteratuzzi, di saccentuzzi, di cervellini, di filosofastri siete un branco di vigliacchi da un quattrino la dozzina ; egli si è il popolo che si vuol pigliare non co’ paniuzzi, ma coi coltroni a mille a mille: e andava arrovellandosi, e battendo forte le zampe in terra contro la inettitudine de’ filosofi suoi colleghi. Allora il pasticciere, ch’ era seduto al banco, e udiva que’ dibattimenti: — Oh! disse, messer voi, vossignoria, e’ si vede che voi siete avuto per sagacissimo dagli sciocchi, ma se voi fosti pasticciere vi saria stato agevole ottenere l’intento vostro, pigliando il popolo per la gola. Io n’ho alle mani un partito, che buon per voi s’io lo reco ad effetto. — E quale? riprese il demonio, tra lo stizzito e il non curante. — Eccovelo, soggiunse il pasticciere. Dite a cotesti vostri sapientoni, che scrivano tutte le bordellerie possibili in tanti trucioli di carta, ed io arrotolatigli e chiusigli ne’ confetti, gli spaccerò fra le genti, e senza che i doganieri e i censori se n’avveggano, si spargerà fra il popolo ogni scienza infernale. — Bravo! bene! stupendo! ammirando! gridarono que’ filosofi; e Satanasso, carezzatolo così un pochetto sul viso e baciatolo per amicissimo, gli promise il più bel seggiolone nel regno suo. Indi tutti a una voce dissero: — E che nome porrem noi a sì miracoloso ritrovamento? — Oh, disse il pasticciere, facciasi onore al re nostro. E’ si chiameranno diavoloni. Qui il ridere fu infinito. Perchè il pasticciere tronfio e borioso per sì bel trovato, volendo pure aver il suo luogo anch’ egli fra gl’ inventori delle pregiate arti nell’ enciclopedia, aggiunse altre squisite invenzioni, dicendo: — Nei diavoloni le sentenze voglion esser piccinine; ma se volete ammaestrare il mondo più largamente; fate così. Io v apparecchierò de’ bei panellini di zucchero quadri e grandicelli : fategli rinvoltare in certi be’ foglietti dipinti a vaghi colori, che rappresentino mille lascivie, e dentrovi porrete delle scritte ripiegate, con romanzetti osceni, con istrofette passionate , con brani di satire contro a’ re, contro a’ preti, contro alla Chiesa e contro a Cristo. Si daranno a’ giovinetti e alle giovinette, e beranno il veleno cogli occhi, inzuccherandosi intanto il palato colle pasticche. Da indi in poi, che quell’ arcidiavolo di pasticciere propose il sublime ritrovamento, egli s’è inondato il mondo della filosofia ne’ confetti e ne’ panetti di zucchero. Siete voi paghi?

N. Gigi, se non vuoi anche tu quel seggiolone nel regno di Satanasso, fa pasticci e confetti, ma senza le polizze irreligiose ed oscene; e i padri e le madri non avranno a tenerti compagnia col donarle scioccamente a’ loro innocenti figliuoli.

I testi sono tratti da “Antonio Bresciani, Opere, Vol. II, Roma e Torino, 1865″: http://books.google.it/books?id=drYIAAAAQAAJ&printsec=titlepage

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Mar 16

Chi guarda per la prima volta una grande carta dell’ Olanda, si meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l’ Olanda appartenga più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse, quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l’ aspetto di fiumi, par che portino al mare nuovi mari ; e quel mare che, quasi cangiandosi in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi ; i laghi, le vaste paludi, i canali che s’ incrociano in ogni parte, pare che un paese così screpolato debba da un momento all’altro disgregarsi e sparire. Si direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si pensa che gli abitanti, poiché è gente tanto ardita da starvi, non ci debbano dormire coll’ anima in pace.

Che paese sia l’ Olanda l’ hanno detto molti in poche parole.

Napoleone disse ch’ è un’ alluvione di fiumi francesi, — il Reno, la Schelda e la Mosa, — e con questo pretesto l’ aggregò all’ Impero. Uno scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un altro, un’ immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un annesso del vecchio continente, la China dell’ Europa, la fine della terra e il principio dell’ oceano, una smisurata zattera di fango e di sabbia ; e Filippo II — il paese più vicino all’ inferno.

Ma su un concetto furon tutti d’ accordo, e lo espressero tutti colle stesse parole : — L’ Olanda è una conquista dell’ uomo sul mare, — è un paese artificiale, — lo fecero gli Olandesi, — esiste perchè gli Olandesi lo conservano, — sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.

Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l’ Olanda com’ era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che erravano in cerca di una patria.

L’ Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi, come mari che si toccavano l’ un l’ altro ; paludi accanto a paludi ; sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e d’ ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d’ albero in albero senza toccare la terra.

Le baie profonde portavano fin nel cuore del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano una volta all’ anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, ne terra né acqua, sulle quali non si poteva né camminare né navigare. I grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e s’ addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate, velato da una nebbia perpetua, nel quale non s’ udiva che il muggito delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini.

I primi popoli che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti dei fiumi e dalle invasioni dell’ oceano, e vivere su quelle alture come naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel primo quei popoli.

Gli altri storici latini parlarono con pietoso rispetto di que’ barbari intrepidi che vivevano su terre galleggianti esposti alle intemperie d’ un cielo spietato e alle collere del misterioso mare del Nord ; e l’ immaginazione si compiace a raffigurarsi i soldati romani che dall’ alto delle estreme città delle dell’ impero percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal cielo.

Ora, se si pensa che una tal regione è diventata uno dei più fertili, dei più ricchi e dei meglio ordinati paesi del mondo, si capisce come sia giusto il dire che l’ Olanda è una conquista dell’ uomo.

Ma bisogna aggiungere : è una conquista continua.

A spiegare questo fatto, a mostrare come l’ esistenza dell’ Olanda, malgrado le grandi opere di difesa che gli abitanti vi costrussero, richieda ancora una lotta incessante e piena di pericoli, basta rammentare di volo alcune fra le vicende principali della sua storia fìsica, a partir dal tempo in cui gli abitanti l’ avevano già ridotta una terra abitabile.

Le tradizioni parlano già di una grande inondazione della Frisia nel sesto secolo. D’allora in poi, ogni golfo, ogni isola, e si può dir quasi ogni città dell’ Olanda ricorda una catastrofe. Da tredici secoli si conta che vi sia seguita una grande inondazione ogni sette anni, oltre le piccole; e perchè il paese è tutto pianura, queste inondazioni furon veri diluvii. Verso la fine del tredicesimo secolo il mare disfece una parte d’ una fertile penisola vicino alle foci dell’ Ems e distrusse più di trenta villaggi.

Nel corso del medesimo secolo, una serie d’ inondazioni marine aprirono un immenso varco nell’ Olanda settentrionale, e formarono il Golfo di Zuiderzee, dando la morte a quasi ottantamila persone. Nel 1421 una burrasca fece straripare la Mosa, che seppellì sotto le sue acque, in una notte, settantadue villaggi e centomila abitanti. Nel 1532 il mare ruppe le dighe della Zelanda, distrusse centinaia di villaggi e coprì per sempre un vasto tratto di paese. Nel 1570 una tempesta produsse un’altra inondazione nella Zelanda e nella provincia d’Utrecht, Amsterdam fu invasa dalle acque, in Frisia annegarono ventimila persone.

Altre grandi inondazioni avvennero nel secolo diciassettesimo, due spaventose sul principio e sulla fine del decimottavo, una nel 1825 che desolò la Nord-Olanda, la Frisia, l’ Over-Yssel e la Gheldria, un’ altra grande nel 1855 del Reno, che invase la Gheldria e la provincia d’ Utrecht, e coperse gran parte del Brabante settentrionale.

Oltre a queste grandi catastrofi, ne seguirono, nei varii secoli, altre innumerevoli, che sarebbero famose in altri paesi, e che in Olanda appena si ricordano, come le inondazioni del grande lago di Haarlem, prodotto esso medesimo da un’ inondazione del mare ; città fiorenti del Golfo di Zuiderzee sparite sotto le acque; le isole della Zelanda a volta a volta coperte dal mare e rilasciate ; i villaggi della costa, da Helder fino alle foci della Mosa, di tempo in tempo invasi e rovinati ; e in tutte queste inondazioni, eccidii immensi d’ uomini e d’animali. Si capisce che miracoli di coraggio, di costanza, l’ industria, abbia dovuto fare il popolo Olandese per creare prima, e poi per conservare un simile paese.

Il nemico al quale gli Olandesi dovettero strappare le loro terre, era triplice: il mare, i fiumi, i laghi ; gli Olandesi disseccarono i laghi, respinsero il mare e imprigionarono i fiumi.

Per disseccare i laghi si serviron dell’ aria. I laghi, le paludi furono circondati di dighe, le dighe di canali, e un esercito di mulini a vento, mettendo in moto delle pompe aspiranti, riversò le acque nei canali, che le condussero ai fiumi ed al mare. Così dei vasti spazii di terra sepolti nell’ acqua, videro il sole e si trasformarono come per incanto in fertili campagne, popolate di villaggi e percorse da canali e da strade. Nel secolo decimosettimo, in meno di quarant’ anni, furono disseccati ventisei laghi.

Sul principio di questo secolo, nella sola Nord-Olanda erano tolti all’ acqua più di seimila ettari di terreno; nell’Olanda meridionale, prima del 1844, ventinove mila; in tutta l’Olanda, dal 1500 al 1858, trecento cinquantacinque mila. Colla sostituzione dei mulini a vapore ai mulini a vento si compì in trentanove mesi la grande impresa del prosciugamento del lago di Harlem, che aveva quarantaquattro chilometri di circuito e minacciava con tempeste furiose le città di Haarlem, d’Amsterdam e di Leida. E in questo mentre si sta meditando l’ impresa prodigiosa di prosciugare il golfo di Zuiderzee, che abbraccia uno spazio di più di settecento chilometri quadrati.

I fiumi, altro nemico interno dell’ Olanda, non costarono meno fatiche e meno sacrifizi. Alcuni, come il Reno, che si perdevano nelle sabbie prima di giungere al mare, dovettero essere incanalati, e difesi dalla marea alla foce con cateratte formidabili ; altri, come la Mosa, fiancheggiati da dighe altrettanto potenti che quelle innalzate contro il mare ; altri deviati; le acque vagabonde, raccolte; regolato il corso degli affluenti; ripartite le acque con rigorosa misura in vari sensi per mantenere in equilibrio quella enorme massa liquida, della quale un leggero spostamento basta a inabissare provincie intere; e così tutti i fiumi che spandevano anticamente per il paese le loro acque sfrenate e devastatrici, furono disciplinati come ruscelli e costretti a servire.

Ma la lotta più tremenda fu quella combattuta coir oceano. L’ Olanda è in gran parte più bassa del livello del mare : perciò, dappertutto dove la costa non è difesa dalle dune, si dovette difenderla colle dighe. Se questi sterminati baluardi di terra, di legno e di granito non fossero là ad attestare come monumenti il coraggio e la perseveranza degli Olandesi, non si crederebbe che la mano dell’ uomo abbia potuto, sia pure in molti secoli, compire un così grande lavoro. Nella sola Zelanda le dighe si stendono por la lunghezza di quattrocento chilometri. La costa occidentale dell’ isola di Valcheren è difesa da una diga, della quale si calcola che le spese di costruzione sommate alle spese di conservazione messe a frutto, ammontino a una somma pari al valore che avrebbe la diga stessa se fosse tutta di rame massiccio. Intorno alla città di Helder, alla estremità settentrionale della Nord-Olanda, si. stende per dieci chilometri una diga costrutta di massi di granito di Norvegia, che scende più di sessanta metri nel mare.

Tutta la provincia di Frisia, per la lunghezza di ottantotto chilometri, è difesa da tre file di palafitto enormi, sostenute da massi di granito di Norvegia e di Germania. Amsterdam, tutte le città delle rive del Zuiderzee, e tutte le isole, — frammenti di terre sparite, — che formano come una corona fra la Frisia e della Nord-Olanda, sono protette da dighe ; dalle foci dell’ Ems fino alle foci della Schelda l’ Olanda è tutta una fortezza impenetrabile, nei cui inmiensi bastioni i mulini son le torri, le cateratte son le porte, le isole sono i forti avanzati; e che al pari d’ una fortezza vera, non mostra al suo nemico, il mare, che le punte dei campanili e i tetti degli edifizii, quasi come una derisione e una sfida.

L’ Olanda è una fortezza, e il popolo olandese ci sta come in una fortezza : sul lìlede di guerra col mare. Un esercito d’ ingegneri, dipendente dal Ministero dell’Interno, sparpagliato sul paese e ordinato come un esercito, spia continuamente il nemico, veglia sull’ordine delle acque interiori, previene la rottura delle dighe, ordina e dirige i lavori di difesa. Le spese della guerra son ripartite: una parte è allo Stato, una parte alle provincie; ogni proprietario paga, oltre l’ imposta generale, un’ imposta speciale per le dighe, proporzionata all’ estensione dei suoi poderi e alla vicinanza dell’ acque.

Una rottura accidentale, un’inavvertenza possono cagionare un diluvio ; il pericolo è continuo ; le sentinelle sono al loro posto sui baluardi ; al primo assalto del mare, danno il grido di guerra, e l’ Olanda manda braccia, materiali e denari. Ed anche quando non si combattono grandi battaglie si combatte una lotta sorda e lenta. I mulini innumerevoli, anche nei laghi prosciugati, seguitano a lavorare senza posa per assorbire e versare nei canali l’ acqua piovana e quella che filtra dalla terra. Ogni giorno le cateratte dei golfi e dei fiumi, chiudono le loro porte gigantesche all’ alta marea che tenta di slanciare i suoi flutti nel cuore del paese. Si lavora continuamente a rafforzare le dighe malferme, a fortificare le dune con piantagioni, a gettar nuove dighe, dove le dune son basse, diritte come lancio immense vibrate nel seno del mare, per rompere il primo impeto delle onde.

E il mare picchia eternamente alle porte dei fiumi, flagella eternamente gli argini, brontola da ogni parte la sua eterna minaccia, solleva i suoi flutti curiosi come per guardare le terre che gli sono contese, ammonta dei banchi di sabbia dinanzi ai porti per uccidere il commercio delle città invise, rode, raspa, scava le coste ; e non potendo rovesciare i baluardi su cui frange in schiuma rabbiosa i suoi sforzi impotenti, getta ai loro piedi dei bastimenti pieni di cadaveri perchè annunzino al paese ribelle il suo corruccio e la sua forza.

Mentre questa gran lotta dura, l’ Olanda si trasforma : l’ Olanda è la terra delle trasformazioni.

Una carta geografica di questo paese com’ era otto secoli fa, a primo aspetto, non si riconosce. Trasforma il mare, trasformano gli uomini. Il mare, in alcuni punti, fa indietreggiare la costa : toglie al continente delle parti di terra, le rilascia, poi le riprende ; riunisce al continente delle isole con legami di sabbia, come nella Zelanda; stacca dei lembi di continente e forma delle isole nuove, come Wieringen; si ritira da certe provincie, e fa rimaner città di terra città eli’ eran di mare, come Leiiwarde; converte in arcipelaghi di cento isole vasti tratti di pianura come il Biesboscb; separa la città dalla terra, come Dordrecht; forma dei nuovi golfi larghi due leghe, come il Golfo di Dollart ; divide due provincie con un nuovo mare, come la Nord Olanda e la Frisia. Per effetto delle inondazioni il livello delle terre s’ innalza in un luogo, in un altro s’abbassa; terre sterili sono fecondate dal limo dei fiumi straripati, terre fertili sono cangiate in deserti di sabbia.

Colle trasformazioni delle acque si alternano le trasformazioni del lavoro. Si riuniscono delle isole al continente come l’ isola di Ameland ; si riducono ad isole provincie intere, come sarà la Nord- Olanda col nuovo canale d’ Amsterdam che la deve separare dall’ Olanda meridionale; si fanno sparire dei laghi grandi come Provincie, come il lago di Beemster; si convertono le terre, coli’ estrazione delle torbe basse, in laghi, e si ritrasformano questi laghi in praterie. E così il paese si altera, si corregge e cangia aspetto secondo le violenze dell’ acqua e i bisogni dell’ uomo.

E percorrendolo colla più recente carta geografica alla mano, si può essere sicuri che quella carta sarà inutile fra qualche anno, perchè mentre lo si percorre, vi son dei golfi che a poco a poco spariscono, dei tratti di terra in procinto di staccarsi dal continente, e dei grandi canali che s’ aprono per portar la vita in terre disabitate.

Ma l’ Olanda fece ben più che difendersi dall’ acqua, se ne impadronì. L’ acqua era il suo flagello, ne fece la sua difesa. Se un esercito straniero invade il suo territorio, essa apre le dighe e scatena il mare ed i fiumi, come li scatenò contro i Romani, contro gli Spagnuoli, contro l’ esercito di Luigi XIV, e difende le cittcà di terra colle flotte.

L’ acqua era la sua miseria, ne fece la sua ricchezza. Su tutto il paese si stende una immensa rete di canali che servono insieme come vie di comunicazione e ad irrigare le terre. Le cittcà comunicano col mare per mezzo di canali; canali vanno da città a città, legano le città ai villaggi, i villaggi fra loro, ogni villaggio coi casolari sparsi per la campagna; e canali minori cingono i poderi, i pascoli, gli orti, fan l’ ufficio di muri di cinta e di siepi; ogni casa è un piccolo porto. I bastimenti, i barconi, le barchette, le zattere percorrono la campagna, attraversano i villaggi, girano fra le case e solcano il paese in tutte le direzioni come in altri luoghi i carri e le carrozze.

E anche qui l’ Olanda ha fatto dei lavori giganteschi, come il canale Guglielmo nel Brabante settentrionale, il canale che congiunge Amsterdam, attraversando tutta la Nord-Olanda, col mare del Nord, lungo più di ottanta chilometri e largo più di trenta metri ; il nuovo canale che congiungerà Amsterdam col mare attraversando le dune, e sarà il più largo canale d’ Europa ; e un altro non meno grande che congiungerà il mare colla città di Rotterdam. I canali sono le vene dell’Olanda e l’ acqua è il suo sangue.

Ma anche senza badare ai canali, ai prosciugamenti dei laghi e alle opere di difesa, percorrendo l’ Olanda si vedono da ogni parte le traccie d’ un lavoro meraviglioso. Il terreno, che in altri paesi è un dono della natura, là è un’ opera dell’ industria. L’ Olanda tirò la maggior parte delle sue ricchezze dal commercio; ma prima del commercio dovette far fruttare la terra ; la terra non c’ era ; dovette crearla. Erano banchi di sabbia, interrotti da strati di torba, dune che il vento smuoveva e spandeva per il paese, grandi spazi di terreno lotoso che parevan condannati a una sterilità eterna. Mancavano i primi elementi dell’ industria, il ferro e il carbone; mancava il legno, poiché le foreste eran già state distrutte dalle tempeste quando sorse l’ agricoltura; mancavano le pietre, mancavano i metalli. La natura, come dice un poeta olandese, aveva rifiutato all’ Olanda tutti i suoi doni ; gli Olandesi dovettero far tutto a dispetto della natura.

Cominciarono con infertilire le sabbie. In alcuni luoghi formarono lo strato produttivo del suolo con terre portate di lontano come si forma im giardino ; sparsero la silice delle dune sulle praterie troppo umide; mescolarono colle terre troppo sabbiose i detriti delle torbe tratti dal fondo delle acque; estrassero dell’ argilla per comunicare alla superficie della terra una fertilità nuova ; lavorarono a dissodare le dune ; e così industriandosi in mille maniere, e difendendo continuamente l’ opera loro dalle acque minaccianti, riuscirono a condurre l’ Olanda a uno stato di floridezza non inferiore a quello dei paesi più favoriti dalla natura. Quell’ Olanda sabbiosa e paludosa che gli antichi consideravano appena come abitabile, manda fuori dei suoi confini, anno per anno, dei prodotti agricoli per il valore di cento milioni di lire, possiede circa un milione e trecentomila teste di bestiame, e si può annoverare, proporzionatamente all’ estensione del suo territorio, fra i paesi più popolati d’ Europa.

Ora si capisce come in un paese così fisicamente straordinario, debba esservi un popolo molto diverso dagli altri. Su pochi popoli, in fatti, la natura del paese abitato esercitò un influsso più profondo che sugli Olandesi. Il genio olandese è in perfetta armonia col carattere fisico dell’ Olanda. Basta guardare i monumenti della gran lotta combattuta da questo popolo col mare, per comprendere come il suo carattere distintivo debba essere la fermezza e la pazienza, accompagnata da un coraggio calmo e costante. Questa lotta gloriola, e la coscienza di dover tutto a sé stesso, deve aver infuso e fortificato in esso un sentimento altissimo della propria dignità e uno spirito indomabile di libertà e d’ indipendenza. La necessità d’ una lotta continua, d’ un continuo lavoro e di sacrifizi continui per difendere la propria esistenza, riconducendolo perpetuamente al sentimento della realtà, deve averlo reso un popolo altamente pratico ed economo ; il buon senso dev’ essere la sua qualità più spiccata, l’ economia dev’essere una delle sue virtù principali; deve quindi primeggiare nelle arti utili, essere parco di godimenti, essere semplice anche quando è grande, riuscire in tutto quello a cui si riesce colla tenacità dei propositi e con un’ attività pensata e regolare ; esser più saggio che eroico, più conservatore che creatore, non dare all’ edifizio del pensiero moderno dei grandi architetti, ma molti abili operai, una legione di lavoratori pazienti ed utili.

E in virtù di queste sue qualità di prudenza, di attività flemmatica e di spirito di conservazione, progredir sempre, ma a poco a poco ; acquistar lentamente, ma non perder nulla dell’ acquistato ; esser restio a spogliarsi degli usi antichi ; serbare quasi intera, malgrado la vicinanza di tre grandi nazioni, la sua originalità; serbarla passando a traverso di tutte le forme di governo, malgrado le invasioni straniere, malgrado le guerre politiche e religiose di cui fu teatro, malgrado l’ immenso concorso di stranieri d’ ogni paese che vi cercarono un rifugio e ci vissero in tutti i tempi ; essere infine di tutti i popoli del settentrione quello che, benché procedendo sempre nella via della civiltà, ha serbato più netta l’ impronta antica.

Ma basta anche rappresentarsi alla mente la sua forma, per comprendere che questo paese di tre milioni e mezzo d’abitanti, benché fuso in una così compatta unità politica, benché riconoscibile fra tutti gli altri popoli del Nord a certi tratti comuni agli abitanti di tutte le sue provincie, deve presentare una varietà grande. E così è in fatti. Tra la Zelanda e l’ Olanda propriamente detta, fra l’ Olanda e la Frisia, tra la Frisia e la Gheldria, tra la Groninga e il Brabante, malgrado tanti vincoli comuni e la vicinanza grandissima, non v’ è meno differenza che fra le provincie più lontane dell’Italia e della Francia: differenza di lingua, di costumi, di carattere ; differenze di razza e di religione. Il regime comunale ha impresso a questo popolo un carattere incancellabile, perché in nessun paese fu conforme come in questo alla natura delle cose. Il paese è diviso in parecchi gruppi d’interessi dallo stesso organismo del sistema idraulico. Quindi associazione e mutuo soccorso contro il comune nemico, il mare ; ma libertà delle forze e delle istituzioni locali.

La monarchia non ha estinto l’antico spirito municipale, ed é questo spirito che rese impossibile la completa fusione dello Stato in tutti i grandi Stati che ne fecero la prova. I grandi fiumi e i golfi profondi sono nello stesso tempo vie di commercio che servono come legami di nazionalità fra le varie Provincie, e barriere che difendono vecchie tradizioni e vecchie costumanze diverse fra loro. In questo paese apparentemente così uniforme, ad ogni passo, si può dire, fuorché l’ aspetto della natura, tutto cangia e tutt’ a un tratto, come la natura stessa all’ occhio di chi varca per la prima volta la frontiera dello Stato.

Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell’ Olanda, è più meravigliosa la sua storia politica. Questa piccola terra invasa da principio da differenti tribù della razza germanica, soggiogata dai Romani e dai Franchi, devastata dai Danesi e dai Normanni, desolata per secoli da orrende guerre civili, questo piccolo popolo di pescatori e di mercanti salva la sua libertà civile e la sua libertà di coscienza con una guerra di ottant’ anni contro la formidabile monarchia di Filippo II e fonda una repubblica che diventa l’ arca di salvamento delle libertà di tutti i paesi, la patria adottiva delle scienze, la Borsa d’ Europa, la stazione del commercio del mondo; una repubblica che stende la sua dominazione a Java, a Sumatra, nell’ Indostan, a Ceylan, nella Nuova Olanda, nel Giappone, nel Brasile, nella Guiana, al Capo di Buona Speranza, nelle Indie occidentali, a Nuova- York; una repubblica che vince l’ Inghilterra sul mare, che resiste alle armi unite di Carlo II e di Luigi XIV, che tratta da pari a pari colle più grandi nazioni ed è per un tempo una delle tre Potenze che reggono le sorti d’ Europa.

Ora non è più la grande Olanda del secolo decimosettimo ; ma è ancora, dopo l’ Inghilterra, il primo Stato coloniale del mondo; invece della grandezza antica ha una prosperità tranquilla ; si ristrinse nel commercio, acquistò nell’arricoltura; del reggimento repubblicano perdette più la forma che la sostanza ; una famiglia di principi patrioti e cari al popolo, vi siede tranquillamente in mezzo a tutte le libertà antiche e moderne. Vi è la ricchezza senza fasto, la libertà senza insolenza, l’imposta senza miseria.

Il paese procede senza scosse, senza turbamenti, con antico buon senso, conservando nelle tradizioni, negli usi e nelle libertà stesse l’impronta della sua nobile origine. È forse fra tutti gli Stati d’ Europa quello dove e’ è più istruzione popolare e meno corruzione di costumi. Solo, all’ estremità del continente, occupato delle sue acque e delle sue colonie, si gode in pace i frutti del suo lavoro senza far parlare di sé, coli’ alto conforto di poter dire che nessun popolo al mondo ha conquistato a prezzo di più grandi sacrifizi la libertà della sua fede e l’ indipendenza del suo stato.

I testi sono tratti da “Edmondo De Amicis, Olanda, Firenze, Barbera, 1876″: http://www.archive.org/details/olandaami00deamuoft

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