Sep 27

Avendo i nostri signori Veneziani deliberato di far purgare le fosse della terra nostra di Crema, diedero licenza generale che ciascuno potesse in quelle, come più gli piaceva, pescare; onde ci furono pur assai, che entrati nelle fosse, pigliarono gran quantità di pesce. Ed essendovi dentro dì molte persone, chi scalze, chi ignude, e chi d’ un modo e chi d’un altro, una donna, moglie del contestabile della porta di Ombriano, era assisa sovra il muro del ponte, e si pigliava meraviglioso piacere a metter mente a quelli che pescavano, veggendo talora il pesce sguizzar di mano ai pescatori, ed il romore che tra loro facevano.

Ella era greca, ed assai bella donna, ma tanto baldanzosa, che più essere non poteva. Sopravvenne in quello Anteo da Bologna nostro capo di fanteria, che insieme con Babone stava alla guardia di Crema.

Ella, come lo vide appresso di se, lo chiamò, e gli disse (che assai comodamente parlava italiano): capitano Anteo, mirate colui, che gran tincone ha preso. Era, non molto lunge da quello che il focone aveva, un giovine di circa ventiquattro anni, che senza brache pescava, e s’ aveva tirata la camicia sul collo, mostrando tutto il suo mobile di casa, avendo una gran masserizia, che fra le gambe sonava le campane a doppio. Anteo, che s’ imaginò che la Greca lo vedesse, ma fingesse di non vederlo, le disse: Madonna, il tincone che colui ha preso è certamente bello; ma io ve ne mostrerò uno, che è molto più bello.

Ed ove egli è soggiunse la donna. Vedete là, rispose Anteo, quel giovine che ha la camicia rivolta su le spaiile ? Mirate, mirate che bravo tinccone è quello, che fra le coscie gli pende.

Al corpo che non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese. lo penso che sia venuto a divisione con gli asini, ma che fosse il primo a pigliar su: io so che ha un gran baccalare.

La Greca, fece cotal vista di vergognarsi, ma con la coda dell’ occhiolino lo mirava; e disse: voi capitano Auteo, sempre siete su le burle. Ed avendo ben notato il giovine, entrò in altri ragioanamenti, con desiderio di volere, come poteva, provare se quel tincone era così saporito come in apparenza dimostrava; ed un anno le pareva mille di venir a questo cimento.

Avvenne, non molto dopo, che non essendo il marito in casa, Ia Greca si trovò in porta, e il giovine dal tincone grosso le passò dinanzi. Come ella lo vide, tan tosto il conobbe, e gli disse: ove vai tu a quest’ ora? e poteva esser da merigge. Io me ne vo, disse egli, qui di fuori a dir una parola all’ oste. Levossi la donna in piè, ed entrò in casa, dicendogli : vien meco, ch’ io vo’ un servigio da te. II buon giovine, che andava alla carlona entrò in casa dicendo: Madonna, che volete voi che io faccia? Io vorrei, rispose la Greca, che tu mi portassi giù dal solaio un sacco di grano.

Era il giovine contadino con un giubbone e calze di tela alla villanesca vestito. Ed essendo salito sovra il il solaio, e la donna seco: ov’è , disse, madonna, il sacco? Allora la buona greca, che voleva essere quella che un altro peso portasse, gli diede delle mani dinanzi sovra i calzoni ; e ridendo, gli domandò che cosa era là dentro ascosa. Il contadino , che aveva dell’ accorto, s’accorse che la donna voleva sonare, e disse: Madonna, questa è la mia piva, con che io faccio ballare le nostre femine in villa; e si mise anco egli su le risa.

Io vorrei, soggiunse la Greca, che tu me la mostrassi, per vederla come è fatta. Oh! disse egli, che mi darete voi se io ve la mostro? Che ti darò? rispose la Greca : lasciamela un poco vedere, e poi qualche cosa sarà.  Il buon compagno, che vedeva che ella moriva di voglia di danzare sotto la piva, la cominciò a baciare, e riversolla suso un sacco, e le diede la piva in mano; e quella essendo messa al suo luogo, ed egli sonando, e la Greca amorosamente lollando, fecero due balli senza mai riposarsi.

E parendo alla Greca non aver mai sentito il più gagliardo né cosi dolce suono, volle la terza volta entrar in danza. Onde il giovine, che era di buona lena, ed aveva gran fiato, s’ apparecchiò; e subito gonfiata la piva, fecero gagliardamente la terza danza. Temendo poi la Greca che il marito non sopravvenisse, per poter dell’ altre volle danzare, diede alcuni mozzenigbi al sonatore, e lo pregò che egli volesse talora lasciarsi vedere, acciò che potessero a loro agio ballare.

Era già in casa arrivato il marito; il quale non veggendo la moglie di sotto, e sentendo parlare di sopra, domandò chi fosse là su. La donna conobbe il marito, e sabito rispose: io era venuta qui per far portar giù questo sacco di grano a questo contadino, ma egli nol può da per sé levare, ed io meno aiutare nol posso. Voi avete fatto bene a venire: salite su, e ci aiuterete. Egli, che altro male non pensò, salì in solaio , ed aiutò a metter il sacco in spalla al contadino, che lo portò abbasso; ove la donna, che sapeva del ballo fatto, volle alquanto ristorar il giovine della fatica, e gli diede un bicchiere di buon vino a bere, e lasciollo andare.

Stava su le possessioni il contadino dì messer Salmone da Vimercato, gentiluomo molto ricco ed onorato, che è marito della signora Ippolita Sanseverina. Come il contadino fu partito, se n’andò alla casa di messer Salmone, ove quasi ogni di veniva, recando dalle possessioni ora una cosa, or un’altra. E ragionando con alcuni servidori di casa, mostrò loro i mozzenighi guadagnati, e disse il modo con che acquistati gli aveva.

La cosa fu delta a meser Salmone. Egli più compitamente dal contadino saper la volle, che il tutto minutamente gli narrò. Messer Salmone, che è gentiluomo piacevole, non ebbe mai bene fin che non disse tutta l’ istoria al magnifico podestà di Crema, nostro gentiluomo veneziano; il quale nel vero aveva un poco del tondo, e come voi Lombardi costumate di noi dire, teneva del bergamasco in magna quantitate. Quando il podestà, il cui nome non voglio per ora dire, intese questa commedia, non si potè contenere che non desse la loia al contestabile; di maniera ch’ egli ne fu a gran romare con la moglie.

Ma ella, negando il vero e facendo buon volto, seppe così fare, che gli fece credere che queste erano ciance che Babone ed Anteo avevano per malevolenza levate, perciocché ella non gli voleva dar orecchie; e tanto disse, che il buon contestabile non dava orecchie al podestà, lasciandolo dire ciò che voleva.

Avvenne indi a pochi giorni che essendo il podestà in sala con la moglie ed altre gentildonne, vi si trovò anco messer Salmone; e in quel tempo la signora Ippolita moglie di messer Salmone mando una tazza di bellissime pesche duracine alla magnifica podestaressa, e mandolle per man del contadino del grosso tincone.

Come messer Salmone lo vide, subito disse al podestà: magnifico messere, eccovi il compagno, che ha fornito la Greca del contestabile della porta d’ Ombriano. Il podestà, non avendo riguardo alla moglie ed altre donne che seco erano, comandò al contadino che dovesse narrare il fatto come era stato. Egli, che altra lingua che la cremasca apparata non aveva, o non avria saputo altrimenti il suo concetto esplicare, che con le semplici e naturali parole, disse il tutto; e tanto fece ridere il podestà e gli altri gentiluomini, che anrora ridono.

La podestaressa e l’ altre donne non risero così largamente, perché mostrarono per onestà aver vergogna, sentendo nominare così naturalmente le cose. Né bastando questo, volle il podestà che il buon compagno mostrasse il suo bel tincone, non pensando che quella medesima voglia poteva a madama podestaressa venire, che alla moglie greca del contestabile era venuta, e eh’ egli potrebbe poi così di leggiero esser beffato, come beffava altrui.

In somma il contadino, che aveva bisogno di poca levatura, sentendo ciò che il podestà gli comandava, per tema di non esser bandito o andare in prigione, sfoderò gagliardamente alla presenza d’ uomini e donne la sua squarcina, che fece meravigliare tutti gli uomini che quivi erano, vedendo sì gran baccalare e fece nascer desiderio a molte delle donne di provare come ella ben tagliava. Le risa degli uomini furono grandi. Le donne si mettevano le mani agli occhi, ma tenevano i diti larghi l’ uno dall’ altro per meglio contemplar l’ armi del Dio degli orti.

Il Podestà, ridendo tuttavia, disse: a le vangele di san Marco, che la Greca ha fatto molto bene, se s’ è provista di così bel moscolo; e su questo ciascuno diceva la sua.

Madama la podestaressa, ch’era donna di pelo rosso, ben compressa ed assai giovane, veggendo che il marito, che era uomo di più di sessant’ anni, lodava la Greca, disse tra sé: certo io provederò a’ casi miei. Messere è vecchio, e non mi tocca di tre mesi una volta: costui supplirà, se io potrò. Onde seppe col mezzo di certa buona donna sì ben fare, che ella entrò in possesso del tincone; ed ancor che meno che discretamente col contadino domesticandosi , fosse cagione che per Crema se ne parlasse, nondimeno nessuno ardì mai farne motto al podestà; ed ella trovando nel tincone buon pasto, ogni volta che poteva, se ne empiva il corpo.

Il podestà, come vedeva il contestabile, gli era sempre dietro a morderlo della moglie, che aveva preso il tincone. Tutti quelli che l’udivano , più di lui che del contestabile ridevano, sapendo come il fatto andava.

Avvenne anco spesse volte che dando il podestà la berta a colui, madama podestaressa, che era presente, anco ella se ne beffava, pensando che nessuno s’ accorgesse che, se la Greca per un di aveva banchettato col tincone, ella già più di sessante volte l’ aveva posto a lesso, a guazzetto, in pasticcio ed arrosto, essendo ferma opinione di tutti che ella usasse quel bel tincone innanzi e dopo pasto.

Ma il buon podestà, che di questo niente sapeva, s’ era messo su questo umore di non lasciar vivere il povero contestabile, non s’ accorgendo che tutta Crema di lui si beffava.

I testi sono tratti da “Il Bandello, Una Greca veggendo un pescatore senza brache si giace con lui tratta dal gran pendolone che gli vide ondeggiare tra le gambe, Novella Quarantesimasesta, in Raccolta di novellieri italiani, Pt. I, a cura di Gaetano Poggiali, Firenze, Borghi & Co., 1833: http://books.google.it/books?id=ILgZAAAAYAAJ&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Sep 11

Babilonia che per le superbe sue strade, le sue cento porte di bronzo, i suoi giardini pensili, il suo tempio di Belo, la formidabile e vasta sua cinta, ed i suoi numerosi palazzi, era guardata da Erodoto, che per altro aveva percorso l’Egitto, come la prima delle città dell’ universo, non offre più che ruderi informi ; le sue rovine istesse, nella terra sepolte, non hanno incominciato ad essere ben studiate che in questi ultimi tempi. Essa era situata sulle due rive dell’ Eufrate ed aveva 480 stadj di circuito (18 leghe).

Sulla riva orientale distinguesi in mezzo alle rovine, una collina chiamata dagli Arabi del paese Alcusr, o il palazzo, e che pare corrisponda al palazzo fatto costruire da Nabucco, e nel quale il Magno Alessandro esalò il suo ultimo sospiro: a fianco osservansi pezzi di muro che sembrano aver servito di fondamenta ai giardini pensili e sui quali scorgonsi ancora le tracce della vegetazione. Que’ diversi frantumi offrono lunghi corridoj e camere che servono di ricovero ai leoni e ad altre belve feroci.

La sola collina offre un quadrato di cui l’uno de ‘lati è di circa 2,000 piedi, ma diminuisce continuamente a cagione che incessantemente se ne estraggono i mattoni. Codesti mattoni sono della più bella qualità ; cotti al fuoco e perfettamente gittati, essi offrono tutti un’ iscrizione sulla faccia loro inferiore. Quantunque la calce non abbia che una linea di spessezza, gli strati ne sono sì ben collegati che a stento può staccarsene qualche cosa. A fianco a quei monticelli di mattoni, misti a frammenti di vasi di alabastro, veggonsi frantumi di vasi di terra, di tavole di marmo, e di tegole inverniciate.

I giardini pensili di Babilonia, meraviglia di cui i Greci cotanto parlarono, sono locati sull’alto della fortezza a livello della sommità delle mura, e sono ombreggiati da una quantità di grossi ed alti alberi. Le colonne che sostengono tutto l’edilizio sono costrutte di pietre quadrate, proprie a sopportare il terreno che vi si trova ammassato ad una certa altezza, ed a resistere all’acqua delle irrigazioni e degli innaffiamenti; e quelle masse portano alberi sì smisurati che va ne sono di quelli di otto cubiti di circonferenza nel fusto ed alti 50 piedi, e fruttiferi al pari di quelli che vegetano in terreni stabili.

Quantunque il tempo consumi insensibilmente i lavori dell’uomo e della natura stessa, codesta gran mole tormentata dalle radici di tanti alberi e grave del peso di una tale foresta, non tralascia di sussistere senz’alterazione: si è che è sorretta da forti mura alla distanza di undici piedi le une dalle altre, dimodo che da lunge credesi vedere delle foreste far ombra alle montagne ove nacquero. Dice la tradizione che un re di Siria regnando a Babilonia fece fare que’ lavori per compiacere la sua sposa che lamentava le boschine e le foreste della campagna sospirandole, e che l’amore che portavagli l’indusse ad imitare con quell’ opera singolare lo spettacolo delizioso della natura (Erodoto).

L’avanzo il più imponente che siasi conservato sulla riva occidentale, è una specie di collina sita a molte miglia dal fiume e che gli abitanti chiamano Birs-Nembrod, dal nome di Nembrot il famoso cacciatore di cui parlasi nella Bibbia. Codesto avanzo o rottame, secondo il signor Ker Porter che lo esaminò il primo con attenzione, ha di circonferenza due mila piedi su duecento di altezza; al disotto è una torre tronca, alta di trentacinque piedi. Distinguonsi ancora tre terrazzi degli otto che un di ne coronavano la sommità ; tutto ci porta a credere che sia la famosa torre di Babele, primo imponente edifizio di cui gli uomini abbiano conservata la rimembranza, e che sotto il nome di tempio di Belo occupava ancora uno spazio immenso al tempo di Alessandro il Macedone. Quanto ora sta in piedi ha per abitanti le sole belve. Cosi compissi la parola del profeta Isaia, che ne’seguenti fatidici versi proruppe con tanto entusiasmo, che noi a stento potremo imitarli nell’ italiana favella, e che cosi esprimiamo :

« La reina dei regni del mondo,
Babilonia fatale all’ Ebreo ,
La citlà dell’ orgoglio caldeo ,
Rovinata e distrutta cadrà.

« Nè per secoli nuquanco dal pondo
Sorgerà di rovina tremenda ;
Nè ombreggiata dall’ araba tenda
La sua terra più mai si vedrà.

« N’andrà lunge il pastor cogli armenti
Da quel suolo esecrato, che in selva
Di ricovro all’ indomita belva
A suo scorno cangiato sarà.

« All’ urlare de’ gufi, i serpenti
Col sibilo , alternando la voce
Faran eco al ruggito feroce
Che in que’ tetti dorati s’udrà. »

Babilonia essendo la capitale della Caldea perdette la sua più grande importanza allorchè divenne provincia dell’ impero persiano. Alessandro esternò l’intenzione di farne la capitale delle sue immense conquiste e di renderla più florida di quanto nol fosse stata mai. Ma in pria, la difficoltà di sgombrarla dall’enorme quantità di rottami che la ricoprivano dopo la vittoria di Serse, poscia la morte del figlio di Filippo, s’opposero a quel gigantesco disegno.

Seleuco, uno de’ luogotcnenti del Macedone, essendo divenuto padrone della Mesopotamia, fondò nel vicinato sulla sponda occidentale del Tigri, la città di Seleucia, che s’innalzò alle spese di Babilonia; più tardi i re parti costrussero in faccia a Seleucia sulla sponda orientale del Tigri la città di Cleut-Ctesifone che portò un nuovo colpo a Babilonia. Nullameno quando Trajano percorse, qual vincitore, l’Oriente, Babilonia era ancora in piedi ; e quel principe lodato da Plinio il giovine, potè contemplare la camera in cui Alessandro era morto. Ma ben tosto la città spopolossi e le bestie feroci accorrendovi da ogni parte, divenne come un vasto parco, dove i monarchi persiani andavano di tanto in tanto a prendersi i piaceri della caccia.

La piccola città chiamata Hiliah, che rimpiazza in oggi Babilonia, ossia che trovasi costrutta il più da vicino delle sue rovine, è cinta da miserabili mura di fango; dalla parte di ponente, quelle mura erette sopra d’un inclinato pendio, sono munite di torri sulle loro sommità, ma bastano appena per arrestare le invasioni degli Arabi del deserto.

Le profonde paludi e le terre fangose, che al dire di Diodoro Siculo, difendevano Babilonia dalla parte d’ oriente, occupano tuttora lo stesso sito; vien dopo il deserto giallo e nudo, altrettanto sprovvisto di vegetabili che di abitatori ; tutto è triste, in fuori di alcune isolate palme che fiancheggiano il fiume e ricreano la vista…. Ecco Babilonia !

Immaginatevi, dice Chateaubriand rappresentando i dintorni di Roma, le sue campagne e le sue rovine, qualche cosa della desolazione di Tiro e di Babilonia; un silenzio ed una solitudine tanto vasta, quanto il tumulto degli uomini che già si premevano su quel suolo; pare di udirvi a rimbombare questa maledizione del Profeta: « Due cose a vicenda ti colpiranno in un sol giorno: sterilità e vedovanza ». Isaia. Scorgonsi qua e là alcuni capi di strade romane dove non passa più veruno, qualche traccia disseccata dei torrenti invernali ; codeste traccie viste da una certa distanza hanno esse stesse l’aspetto di grandi strade selciate e frequentate, ed esse non sono che il letto deserto di un’onda tempestosa che disseccossi come la gloria de’ Romani.

A stento scoprite qualche arbusto; ma dappertutto vedete rottami di acquedotti e di tombe, rovine che sembrano essere le foreste e le piante indigene di una terra composta della polve de’ morti e degli avanzi degli imperii. Spesso in una grande pianura credetti scorgere messi dorate; m’avvicinai, erbe appassite avevano ingannato il mio sguardo ; alle volte sotto quelle sterili messi distinguete le traccie di un’antica cultura. Nessun augello, nessun agricoltore, nessun movimento campestre, nessun muggito di mandre, nessun villaggio; un piccolo numero di cascine deleritte mostratisi sulla nudità dei campi ; le finestre e le porte sono chiuse, non esce da que’ casolari nè fumo, nè strepito, nè abitanti.

Una specie di selvaggio nudo, pallido e consunto dalla febbre custodisce que’ miserabili abituri, come gli spettri che nelle nostre storie gotiche custodiscono l’ingresso dei castelli abbandonati. Finalmente, direbbesi che nessuna nazione osò succedere ai gloriosi suoi padroni nella loro terra natia.

Titolo e testi sono tratti da “Adrien Egron, La Terra Santa: ed i luoghi illustrati dagli apostoli, ed. ita, Torino, Pomba, 1837: http://books.google.it/books?id=–8oAAAAYAAJ&printsec=toc&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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May 27

Appartengono cosi alla storia delle lotte intestine, come a quella delle esterne guerre di Roma, due personaggi i cui fatti vennero rivestiti e si vestono tuttogiorno di forme drammatiche e romanzesche. Essi sono Cincinnato e Coriolano. La storia però dei Romani è spesso barbara ed orribile come lo sono le storie tutte e segnatamente quelle dei tempi commossi e degli Stati aristocratici, che non possono ridurre a termini d’eguaglianza le cose, nè di temperanza gli affetti. Ma insana, ridicola ed assurda la storia di Roma non è mai, nè esserlo può la storia di verun popolo, poichè reggono il mondo gli interessi delle masse e del governo, non le chimere e le vanità. V’hanno però scrittori che sempre si infiorano di strane saporose favolette.

Le legioni romane sono chiuse in mezzo da un esercito di Equi e Volsci: la repubblica è sul limitare del precipizio. Radunansi i padri alla mesta consulta: cade loro l’animo e la speranza. Ma brilla repente l’ilarità sui volti: andiamo dal bifolco, è il grido di tutti, e Roma è salva, e s’orni al trionfo il Campidoglio. Si incontra il bifolco curvo sull’aratro : gaudebat terra vomere laureato, et triumphali aratore (Plinio, lib. XVJI1); egli stacca dal giogo i buoi, e tosto pone al giugo e Volsci ed Equi, e sale la via sacra in trionfo, poi subito scappa via per riprendere il solco incominciato, e tendere i tralci per la futura vendemmia. Queste sono melense istorielle narrate in cento libri, e sempre un retore diretto aggiunge, qual morale della favola, ghiaje ribelli ad ogni digestione.

Così narra Floro nel libro 1, cap. XI, che Cincinnato dictator ab aratro, ne quid a rustici operis imitatione cessaret, victos more pecudum sub jugum misit : redit ab boves triumphalis agricola: inter quindecim dies coeptum peractumque bellum: prorsus ut festinasse dictator adrelictum opus videretur. Aurelio Vittore (cap. XVII), per rendere più teatrale il fatto del conferimento a Cincinnato della clamide dittatoriale, dice cbe il bifolco fu trovato all’aratro ignudo. Plinio il Vecchio si piace anch’egli di dirlo (lib. XVIII), ed avverte che il nunciogli disse di gettarsi almeno un abito addosso prima di udire perchè il Senato ed il popolo lo mandassero a lui: Eutropio poi (lib. I) aggiunge che sudore deterso, togam praetextam accepit. Ma il fatto di Cincinnato non è ridicolo in Tito Livio. Cincinnato, di stirpe patrizia, era già stato console: un figlio suo venne esiliato per fiere contese coi tribuni del popolo. Nuovamente eletto console, s’era Cincinnato opposto alla licenza senatoria, e la plebe venerò quindi in lui un idolo inaspettato. Nell’estremo pericolo Cincinnato riuniva i voti del popolo, e le sue promesse trovavano fede. Era povero Cincinnato, non perchè fosse bifolco, chè i bifolchi guidano i buoi e non gli Stati ; ma viveva alla campagna esercendo la coltivazione di un fondo: aveva prestato cauzione pel figlio, di cui i tribuni ordinavano l’arresto, e dovuto pagarla colla sua scarsa fortuna per essersi il figlio reso contumace quando fu chiamato a giudizio.

Nel travestire Cincinnato da bifolco le fantasie romane non fecero che imitare le greche. Narrano infatti gli storici greci che Alessandro Magna scelse a re di Sidone un Abdolonimo, che cavava dell’ acqua per l’ irrigazione dei campi: questa indicazione potrebbe bene applicarsi anche ad abile agricoltore che fertilizzasse i suoi fondi coll’irrigazione artificiale : gli storici però fecero d’Abdolonimo un semplice bracciante, un precursore di Cincinnato, un uomo volgare chiamato da Alessandro ad imperare a Sidone. Ma era Alessandro tal principe che conoscesse sì male i doveri di governatore e di re da affidarne l’esercizio ad un ordinario bracciante? Alessandro poteva ben togliere l’autorità ad un ceto, ed investirne un altro, poteva bramare che Sidone attendesse piuttosto all’agricoltura che al mare, poteva volere che governasse a Sidone persona affatto nuova e totalmente dipendente da lui ; ma è egli credibile che Alessandro volesse chiamare al potere persona assolutamente inesperta, che amasse di sollevare un idiota incapace di comprendere gli ordini e scopi del grande conquistatore, inetto a giovare a Sidone, a vigilare su Tiro, a favorire i Macedoni, che donasse uno Stato ad un bracciante comune per avere il dileggio dei Greci, e dovere con perpetua presenza di forze mantenerlo in impero? Eppure si scrive, e si ripete ogni dì con irriflessione costante che Abdolonimo era un bracciante, e Cincinnato un bifolco.

In Cincinnato, in Camillo, esaltano gli scrittori la virtù sceneggiando in racconti:biasimano in Coriolano il vizio di livore e vendetta, ma sempre sceneggiano. anch’egli era forte soldato: Shakspeare però nel suo Coriolano ha grandeggiato di troppo quando fa dire al suo amico Menennio che Coriolano aveva sparso tonnellate di sangue di Volsci, e che per essere Dio non gli mancava che l’eternità, ed il ciclo per trono. Nelle intestine discordie Coriolano, lancia spezzata del partito patrizio, resisteva ai tribuni nel fòro: sortiva anche alla guerra coi partigiani suoi quando i tribuni impedivano le leve: fu per esser gettato dalla rupe Tarpea. Alfine spinto in esiglio, riparò ai Volsci, e nelle storie e nelle tele dipinte lo vediamo assiso al focolare di Amfidio Tullo, come Temistocle a quello del re dei Molossi, o di Serse persiano. Piombò su Roma, incendiò e distrusse: arrivò a cinque miglia da Roma, perchè quanti s’avanzarono contro Roma vengono dagli storici arrestati precisamente ad quintum lapidem. Ma non si legge che Coriolano avesse già battuto l’esercito, che s’era ripiegato sulla città, e gravissima impresa doveva essere per lui l’assalto di Roma intera di forze, e ben unita contro di esso per antico odio di popolo, e pei patrizii alienati da defezione sì grave. Stipulò accordi, retrocesse: fu poi ucciso dai Volsci credendosi traditi? si uccise da sè? morì placidamente in vecchiaja? Tutto leggiamo, tutto adunque è incerto, e Shakspeare credette di poterlo ammazzare a suo modo facendolo vittima della gelosia d’Amfidio Tullo. Ma agli storici novellieri pia piace dipingerci non Roma madre che cerca ed ottiene la pace, ma quella che l’ebbe in grembo, Volumnia, accorrente, col piccolo Coriolano in braccio a Virgilia, che dice d’essere egli pure romano, e voler essere cogli altri scannato: ci mostrano poi le lacrime figliali, maritali, paterne per gli occhi al guerriero rompenti, la rinfacciata vergogna dei veri trionfi, il ritirarsi che per la sua salvezza più a tempo non era, ed il sangue del traditore di Roma versato dai Volsci traditi da lui.

Cercaronsi nelle storie recenti analogie di personaggi più noti col Coriolano di Roma: sono abbondevoli, ma fra le molte sembrò che il contedi Carmagnola più d’ogni altro fosse il Coriolano della moderna età. E scrittori meno avvezzi a pensar grave ed aggiustato, ed a sobrio e retto ponderare, ammanirono sul Carmagnola, come fatto avevano su Coriolano, ampia nutrizione di sceniche rappresentazioni ai lettori, piuttosto che rischiarare le fasi della politica sua vita, e della triste sua fine. Il Carmagnola condottiere pel duca Filippo Visconti aveva saputo conquistare per esso quasi senza esercito un ampio Stato. Avesse o non il Carmagnola il genio riflessivo delle combinazioni strategiche ed il genio fulminante delle battaglie, egli non provava lo sgomento anticipato degli ostacoli conoscendoli deboli, aveva ingegno, concitazione e scaltrezza, qualità che han molta forza a successo d’imprese lodevoli e ree: era l’artefice capace di sciogliere il nodo che aveva stretto: l’impresa ardua per un Èrcole imperito, poteva esser facile per il venturiero iniziato al mistero. Sapeva il Carmagnola dov’era una bilancia di partiti in bilico, e come delibrarla per farla traboccare; sapeva come addensare passioni, e farne tempesta ; sapeva qual suono rendessero le spade del duca, e come si aprissero le porte della sua città. Corrucciossi col duca, e lo lasciò : i Veneti allora lo scelsero a capitanarli contro lo stesso duca; ma nol fecero già, come dice Daru, e leggesi nel proemio della nota tragedia italiana, perchè gli occhi del Carmagnola schizzassero d’ira contro Filippo, non altrimenti che quelli di Coriolano al focolare di Tullo, sì sovente nelle scuole descritti, ne schizzavano contro Roma. Ben meglio vide Denina, lo scrittore delle Rivoluzioni: i Veneti scelsero il Carmagnola, egli dice, perchè conoscitore del debole e del forte del Milanese, e Coriolano fu scelto dai Volsci perchè conosceva egli pure ogni seme di mala contentezza, ogni via aperta all’ardimento, ed ogni mezzo onde il terrore tornasse a chi dato l’aveva.

Così Coriolano, come il Carmagnola, si infiammarono dell’impeto dell’ira, e non si governarono col freno della ragione. Cadde il Carmagnola :cadde, sembra certissimo, anche Coriolano. Entrambi prestarono a chi li accolse servigi grandi, ma incompleti; non ebbero il premio dei primi, ma la pena del compimento mancato: fu gridata la colpa, non esposta la prova, e la posterità ammise facilmente la colpa. Nessuno pensò alle arti tristissime ed usate sì spesso da colui che diffida, e diffida a ragione di chi ha già altri tradito: resi i servigi, forse i maggiori che il traditore prestare potesse, viene abbandonato o spento. Ed anche Coriolano ed il Carmagnola portarono forse pena dell’altrui diffidenza, della propria impotenza a servire di più, non del proprio peccato. Quanti ebbero destino più mite, ma pur essi infelice! I Veneti, p. es., giovaronsi del Colleone di Bergamo per impadronirsi della sua città: entrati in essa, non attennero fede, e chi sperava di diventarne il principe per l’ajuto di Venezia, ne divenne profugo per l’ordine di Venezia. Si pose allora il Colleone agli stipendii milanesi, e diede mano a cacciare da Bergamo i Veneziani : reso quel servigio che potè rendere, i Milanesi lo carcerarono perchè ai Veneti non ritornasse.

Noi volentieri ci soffermiamo su queste politiche idee, perchè recano, a quanto ci sembra, chiarezza a comprendere moltissimi fatti di storia antica, e moltissimi di quella del medio evo, non mancando le analogie dei medesimi nemmeno oggidì. È necessario portare luce sulle cause di essi, perchè non solo gli scrittori letterarii diedero frivole spiegazioni dei condottieri e delle milizie di ventura, come già mostrammo nel capitolo III della parte I averle date inesatte sul pregio dei mercenarii che erano eserciti più o meno valenti, ma senza l’importanza politica di quelle squadre di partigiani, e di chi le formava e reggeva. Perfino varii scrittori di storica filosofia e di giurisprudenza di Stato giudicarono talvolta dei venturieri e dell’uso di essi in modo troppo discorde dalle vere loro origini, e dagli scopi politico-militari del loro armeggiare. Così Gian Domenico Romagnosi e molti seguaci di lui opinarono che gli Stati d’Italia, ove i condottieri e le schiere di ventura furono più che altrove numerose e durevoli, si valessero di esse per non togliere nelle guerre le braccia al commercio ed alle manifatture. È meraviglia fin dove il predominio di certe idee abbia introdotto ed intronizzato la politica economia! Ci sia dunque concesso l’esaminare più addentro ed estenderci, e sarà utile all’intelligenza della storia politica, ed al raffronto d’epoche somiglianti, e degli identici effetti di cause eguali in tempi remoti fra loro, ed in diverse regioni. Questa opera già offrì nella Grecia, in Roma, a Cartagine, nella Siria, in Persia, abbondevoli esempii di esuli armati, di soldatesche per odii di parte giurate a bandiera straniera: moltissimi ancora ne vedremo in tutto l’orbe romano, ed in quei limitrofi Stati nei quali giunge alcuna storica luce. Ne abbiamo addotto, ed addurremo ragioni palesi. E palesi pur sono, e di simile natura, le cause per cui l’Italia ebbe a soffrire nella media età più d’ogni paese di tanta tristezza, che parve nella medesima inviscerata ed eternata a sistema.

Per secoli intieri non vi fu governo in Italia che tirannia non fosse, benchè la tirannia variasse nei luoghi, negli aspetti e nel nome, esercitandosi talvolta dall’autorità ecclesiastica contro la secolare, spesso dai nobili contro il popolo, spesso dal popolo contro i nobili, talora da sorti usurpatori in città, da principi venuti d’oltre Alpi, o da capi arrivati pei mari. Poche erano le vittime della giustizia, molte quelle del carnefice, e la confisca era più ancora necessità di vittoria, che pena pel vinto. Quindi l’Italia per più secoli sobbalzata e convulsa fu piena di esuli e di proscritti che avrebbero arso ben anco il mondo purchè restassero le reliquie e le ceneri a loro profitto, le vendette saziassero, e riacquistassero i beni caduti in confisca, e la sovranità passata in altrui mani. Crescevano per le continue violenze; erano forti di numero, più forti d’associazione fra loro, fortissimi per le aderenze coll’estero e coll’interno : ingagliardivano ancora della concorrenza dei volontarii, degli esteri, degli avanzi d’eserciti imperiali, e degli Svizzeri venali. In sì complicato inviluppo, quando vacillava la pace, o s’intimava la guerra, l’ assoldare le bande contrarie al governo nemico era consiglio di politica insidia. Raccoglievansi le bande monarchiche sotto al principe esule, le bande popolari sotto l’esule demagogo, le nobili sotto l’esule patrizio, le guelfe e le ghibelline sotto i varii loro capi anelanti a vendetta. Se tanti furono e sono in ogni tempo e contrada i governi ed i popoli che come Lodovico il Moro chiamano gli stranieri, e poi lo Stato ne piange, ed essi vanno a rovina con lui, quanto più dovevano essere chiesti da chi anelava a rivolte i cittadini e congiunti ! Il loro campo non era solo torneo per armi, ma fucina di politici intrighi : preparavano la mina rovinatrice mettendo voci per arte sulla temperanza varcata, ed i procedimenti avari di chi teneva l’imperio : narravano, inventavano le crude infamie dei dominatori : cessassero, dicevano, i popoli dall’offrire i loro corpi perchè vi fossero piantati gli artigli. Scrivendo così sulle bandiere il pubblico bene, le bande marciavano. Queste bandiere facevano sovente migliore impressione nei difensori che non l’ariete nelle mura, e talvolta ad uno squillo di tromba il baluardo crollava. Chi mai può scorgere in questo sistema di venturieri un riguardo pel commercio, un beneficio per le manifatture?

Un Cavalcabò comandava i mercenarii veneti quando Venezia tentò l’acquisto di Cremona contro i Visconti : colle bande degli Strozzi tentava Francia di precipitare i Medici. Ora i Cavalcabò erano stati dai Visconti cacciati da Cremona, e gli Strozzi cacciati da Firenze dai Medici. I Benzoni, signori di Crema, ne venivano scacciati dai Visconti : i Veneti ascrivevano allora i Benzoni al libro d’oro, li prendevano in servigio nelle truppe venete di terraferma, e movevansi contro Crema.

Dappertutto poi il nome di straniero parve identico a quello di fedele, e furono detti fedeli gli Svizzeri, fedeli gli Alemanni alle corti italiane ed alle altre europee, fedeli le guardie scozzesi o quelle d’Irlanda alla corte di Francia. Così i Califfi trovarono fedeli in Bagdad i mercenarii turchi, e parvero fedeli i Mamelucchi in Egitto, gli Strelizzi nelle Russie ed i Gianizzeri in Turchia, almeno finchè questi furono milizie mercenarie composte di schiavi cristiani, e tuttora lo sembra nel Marocco la guardia imperiale dei negri Bocari. Anche in Germania, allorchè le ire politico-religiose elevarono tanti patiboli e tanti roghi incesero, l’Olanda con torme assoìdate di mercenarii tedeschi toglieva al dominio di Spagna quelle terre, che l’industria aveva dapprima conquistato sul mare.

In molti Stati italiani la classe commerciale e manifatturiera non esercitava alcun diritto politico : essa non decideva della guerra, nè del modo di combatterla. Invece in Firenze, prima della dominazione dei Medici, i manifattori ed i commercianti avevano un voto principalissimo nella legislazione. Nondimeno il sistema dei militi venturieri fu egualmente comune a tutti gli Stati. Dunque il sistema procedeva da cause universali, e non da particolari. In Firenze vi fu un tempo in cui perfino l’ordine politico fu intieramente sconvolto, perchè i popolani furono convertiti in nobili, ed i nobili furono convertiti in popolani, giacchè fu tolto il voto ai nobili, e fu riservato ai plebei. Ma il sistema dei venturieri, perchè radicato nelle politiche condizioni di quelle età, continuò invariato. Ed anche in questa età, in cui i metodi di guerra sono tanto diversi dai metodi antichi, ed il pregio delle milizie tumultuarie e raunaticcie è scemato, abbiamo veduto unirsi legioni di profughi ad aggredire gli Stati.

Quando l’Italia si ridusse ad un minor numero di Stati, le bande mercenarie si fecero più grosse ; ma erano già bande degeneri, e non schiere di fuorusciti anelanti a ritorno e vendetta. Perdettero allora quelle torme del pregio politico, perdettero dell’impiego continuo, perdettero dell’affluenza continua d’altri fuorusciti : scemarono poi infinitamente del pregio militare pei variati sistemi di guerra, e l’apparire sul campo di truppe regolari di Francia e di Spagna. Machiavelli si doleva di queste milizie inferiori alle truppe dell’estero ; ma non era più lo spirito di parte che rendeva una volta temibili le bande mercenarie : all’epoca sua i venturieri erano soldati come i legionarii, come gli odierni, ma non permanenti, nè disciplinati.

I testi sono tratti da “Cristoforo Negri, La storia antiqua restituita a verità e raffrontata alla moderna, Torino, Molini e Landi, 1812″: http://books.google.it/books?id=qQgPAAAAQAAJ&printsec=titlepage

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May 24

FAVOLA XVIII: LA MOSCA E IL MOSCERINO

Dall’ infiammate rote
Febo scotea sul suol l’ estivo ardore ;
E il robusto aratore
Stava all’ arso terreno
Col vomere tagliente aprendo il seno ;
Acceso il volto, di sudor bagnato,
Col crine scompigliato,
Curvo le spalle, il cigolante aratro
Con una man premea,
Che col chino ginocchio accompagnava,
E coll’altra stringea
Pungolo acuto, e colla rozza voce,
E coi colpi frequenti
Affrettava de’ bovi i passi lenti.

Stava sopra l’aratro in grave volto,
Ed in aria importante
Una Mosca arrogante ,
Ch’ or su l’ irsuto tergo
De’ stanchi buoi volava
Ed ora al tardo aratro
In fretta ritornava,
E quasi in alto affar tutta occupata,
Smaniante ed affannosa
Corre, ronza, s’ adira, e mai non posa,

Un Moscerino intanto
Passando ad essa accanto
Le disse : e perchè mai
Tanto sudi , e t’ affanni ? e cosa fai ?

Rispose con dispetto
Quell’arrogante insetto :
Noi vedi; è necessario il domandare
Qual importante affare
Ci occupi tutti adesso ? ad ignorarlo
Veramente sei solo ;
Non lo vedi , balordo ? Ariamo il suolo .
A tal proposizion rise perfino
II picciol Moscerino.

E’ assai comune usanza
II credersi persona d’ importanza.

I testi sono tratti da “Lorenzo Pignotti, Favole e Novelle, Bassano, Remondini, 1825″: http://books.google.it/books?dq=mosca&pg=PA103&id=prUuAAAAIAAJ&as_brr=1#PPP7,M1

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May 21

FAVOLA XL: L’UOMO, IL GATTO, IL CANE, E LA MOSCA

Alorquando vivean gli animali
Tutti nella selvatica dimora,
Nè alcun di loro ancora
Punto addomesticato
S’era all’ uomo, e alle case avvicinato,
E dal bisogno e dalla fame oppressi
Una vita traean trista ed incerta ;
Che se talora dal fecondo seno
Benefico il terreno Largamente versava i doni suoi,
Sopraggiungea dipoi
II nudo inverno ; e tolta allora ai campi
La spoglia verdeggiante, e i dolci frutti,
Battevan gli animali i denti asciutti.
Or vedendo i vantaggi
Della vita sociale,
Qualche savio animale
Accostandosi all’ Uomo gli richiese
D’esser da lui pasciuto ,
E i suoi servigj offersegli in tributo.
Ebben, rispose l’Uomo, ognuno esponga
Con quale abilità
Possa servir l’ umana società.

Fecesi avanti il Gatto
Magro sparuto , e tutte fuor mostrando
Le scarne ossa appuntate e inaridite,
Che di grinzosa pelle eran Vestite,
Questi denti e quest’ ugna,
Disse, vi serviranno : io nella cella
Ove i cibi più dolci son riposti
Attenta sentinella
Ognora andrò vegliando; il cacio, il lardo
Io difender saprò sotto l’amica
Protezion di quest’ armi,
La sala, la dispenza, la cantina,
E della casa ogni angolo più scuro
Sarà da topi libero e sicuro.
Bene, replicò l’ Uomo, io son contento
Siate fedele, attento,
E pasciuto sarete.

E voi, voltosi al Cane,
Ditemi un po’, che cosa far sapete ?
La fede mia, soggiunse il Cane allora
Nota é abbastanza a tutte le persone;
Difenderò il padrone
Dai nemici e da’ ladri; io sulla soglia
Veglierò notte e giorno,
Né alla tua casa intorno
Si vedrà mai la volpe; entro de’ boschi
Or la lepre, or la starna, or la pernice
Trovar saprò; che più? la greggia ancora
Da’ notturni perigli
Assicurar mi vanto, e alla mia fede
Ogni animal lanoso
Dovrà la sicurezza e il suo riposo.
Si riceva anche il Cane, egli lo merta,
Esclamò l’Uomo

indi alla Mosca volto,
Che con sprezzante volto,
Poco curando l’Uomo e gli animali,
In aria baldanzosa
Stava sedendo in una mela-rosa;
E voi qual buon uffizio
Far sapete degli uomini in servizio?
Io lavorar ( rispose il vano insetto
Con disdegnoso aspetto)
Io lavorar? sappiate
Che tutta la mia schiatta,
Tutta la nostra gente,
Da tempo immemorabile
Non fecero mai niente:
Onde come vedete
io sono un gentiluom; mi conoscete?
Vi par dunque ch’io debba
Avvilire il mio sangue generoso
Perfino a diventar industrioso?
Da’ felici avi miei mi fu trasmesso
(E conservar lo voglio
Con un nobile orgoglio)
Il privilegio illustre
Di vivere ozioso, e dalla culla
Fino alla tomba placido e tranquillo
Non fo, non feci, e non farò mai nulla.
Uomo sdegnato allor, rotando sopra
Dell’ insetto arrogante
Il lino biancheggiante,
Dall’ odoroso pomo il discacciò,
E con tai detti poi l’accompagnò:
Lungi di qua, superba creatura;
Non sai, che la Natura
Niun pose in scena in sul teatro umano
Per esser della terra un peso vano ?
Avresti tu su quella rubiconda
Scorza succiato il nettare soave,
Se con fatica grave,
Se con lungo sudore
L’esperto agricoltore
Non avesse quell’ arbore piantato,
E quel suol coltivato? E che saria nel mondo
Del social meraviglioso nodo!
Se mai tutti pensassero a tuo modo?
Vanne: non è lontano il tuo destino,
Io ti vedrò frappoco
Da ogni mensa scacciata e da ogni tetto,
Entro il fango morir sozzo ed abbietto.

Cosa vuol dir la favoletta mia?
Forse con stil maligno e ingiurioso
Vuole indicar, che sia Gentiluomo sinonimo d’ ozioso ?
No; la favola mia sol parla a quei
O nobili o plebei,
Che credono distinguersi nel mondo
Col viver della terra inutil pondo.

I testi sono tratti da “Lorenzo Pignotti, Poesie, Vol. II, Firenze, Molini e Landi, 1812″: http://books.google.it/books?pg=PA51&dq=mosca&id=WAQGAAAAQAAJ&as_brr=1#PPP7,M1

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