Sep 11

Babilonia che per le superbe sue strade, le sue cento porte di bronzo, i suoi giardini pensili, il suo tempio di Belo, la formidabile e vasta sua cinta, ed i suoi numerosi palazzi, era guardata da Erodoto, che per altro aveva percorso l’Egitto, come la prima delle città dell’ universo, non offre più che ruderi informi ; le sue rovine istesse, nella terra sepolte, non hanno incominciato ad essere ben studiate che in questi ultimi tempi. Essa era situata sulle due rive dell’ Eufrate ed aveva 480 stadj di circuito (18 leghe).

Sulla riva orientale distinguesi in mezzo alle rovine, una collina chiamata dagli Arabi del paese Alcusr, o il palazzo, e che pare corrisponda al palazzo fatto costruire da Nabucco, e nel quale il Magno Alessandro esalò il suo ultimo sospiro: a fianco osservansi pezzi di muro che sembrano aver servito di fondamenta ai giardini pensili e sui quali scorgonsi ancora le tracce della vegetazione. Que’ diversi frantumi offrono lunghi corridoj e camere che servono di ricovero ai leoni e ad altre belve feroci.

La sola collina offre un quadrato di cui l’uno de ‘lati è di circa 2,000 piedi, ma diminuisce continuamente a cagione che incessantemente se ne estraggono i mattoni. Codesti mattoni sono della più bella qualità ; cotti al fuoco e perfettamente gittati, essi offrono tutti un’ iscrizione sulla faccia loro inferiore. Quantunque la calce non abbia che una linea di spessezza, gli strati ne sono sì ben collegati che a stento può staccarsene qualche cosa. A fianco a quei monticelli di mattoni, misti a frammenti di vasi di alabastro, veggonsi frantumi di vasi di terra, di tavole di marmo, e di tegole inverniciate.

I giardini pensili di Babilonia, meraviglia di cui i Greci cotanto parlarono, sono locati sull’alto della fortezza a livello della sommità delle mura, e sono ombreggiati da una quantità di grossi ed alti alberi. Le colonne che sostengono tutto l’edilizio sono costrutte di pietre quadrate, proprie a sopportare il terreno che vi si trova ammassato ad una certa altezza, ed a resistere all’acqua delle irrigazioni e degli innaffiamenti; e quelle masse portano alberi sì smisurati che va ne sono di quelli di otto cubiti di circonferenza nel fusto ed alti 50 piedi, e fruttiferi al pari di quelli che vegetano in terreni stabili.

Quantunque il tempo consumi insensibilmente i lavori dell’uomo e della natura stessa, codesta gran mole tormentata dalle radici di tanti alberi e grave del peso di una tale foresta, non tralascia di sussistere senz’alterazione: si è che è sorretta da forti mura alla distanza di undici piedi le une dalle altre, dimodo che da lunge credesi vedere delle foreste far ombra alle montagne ove nacquero. Dice la tradizione che un re di Siria regnando a Babilonia fece fare que’ lavori per compiacere la sua sposa che lamentava le boschine e le foreste della campagna sospirandole, e che l’amore che portavagli l’indusse ad imitare con quell’ opera singolare lo spettacolo delizioso della natura (Erodoto).

L’avanzo il più imponente che siasi conservato sulla riva occidentale, è una specie di collina sita a molte miglia dal fiume e che gli abitanti chiamano Birs-Nembrod, dal nome di Nembrot il famoso cacciatore di cui parlasi nella Bibbia. Codesto avanzo o rottame, secondo il signor Ker Porter che lo esaminò il primo con attenzione, ha di circonferenza due mila piedi su duecento di altezza; al disotto è una torre tronca, alta di trentacinque piedi. Distinguonsi ancora tre terrazzi degli otto che un di ne coronavano la sommità ; tutto ci porta a credere che sia la famosa torre di Babele, primo imponente edifizio di cui gli uomini abbiano conservata la rimembranza, e che sotto il nome di tempio di Belo occupava ancora uno spazio immenso al tempo di Alessandro il Macedone. Quanto ora sta in piedi ha per abitanti le sole belve. Cosi compissi la parola del profeta Isaia, che ne’seguenti fatidici versi proruppe con tanto entusiasmo, che noi a stento potremo imitarli nell’ italiana favella, e che cosi esprimiamo :

« La reina dei regni del mondo,
Babilonia fatale all’ Ebreo ,
La citlà dell’ orgoglio caldeo ,
Rovinata e distrutta cadrà.

« Nè per secoli nuquanco dal pondo
Sorgerà di rovina tremenda ;
Nè ombreggiata dall’ araba tenda
La sua terra più mai si vedrà.

« N’andrà lunge il pastor cogli armenti
Da quel suolo esecrato, che in selva
Di ricovro all’ indomita belva
A suo scorno cangiato sarà.

« All’ urlare de’ gufi, i serpenti
Col sibilo , alternando la voce
Faran eco al ruggito feroce
Che in que’ tetti dorati s’udrà. »

Babilonia essendo la capitale della Caldea perdette la sua più grande importanza allorchè divenne provincia dell’ impero persiano. Alessandro esternò l’intenzione di farne la capitale delle sue immense conquiste e di renderla più florida di quanto nol fosse stata mai. Ma in pria, la difficoltà di sgombrarla dall’enorme quantità di rottami che la ricoprivano dopo la vittoria di Serse, poscia la morte del figlio di Filippo, s’opposero a quel gigantesco disegno.

Seleuco, uno de’ luogotcnenti del Macedone, essendo divenuto padrone della Mesopotamia, fondò nel vicinato sulla sponda occidentale del Tigri, la città di Seleucia, che s’innalzò alle spese di Babilonia; più tardi i re parti costrussero in faccia a Seleucia sulla sponda orientale del Tigri la città di Cleut-Ctesifone che portò un nuovo colpo a Babilonia. Nullameno quando Trajano percorse, qual vincitore, l’Oriente, Babilonia era ancora in piedi ; e quel principe lodato da Plinio il giovine, potè contemplare la camera in cui Alessandro era morto. Ma ben tosto la città spopolossi e le bestie feroci accorrendovi da ogni parte, divenne come un vasto parco, dove i monarchi persiani andavano di tanto in tanto a prendersi i piaceri della caccia.

La piccola città chiamata Hiliah, che rimpiazza in oggi Babilonia, ossia che trovasi costrutta il più da vicino delle sue rovine, è cinta da miserabili mura di fango; dalla parte di ponente, quelle mura erette sopra d’un inclinato pendio, sono munite di torri sulle loro sommità, ma bastano appena per arrestare le invasioni degli Arabi del deserto.

Le profonde paludi e le terre fangose, che al dire di Diodoro Siculo, difendevano Babilonia dalla parte d’ oriente, occupano tuttora lo stesso sito; vien dopo il deserto giallo e nudo, altrettanto sprovvisto di vegetabili che di abitatori ; tutto è triste, in fuori di alcune isolate palme che fiancheggiano il fiume e ricreano la vista…. Ecco Babilonia !

Immaginatevi, dice Chateaubriand rappresentando i dintorni di Roma, le sue campagne e le sue rovine, qualche cosa della desolazione di Tiro e di Babilonia; un silenzio ed una solitudine tanto vasta, quanto il tumulto degli uomini che già si premevano su quel suolo; pare di udirvi a rimbombare questa maledizione del Profeta: « Due cose a vicenda ti colpiranno in un sol giorno: sterilità e vedovanza ». Isaia. Scorgonsi qua e là alcuni capi di strade romane dove non passa più veruno, qualche traccia disseccata dei torrenti invernali ; codeste traccie viste da una certa distanza hanno esse stesse l’aspetto di grandi strade selciate e frequentate, ed esse non sono che il letto deserto di un’onda tempestosa che disseccossi come la gloria de’ Romani.

A stento scoprite qualche arbusto; ma dappertutto vedete rottami di acquedotti e di tombe, rovine che sembrano essere le foreste e le piante indigene di una terra composta della polve de’ morti e degli avanzi degli imperii. Spesso in una grande pianura credetti scorgere messi dorate; m’avvicinai, erbe appassite avevano ingannato il mio sguardo ; alle volte sotto quelle sterili messi distinguete le traccie di un’antica cultura. Nessun augello, nessun agricoltore, nessun movimento campestre, nessun muggito di mandre, nessun villaggio; un piccolo numero di cascine deleritte mostratisi sulla nudità dei campi ; le finestre e le porte sono chiuse, non esce da que’ casolari nè fumo, nè strepito, nè abitanti.

Una specie di selvaggio nudo, pallido e consunto dalla febbre custodisce que’ miserabili abituri, come gli spettri che nelle nostre storie gotiche custodiscono l’ingresso dei castelli abbandonati. Finalmente, direbbesi che nessuna nazione osò succedere ai gloriosi suoi padroni nella loro terra natia.

Titolo e testi sono tratti da “Adrien Egron, La Terra Santa: ed i luoghi illustrati dagli apostoli, ed. ita, Torino, Pomba, 1837: http://books.google.it/books?id=–8oAAAAYAAJ&printsec=toc&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Mar 16

Chi guarda per la prima volta una grande carta dell’ Olanda, si meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l’ Olanda appartenga più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse, quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l’ aspetto di fiumi, par che portino al mare nuovi mari ; e quel mare che, quasi cangiandosi in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi ; i laghi, le vaste paludi, i canali che s’ incrociano in ogni parte, pare che un paese così screpolato debba da un momento all’altro disgregarsi e sparire. Si direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si pensa che gli abitanti, poiché è gente tanto ardita da starvi, non ci debbano dormire coll’ anima in pace.

Che paese sia l’ Olanda l’ hanno detto molti in poche parole.

Napoleone disse ch’ è un’ alluvione di fiumi francesi, — il Reno, la Schelda e la Mosa, — e con questo pretesto l’ aggregò all’ Impero. Uno scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un altro, un’ immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un annesso del vecchio continente, la China dell’ Europa, la fine della terra e il principio dell’ oceano, una smisurata zattera di fango e di sabbia ; e Filippo II — il paese più vicino all’ inferno.

Ma su un concetto furon tutti d’ accordo, e lo espressero tutti colle stesse parole : — L’ Olanda è una conquista dell’ uomo sul mare, — è un paese artificiale, — lo fecero gli Olandesi, — esiste perchè gli Olandesi lo conservano, — sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.

Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l’ Olanda com’ era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che erravano in cerca di una patria.

L’ Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi, come mari che si toccavano l’ un l’ altro ; paludi accanto a paludi ; sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e d’ ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d’ albero in albero senza toccare la terra.

Le baie profonde portavano fin nel cuore del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano una volta all’ anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, ne terra né acqua, sulle quali non si poteva né camminare né navigare. I grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e s’ addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate, velato da una nebbia perpetua, nel quale non s’ udiva che il muggito delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini.

I primi popoli che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti dei fiumi e dalle invasioni dell’ oceano, e vivere su quelle alture come naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel primo quei popoli.

Gli altri storici latini parlarono con pietoso rispetto di que’ barbari intrepidi che vivevano su terre galleggianti esposti alle intemperie d’ un cielo spietato e alle collere del misterioso mare del Nord ; e l’ immaginazione si compiace a raffigurarsi i soldati romani che dall’ alto delle estreme città delle dell’ impero percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal cielo.

Ora, se si pensa che una tal regione è diventata uno dei più fertili, dei più ricchi e dei meglio ordinati paesi del mondo, si capisce come sia giusto il dire che l’ Olanda è una conquista dell’ uomo.

Ma bisogna aggiungere : è una conquista continua.

A spiegare questo fatto, a mostrare come l’ esistenza dell’ Olanda, malgrado le grandi opere di difesa che gli abitanti vi costrussero, richieda ancora una lotta incessante e piena di pericoli, basta rammentare di volo alcune fra le vicende principali della sua storia fìsica, a partir dal tempo in cui gli abitanti l’ avevano già ridotta una terra abitabile.

Le tradizioni parlano già di una grande inondazione della Frisia nel sesto secolo. D’allora in poi, ogni golfo, ogni isola, e si può dir quasi ogni città dell’ Olanda ricorda una catastrofe. Da tredici secoli si conta che vi sia seguita una grande inondazione ogni sette anni, oltre le piccole; e perchè il paese è tutto pianura, queste inondazioni furon veri diluvii. Verso la fine del tredicesimo secolo il mare disfece una parte d’ una fertile penisola vicino alle foci dell’ Ems e distrusse più di trenta villaggi.

Nel corso del medesimo secolo, una serie d’ inondazioni marine aprirono un immenso varco nell’ Olanda settentrionale, e formarono il Golfo di Zuiderzee, dando la morte a quasi ottantamila persone. Nel 1421 una burrasca fece straripare la Mosa, che seppellì sotto le sue acque, in una notte, settantadue villaggi e centomila abitanti. Nel 1532 il mare ruppe le dighe della Zelanda, distrusse centinaia di villaggi e coprì per sempre un vasto tratto di paese. Nel 1570 una tempesta produsse un’altra inondazione nella Zelanda e nella provincia d’Utrecht, Amsterdam fu invasa dalle acque, in Frisia annegarono ventimila persone.

Altre grandi inondazioni avvennero nel secolo diciassettesimo, due spaventose sul principio e sulla fine del decimottavo, una nel 1825 che desolò la Nord-Olanda, la Frisia, l’ Over-Yssel e la Gheldria, un’ altra grande nel 1855 del Reno, che invase la Gheldria e la provincia d’ Utrecht, e coperse gran parte del Brabante settentrionale.

Oltre a queste grandi catastrofi, ne seguirono, nei varii secoli, altre innumerevoli, che sarebbero famose in altri paesi, e che in Olanda appena si ricordano, come le inondazioni del grande lago di Haarlem, prodotto esso medesimo da un’ inondazione del mare ; città fiorenti del Golfo di Zuiderzee sparite sotto le acque; le isole della Zelanda a volta a volta coperte dal mare e rilasciate ; i villaggi della costa, da Helder fino alle foci della Mosa, di tempo in tempo invasi e rovinati ; e in tutte queste inondazioni, eccidii immensi d’ uomini e d’animali. Si capisce che miracoli di coraggio, di costanza, l’ industria, abbia dovuto fare il popolo Olandese per creare prima, e poi per conservare un simile paese.

Il nemico al quale gli Olandesi dovettero strappare le loro terre, era triplice: il mare, i fiumi, i laghi ; gli Olandesi disseccarono i laghi, respinsero il mare e imprigionarono i fiumi.

Per disseccare i laghi si serviron dell’ aria. I laghi, le paludi furono circondati di dighe, le dighe di canali, e un esercito di mulini a vento, mettendo in moto delle pompe aspiranti, riversò le acque nei canali, che le condussero ai fiumi ed al mare. Così dei vasti spazii di terra sepolti nell’ acqua, videro il sole e si trasformarono come per incanto in fertili campagne, popolate di villaggi e percorse da canali e da strade. Nel secolo decimosettimo, in meno di quarant’ anni, furono disseccati ventisei laghi.

Sul principio di questo secolo, nella sola Nord-Olanda erano tolti all’ acqua più di seimila ettari di terreno; nell’Olanda meridionale, prima del 1844, ventinove mila; in tutta l’Olanda, dal 1500 al 1858, trecento cinquantacinque mila. Colla sostituzione dei mulini a vapore ai mulini a vento si compì in trentanove mesi la grande impresa del prosciugamento del lago di Harlem, che aveva quarantaquattro chilometri di circuito e minacciava con tempeste furiose le città di Haarlem, d’Amsterdam e di Leida. E in questo mentre si sta meditando l’ impresa prodigiosa di prosciugare il golfo di Zuiderzee, che abbraccia uno spazio di più di settecento chilometri quadrati.

I fiumi, altro nemico interno dell’ Olanda, non costarono meno fatiche e meno sacrifizi. Alcuni, come il Reno, che si perdevano nelle sabbie prima di giungere al mare, dovettero essere incanalati, e difesi dalla marea alla foce con cateratte formidabili ; altri, come la Mosa, fiancheggiati da dighe altrettanto potenti che quelle innalzate contro il mare ; altri deviati; le acque vagabonde, raccolte; regolato il corso degli affluenti; ripartite le acque con rigorosa misura in vari sensi per mantenere in equilibrio quella enorme massa liquida, della quale un leggero spostamento basta a inabissare provincie intere; e così tutti i fiumi che spandevano anticamente per il paese le loro acque sfrenate e devastatrici, furono disciplinati come ruscelli e costretti a servire.

Ma la lotta più tremenda fu quella combattuta coir oceano. L’ Olanda è in gran parte più bassa del livello del mare : perciò, dappertutto dove la costa non è difesa dalle dune, si dovette difenderla colle dighe. Se questi sterminati baluardi di terra, di legno e di granito non fossero là ad attestare come monumenti il coraggio e la perseveranza degli Olandesi, non si crederebbe che la mano dell’ uomo abbia potuto, sia pure in molti secoli, compire un così grande lavoro. Nella sola Zelanda le dighe si stendono por la lunghezza di quattrocento chilometri. La costa occidentale dell’ isola di Valcheren è difesa da una diga, della quale si calcola che le spese di costruzione sommate alle spese di conservazione messe a frutto, ammontino a una somma pari al valore che avrebbe la diga stessa se fosse tutta di rame massiccio. Intorno alla città di Helder, alla estremità settentrionale della Nord-Olanda, si. stende per dieci chilometri una diga costrutta di massi di granito di Norvegia, che scende più di sessanta metri nel mare.

Tutta la provincia di Frisia, per la lunghezza di ottantotto chilometri, è difesa da tre file di palafitto enormi, sostenute da massi di granito di Norvegia e di Germania. Amsterdam, tutte le città delle rive del Zuiderzee, e tutte le isole, — frammenti di terre sparite, — che formano come una corona fra la Frisia e della Nord-Olanda, sono protette da dighe ; dalle foci dell’ Ems fino alle foci della Schelda l’ Olanda è tutta una fortezza impenetrabile, nei cui inmiensi bastioni i mulini son le torri, le cateratte son le porte, le isole sono i forti avanzati; e che al pari d’ una fortezza vera, non mostra al suo nemico, il mare, che le punte dei campanili e i tetti degli edifizii, quasi come una derisione e una sfida.

L’ Olanda è una fortezza, e il popolo olandese ci sta come in una fortezza : sul lìlede di guerra col mare. Un esercito d’ ingegneri, dipendente dal Ministero dell’Interno, sparpagliato sul paese e ordinato come un esercito, spia continuamente il nemico, veglia sull’ordine delle acque interiori, previene la rottura delle dighe, ordina e dirige i lavori di difesa. Le spese della guerra son ripartite: una parte è allo Stato, una parte alle provincie; ogni proprietario paga, oltre l’ imposta generale, un’ imposta speciale per le dighe, proporzionata all’ estensione dei suoi poderi e alla vicinanza dell’ acque.

Una rottura accidentale, un’inavvertenza possono cagionare un diluvio ; il pericolo è continuo ; le sentinelle sono al loro posto sui baluardi ; al primo assalto del mare, danno il grido di guerra, e l’ Olanda manda braccia, materiali e denari. Ed anche quando non si combattono grandi battaglie si combatte una lotta sorda e lenta. I mulini innumerevoli, anche nei laghi prosciugati, seguitano a lavorare senza posa per assorbire e versare nei canali l’ acqua piovana e quella che filtra dalla terra. Ogni giorno le cateratte dei golfi e dei fiumi, chiudono le loro porte gigantesche all’ alta marea che tenta di slanciare i suoi flutti nel cuore del paese. Si lavora continuamente a rafforzare le dighe malferme, a fortificare le dune con piantagioni, a gettar nuove dighe, dove le dune son basse, diritte come lancio immense vibrate nel seno del mare, per rompere il primo impeto delle onde.

E il mare picchia eternamente alle porte dei fiumi, flagella eternamente gli argini, brontola da ogni parte la sua eterna minaccia, solleva i suoi flutti curiosi come per guardare le terre che gli sono contese, ammonta dei banchi di sabbia dinanzi ai porti per uccidere il commercio delle città invise, rode, raspa, scava le coste ; e non potendo rovesciare i baluardi su cui frange in schiuma rabbiosa i suoi sforzi impotenti, getta ai loro piedi dei bastimenti pieni di cadaveri perchè annunzino al paese ribelle il suo corruccio e la sua forza.

Mentre questa gran lotta dura, l’ Olanda si trasforma : l’ Olanda è la terra delle trasformazioni.

Una carta geografica di questo paese com’ era otto secoli fa, a primo aspetto, non si riconosce. Trasforma il mare, trasformano gli uomini. Il mare, in alcuni punti, fa indietreggiare la costa : toglie al continente delle parti di terra, le rilascia, poi le riprende ; riunisce al continente delle isole con legami di sabbia, come nella Zelanda; stacca dei lembi di continente e forma delle isole nuove, come Wieringen; si ritira da certe provincie, e fa rimaner città di terra città eli’ eran di mare, come Leiiwarde; converte in arcipelaghi di cento isole vasti tratti di pianura come il Biesboscb; separa la città dalla terra, come Dordrecht; forma dei nuovi golfi larghi due leghe, come il Golfo di Dollart ; divide due provincie con un nuovo mare, come la Nord Olanda e la Frisia. Per effetto delle inondazioni il livello delle terre s’ innalza in un luogo, in un altro s’abbassa; terre sterili sono fecondate dal limo dei fiumi straripati, terre fertili sono cangiate in deserti di sabbia.

Colle trasformazioni delle acque si alternano le trasformazioni del lavoro. Si riuniscono delle isole al continente come l’ isola di Ameland ; si riducono ad isole provincie intere, come sarà la Nord- Olanda col nuovo canale d’ Amsterdam che la deve separare dall’ Olanda meridionale; si fanno sparire dei laghi grandi come Provincie, come il lago di Beemster; si convertono le terre, coli’ estrazione delle torbe basse, in laghi, e si ritrasformano questi laghi in praterie. E così il paese si altera, si corregge e cangia aspetto secondo le violenze dell’ acqua e i bisogni dell’ uomo.

E percorrendolo colla più recente carta geografica alla mano, si può essere sicuri che quella carta sarà inutile fra qualche anno, perchè mentre lo si percorre, vi son dei golfi che a poco a poco spariscono, dei tratti di terra in procinto di staccarsi dal continente, e dei grandi canali che s’ aprono per portar la vita in terre disabitate.

Ma l’ Olanda fece ben più che difendersi dall’ acqua, se ne impadronì. L’ acqua era il suo flagello, ne fece la sua difesa. Se un esercito straniero invade il suo territorio, essa apre le dighe e scatena il mare ed i fiumi, come li scatenò contro i Romani, contro gli Spagnuoli, contro l’ esercito di Luigi XIV, e difende le cittcà di terra colle flotte.

L’ acqua era la sua miseria, ne fece la sua ricchezza. Su tutto il paese si stende una immensa rete di canali che servono insieme come vie di comunicazione e ad irrigare le terre. Le cittcà comunicano col mare per mezzo di canali; canali vanno da città a città, legano le città ai villaggi, i villaggi fra loro, ogni villaggio coi casolari sparsi per la campagna; e canali minori cingono i poderi, i pascoli, gli orti, fan l’ ufficio di muri di cinta e di siepi; ogni casa è un piccolo porto. I bastimenti, i barconi, le barchette, le zattere percorrono la campagna, attraversano i villaggi, girano fra le case e solcano il paese in tutte le direzioni come in altri luoghi i carri e le carrozze.

E anche qui l’ Olanda ha fatto dei lavori giganteschi, come il canale Guglielmo nel Brabante settentrionale, il canale che congiunge Amsterdam, attraversando tutta la Nord-Olanda, col mare del Nord, lungo più di ottanta chilometri e largo più di trenta metri ; il nuovo canale che congiungerà Amsterdam col mare attraversando le dune, e sarà il più largo canale d’ Europa ; e un altro non meno grande che congiungerà il mare colla città di Rotterdam. I canali sono le vene dell’Olanda e l’ acqua è il suo sangue.

Ma anche senza badare ai canali, ai prosciugamenti dei laghi e alle opere di difesa, percorrendo l’ Olanda si vedono da ogni parte le traccie d’ un lavoro meraviglioso. Il terreno, che in altri paesi è un dono della natura, là è un’ opera dell’ industria. L’ Olanda tirò la maggior parte delle sue ricchezze dal commercio; ma prima del commercio dovette far fruttare la terra ; la terra non c’ era ; dovette crearla. Erano banchi di sabbia, interrotti da strati di torba, dune che il vento smuoveva e spandeva per il paese, grandi spazi di terreno lotoso che parevan condannati a una sterilità eterna. Mancavano i primi elementi dell’ industria, il ferro e il carbone; mancava il legno, poiché le foreste eran già state distrutte dalle tempeste quando sorse l’ agricoltura; mancavano le pietre, mancavano i metalli. La natura, come dice un poeta olandese, aveva rifiutato all’ Olanda tutti i suoi doni ; gli Olandesi dovettero far tutto a dispetto della natura.

Cominciarono con infertilire le sabbie. In alcuni luoghi formarono lo strato produttivo del suolo con terre portate di lontano come si forma im giardino ; sparsero la silice delle dune sulle praterie troppo umide; mescolarono colle terre troppo sabbiose i detriti delle torbe tratti dal fondo delle acque; estrassero dell’ argilla per comunicare alla superficie della terra una fertilità nuova ; lavorarono a dissodare le dune ; e così industriandosi in mille maniere, e difendendo continuamente l’ opera loro dalle acque minaccianti, riuscirono a condurre l’ Olanda a uno stato di floridezza non inferiore a quello dei paesi più favoriti dalla natura. Quell’ Olanda sabbiosa e paludosa che gli antichi consideravano appena come abitabile, manda fuori dei suoi confini, anno per anno, dei prodotti agricoli per il valore di cento milioni di lire, possiede circa un milione e trecentomila teste di bestiame, e si può annoverare, proporzionatamente all’ estensione del suo territorio, fra i paesi più popolati d’ Europa.

Ora si capisce come in un paese così fisicamente straordinario, debba esservi un popolo molto diverso dagli altri. Su pochi popoli, in fatti, la natura del paese abitato esercitò un influsso più profondo che sugli Olandesi. Il genio olandese è in perfetta armonia col carattere fisico dell’ Olanda. Basta guardare i monumenti della gran lotta combattuta da questo popolo col mare, per comprendere come il suo carattere distintivo debba essere la fermezza e la pazienza, accompagnata da un coraggio calmo e costante. Questa lotta gloriola, e la coscienza di dover tutto a sé stesso, deve aver infuso e fortificato in esso un sentimento altissimo della propria dignità e uno spirito indomabile di libertà e d’ indipendenza. La necessità d’ una lotta continua, d’ un continuo lavoro e di sacrifizi continui per difendere la propria esistenza, riconducendolo perpetuamente al sentimento della realtà, deve averlo reso un popolo altamente pratico ed economo ; il buon senso dev’ essere la sua qualità più spiccata, l’ economia dev’essere una delle sue virtù principali; deve quindi primeggiare nelle arti utili, essere parco di godimenti, essere semplice anche quando è grande, riuscire in tutto quello a cui si riesce colla tenacità dei propositi e con un’ attività pensata e regolare ; esser più saggio che eroico, più conservatore che creatore, non dare all’ edifizio del pensiero moderno dei grandi architetti, ma molti abili operai, una legione di lavoratori pazienti ed utili.

E in virtù di queste sue qualità di prudenza, di attività flemmatica e di spirito di conservazione, progredir sempre, ma a poco a poco ; acquistar lentamente, ma non perder nulla dell’ acquistato ; esser restio a spogliarsi degli usi antichi ; serbare quasi intera, malgrado la vicinanza di tre grandi nazioni, la sua originalità; serbarla passando a traverso di tutte le forme di governo, malgrado le invasioni straniere, malgrado le guerre politiche e religiose di cui fu teatro, malgrado l’ immenso concorso di stranieri d’ ogni paese che vi cercarono un rifugio e ci vissero in tutti i tempi ; essere infine di tutti i popoli del settentrione quello che, benché procedendo sempre nella via della civiltà, ha serbato più netta l’ impronta antica.

Ma basta anche rappresentarsi alla mente la sua forma, per comprendere che questo paese di tre milioni e mezzo d’abitanti, benché fuso in una così compatta unità politica, benché riconoscibile fra tutti gli altri popoli del Nord a certi tratti comuni agli abitanti di tutte le sue provincie, deve presentare una varietà grande. E così è in fatti. Tra la Zelanda e l’ Olanda propriamente detta, fra l’ Olanda e la Frisia, tra la Frisia e la Gheldria, tra la Groninga e il Brabante, malgrado tanti vincoli comuni e la vicinanza grandissima, non v’ è meno differenza che fra le provincie più lontane dell’Italia e della Francia: differenza di lingua, di costumi, di carattere ; differenze di razza e di religione. Il regime comunale ha impresso a questo popolo un carattere incancellabile, perché in nessun paese fu conforme come in questo alla natura delle cose. Il paese è diviso in parecchi gruppi d’interessi dallo stesso organismo del sistema idraulico. Quindi associazione e mutuo soccorso contro il comune nemico, il mare ; ma libertà delle forze e delle istituzioni locali.

La monarchia non ha estinto l’antico spirito municipale, ed é questo spirito che rese impossibile la completa fusione dello Stato in tutti i grandi Stati che ne fecero la prova. I grandi fiumi e i golfi profondi sono nello stesso tempo vie di commercio che servono come legami di nazionalità fra le varie Provincie, e barriere che difendono vecchie tradizioni e vecchie costumanze diverse fra loro. In questo paese apparentemente così uniforme, ad ogni passo, si può dire, fuorché l’ aspetto della natura, tutto cangia e tutt’ a un tratto, come la natura stessa all’ occhio di chi varca per la prima volta la frontiera dello Stato.

Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell’ Olanda, è più meravigliosa la sua storia politica. Questa piccola terra invasa da principio da differenti tribù della razza germanica, soggiogata dai Romani e dai Franchi, devastata dai Danesi e dai Normanni, desolata per secoli da orrende guerre civili, questo piccolo popolo di pescatori e di mercanti salva la sua libertà civile e la sua libertà di coscienza con una guerra di ottant’ anni contro la formidabile monarchia di Filippo II e fonda una repubblica che diventa l’ arca di salvamento delle libertà di tutti i paesi, la patria adottiva delle scienze, la Borsa d’ Europa, la stazione del commercio del mondo; una repubblica che stende la sua dominazione a Java, a Sumatra, nell’ Indostan, a Ceylan, nella Nuova Olanda, nel Giappone, nel Brasile, nella Guiana, al Capo di Buona Speranza, nelle Indie occidentali, a Nuova- York; una repubblica che vince l’ Inghilterra sul mare, che resiste alle armi unite di Carlo II e di Luigi XIV, che tratta da pari a pari colle più grandi nazioni ed è per un tempo una delle tre Potenze che reggono le sorti d’ Europa.

Ora non è più la grande Olanda del secolo decimosettimo ; ma è ancora, dopo l’ Inghilterra, il primo Stato coloniale del mondo; invece della grandezza antica ha una prosperità tranquilla ; si ristrinse nel commercio, acquistò nell’arricoltura; del reggimento repubblicano perdette più la forma che la sostanza ; una famiglia di principi patrioti e cari al popolo, vi siede tranquillamente in mezzo a tutte le libertà antiche e moderne. Vi è la ricchezza senza fasto, la libertà senza insolenza, l’imposta senza miseria.

Il paese procede senza scosse, senza turbamenti, con antico buon senso, conservando nelle tradizioni, negli usi e nelle libertà stesse l’impronta della sua nobile origine. È forse fra tutti gli Stati d’ Europa quello dove e’ è più istruzione popolare e meno corruzione di costumi. Solo, all’ estremità del continente, occupato delle sue acque e delle sue colonie, si gode in pace i frutti del suo lavoro senza far parlare di sé, coli’ alto conforto di poter dire che nessun popolo al mondo ha conquistato a prezzo di più grandi sacrifizi la libertà della sua fede e l’ indipendenza del suo stato.

I testi sono tratti da “Edmondo De Amicis, Olanda, Firenze, Barbera, 1876″: http://www.archive.org/details/olandaami00deamuoft

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Mar 05

Il Vesuvio, l’ unico vulcano attivo nel continente europeo [sic], è il monte più spesso visitato e meglio conosciuto. Lo studio dei fenomeni vulcanici è cominciato su di esso, e tutti gli studiosi delle manifestazioni endogene della natura vi accorrono, anche da paesi lontanissimi, nella lusinga d’ investigare i segreti del globo, nella speranza di potere in qualche istante pervenire alla conoscenza delle leggi, che regolano la natura interna ed occulta del nostro mondo.

Sorge all’ Est di Napoli, a Nord-Ovest di Torre Annunziata: è su terreno cretaceo, e sovrapposto a rocce vulcaniche eruttate in tempi in cui l’ uomo forse non viveva in queste contrade; anzi potremo ammettere per certa l’ assenza dell’ uomo, se consideriamo che questa regione, che più tardi fu chiamata « Campania felix », aveva da una parte l’ antico Vesuvio, dall’ altra i Campi flegrei in continue eruzioni.

Dopo un lungo periodo di attività, passò il Vesuvio allo stato di assoluto riposo, e chi sa quanti secoli rimase in tale condizione, finché non si ridestò nel 79 d. C.

Tale periodo, storicamente parlando, dovette essere lunghissimo. Difatti questa regione fu occupata da popoli molto antichi: ma né gli Osci, che si confondevano cogli antichi Ausoni, né gli Etruschi e Pelasgi, né più tardi i Sanniti, né infine i Romani ebbero alcuna tradizione che accennasse a fenomeni eruttivi del Vesuvio.

Che tali popoli poi abbiano occupata questa regione è provato da tradizioni scritte e da monumenti importantissimi rinvenuti qua e là, scavando il suolo della plaga vesuviana. Alcuni frammenti d’ iscrizioni in lingua osca, gotico-greca e latina, che si conservano nel Seminario nolano e nel Museo campano, pienamente lo confermano.

La più chiara conferma peraltro si ha nel fatto che città opulente e ville amenissime sorgevano alle falde e sulle pendici del Vesuvio, senza che mai in alcuno sorgesse il minimo sospetto che un nemico terribile dormisse là sotto, sognando la strage.

Stabia, Pompei, Oplonti, Ercolano restituite alla luce per mero caso, attestano ancora, dopo circa 19 secoli dalla loro rovina, l’alto grado di sviluppo cui erano pervenute, quando furono sepolte dall’eruzione del 79. Orbene tanto lusso, tanto splendore non si poteva raggiungere se non attraverso un lungo volger di secoli.

E Stabia vanta la sua origine 485 anni innanzi a Roma, 1238 a. C. : giaceva nell’ insenatura di mare amenissimo a piè del Monte Aureo e in prossimità del fiume Sarno: aveva porto, teatri, circhi, templi, edifici di magnifica struttura, un anfìteatro: e poi statue e artistici mosaici furono rinvenuti nei suoi scavi. Si reggeva a repubblica ed aveva un senato, come risulta da un epigrafe in lingua greca rinvenuta nel secolo XVI e riportata dal Capaccio.

Pompei, anch’essa città antichissima, fu edificata dai Pelasgi, ed era già salita a grande splendore al tempo della fondazione di Roma: i suoi abitanti avevano appreso la navigazione dai Fenici, il commercio e le arti da’ Greci, il lusso dagli Etruschi. Roma, quando rifulse ed estese il suo dominio in Italia, incontrò non poca resistenza da parte di Pompei, difesa da’ Sanniti; e, se essa si arrese a Silla, ciò fece a patti onorevoli.

Ottenne la cittadinanza romana colle leggi Iulia e Plotia, e più tardi la costituzione municipale; e, quando Silla v’istituì una colonia romana, gli abitanti, fusi coi nuovi coloni, diedero alla città il nome di Colonia Veneria Cornelia, dalla loro principale divinità Venere Fisica, e dal nome gentilizio del patrono. Allora appresero i Pompeiani la disciplina amministrativa ed infine la lingua ed i costumi de’ Romani.

Oplonti era situata all’ Ovest di Pompei e non molto lungi da essa; il centro abitato doveva essere nel sito corrispondente alla parte Nord di Torre Annunziata , dove passa l’ attuale canale Sarno, e dove sorgono oggi importanti stabilimenti industriali. Di essa parla Strabone, e ci danno notizie alcuni papiri trovati a Ercolano: Plinio la chiama Opulenzia, ma non sappiamo se con tal nome voglia alludere alla sua ricchezza o alla fertilità del suolo.

Nel 1831, il generale marchese Nunziante, che si era proposto di fornire di acqua i luoghi che ne erano privi, mise in opera, presso il Capo Uncino, a Torre Annunziata, la trivella, che egli aveva introdotta nel Regno di Napoli. Fece perforare il suolo in quelle adiacenze, sia perchè, da gran tempo, a una certa distanza dalla spiaggia, si vedevano sollevare dal fondo del mare delle bolle d’ aria, sia perchè il De Bottis nella sua Storia degli incendi del Vesuvio aveva lasciato scritto che, nel l759, in quel lido, era scaturita una polla d’acqua calda e ferruginosa, che nell’ anno seguente era scomparsa.

Dopo vari giorni di lavoro, il 18 giugno, dalla profondità di circa 6 m. si sollevò un abbondante getto d’acqua fortemente mineralizzata, che, per giudizio dei dotti, fu ritenuta di grande importanza terapeutica, laonde in gran numero vi accorsero gli ammalati per trovarvi la guarigione. Egli allora volle costruirvi una ferma, che tuttora esiste, ma lo spazio era insufficiente, e fu costretto a crearselo; il che ottenne col demolire una parte del promontorio dell’Uncino dell’altezza di circa 20 m.

Eseguendo tali lavori, fu prima rinvenuto un cipresso in piedi, che diede agio al geologo Pilla, al botanico Grussone e al celebre Brogniart di determinare il numero dei secoli trascorsi per accumulare in quel sito fino a 75 palmi di conglomerati vulcanici e pozzolane coperti più tardi da una potente lava; ed in seguito fu rinvenuto un grandioso edificio, che gli scienziati dell’epoca e i soci dell’Accademia ercolanese dichiararono una terma dell’ era romana, sepolta dalle eruzioni che si seguirono dal 79 d. C. in poi.

Nel 1834 s’iniziarono altri scavi presso il canale Sarno: vi si rinvenne una strada, una fontana, degli edifizi, ma non si potè proseguire a causa delle forti mofete (esalazioni di acido carbonico) che vennero fuori. Più tardi, nel gettare le fondazioni di alcuni stabilimenti industriali, nell’attuale Via Fontanelle in Torre Annunziata, si rinvennero sepolcreti, statue, mosaici ed altro.

Ercolano, fondata da Ercole Fenicio, aveva il suo porto ed era dedita alla navigazione che aveva appresa da’ Fenici: nelle sue vicinanze, sorse per opera de’ Romani una colonia, che fu detta Retina.

Veramente, oltre alle città accennate, altre ne esistevano, benché di minore importanza. Velleio Patercolo parla di Tora, non lontana da Ercolano e Pompei, e sita sopra una collina poco lungi dal mare. Floro la chiama Cosa e Strabone, che ne parla nel libro 5°, la dice fondata dagli Etruschi, e la chiama Cossae urbs per la sua posizione.

Si accenna pure ad un’ altra terra, Nitta, volgarmente Civita, anche questa sepolta e in dimenticanza, fra Boscoreale, Pompei e Torre Annunziata. In tale località, più volte i contadini, scavando le fosse per le viti, han rinvenuto delle antiche fabbriche con pitture e delle tombe.

Adunque, se tanta vita si svolgeva su questo incantevole lido e perfino sul Vesuvio, dove furono scoverti antichi sepolcri; se di eruzioni non esisteva memoria, né v’ era tradizione alcuna negli abitanti di tutta questa plaga, è evidente che il periodo di riposo del vulcano, durato fino al 79 d. C, dovette essere lunghissimo.

Ma ebbe sempre il Vesuvio l’ attuale forma di vulcano a recinto? No.

È ormai assodato che prima del 79 esso era formato dal solo recinto, con la parte meridionale più bassa, e la settentrionale, che oggi dicesi Monte Somma, più elevata; laonde il cono interno, o Vesuvio propriamente detto, si è venuto formando dal 79 in poi.

Infatti Strabone, che lo descrive ai tempi di Augusto e Tiberio, parla di un monte solo. Egli dice: È un monte, che nella parte superiore è sterile ed aspro; vi è una spianata, e vi si veggono delle pietre fuligginose, le quali fan sospettare che questo monte sia stato un vulcano.

Strabone, dunque, non perchè avesse inteso parlare di eruzioni, ma solo colla guida del buon senso e di una certa pratica riconosceva nel Vesuvio la natura di vecchio vulcano.

Nel 1879 si volle fare a Pompei la commemorazione centenaria dell’ eruzione del 79, che seppellì quella città insieme con le altre sorelle di queste contrade, e, volendosi pubblicare un volume d’ occasione, fu chiesto all’ illustre Prof. Palmieri un articolo da stampare in tale libro; egli allora disse quale doveva essere stata la figura del Monte prima del 79, e ne diede
anche la fotografìa che ottenne sopprimendo il cono. Ma quello, che era stata una razionale divinazione dello scienziato, fu da molti considerato come il parto della fantasia del poeta, e, prima criticato, poi combattuto.

Il Prof. Palmieri però aveva detto giusto, e grande fu la sua soddisfazione, quando, due mesi dopo, fu annunziato sulla Gazzetta archeologica di Francia: I voti del prof. Palmieri sono appagati; le pareti pompeiane hanno risoluto recisamente la quistione della forma del Vesuvio de’ tempi remoti.

Che era mai avvenuto ?

Eseguendo degli scavi a Pompei, nella Via Nolana, in una casa detta oggi del centenario, perchè gli scavi di essa furono iniziati, quando si celebrava la commemorazione del 70, fu rinvenuto sull’ ara dei Penati un dipinto, su cui spiccava il Vesuvio senza il cono attuale e con un Bacco cinto di uve, che dava da bere ad una bestia.

Il Vesuvio degli antichi, adunque, era privo del cono interno, e corrispondeva al Somma, che è nome di data recente. Le seguenti notizie stanno a confermare questo dato di fatto.

Cicerone, discutendo negli uffici della interpretazione maliziosa del diritto, riferisce che nel 570 di Roma, essendo sorta fra Nolani e Napoletani una grave quistione a cagione de’ confini, fu mandato dal Senato romano come arbitro Q. Fabio Labeone, il quale fraudolentemente persuase le due parti contendenti a pretendere il meno possibile, e, per impedire che in seguito sorgessero nuovi litigi, appropriò ai Romani un campo fra’ confini de’ due popoli. Su quel campo fu più tardi costruito un castello, che fu chiamato la Somma, quasi per dire: Questa fu la somma del litigio.

Il castello divenne famoso per essere stato soggiorno delizioso di re e regine di Napoli: fu la dimora prediletta di Alfonso d’ Aragona, che vi compiva le più importanti funzioni di Stato, e nel 1436 ivi sottoscrisse l’ istrumento pel matrimonio che doveva contrarre sua cugina Eleonora col conte Orsini di Nola.

Ora, data la vicinanza del Castello al Monte, questo fu detto Monte della Somma; da qualche anno però si dice anche solamente Monte Somma.

Possiamo concludere che il Vesuvio, in rapporto alla storia, è antichissimo, che la sua forma prima del 70 era quella di un grande cratere costituito da quanto oggi forma il Monte Somma e l’Atrio del cavallo, col Piano delle ginestre, la Pedementina e la Valle dell’ Inferno, e che, infine, il cono attuale si è venuto formando gradatamente dal 79 in poi.

La più notevole manifestazione del vulcanismo è l’ eruzione, ossia l’ emissione di materie solide, liquide ed aeriformi, che vengono emesse a intervalli di tempo variabili fra un vulcano e l’ altro, ed anche nello stesso vulcano.

Le eruzioni non sempre si presentano eguali, sia per la loro intensità, sia pei fenomeni che le accompagnano; laonde a tale riguardo le divideremo col Mercalli in pliniane, stromboliane, parosismi stromboliani, eruzioni vesuviane propriamente dette.

Le eruzioni pliniane o avvengono in un vulcano già esistente, dopo un lungo periodo di perfetto riposo, come accadde nel Vesuvio l’anno 79 d. C. e poi nel 1631, oppure determinano la formazione d’ un nuovo vulcano, in una località dove prima non esisteva, come avvenne per la formazione del Monte Nuovo presso Pozzuoli nel settembre del 1538. Si formò allora sopra una pianura, in meno di 48 ore, un cono di ceneri e materiali detritici dell’altezza di 139 m. e con un ampio e regolare cratere imbutiforme.

Siffatte eruzioni sono sempre precedute da violenti terremoti, i quali talvolta cominciano a farsi sentire vari anni innanzi, e si ripetono di tanto in tanto, divenendo più frequenti a misura che si avvicina l’ esplosione: sono seguite da un periodo di tranquilla attività che può durare più o meno lungamente.

Quando poi si hanno delle esplosioni relativamente moderate, che si ripetono a breve intervallo di tempo, generalmente di pochi minuti, e vengono emesse sostanze aeriformi, materie incandescenti sotto forma di scorie, bombe, ceneri, lapillo, prendono nome di eruzioni stromboliane. Esse sono dette così dallo Stromboli, vulcano esistente in una delle isole Lipari, che, fin dai tempi preistorici, ha conservato sempre la medesima attività; laonde oggi si verificano in esso i medesimi fenomeni che furono osservati da Polibio, Strabone e Plinio.

Se poi questi fenomeni sono più intensi, sicché interrompono la monotona attività , allora costituiscono i parosismi stromboliani, nei quali non solo le esplosioni sono più violente, ma tanto dalla cima che dai fianchi possono sgorgare delle piccole colate di lava.

I parosismi stromboliani non iniziano, né chiudono alcun periodo eruttivo, ma solo interrompono la tranquilla attività, alla quale il vulcano presto ritorna.

Da queste manifestazioni però differiscono notevolmente le eruzioni vesuviane. In esse il vulcano emette da una spaccatura laterale grande quantità di lava in correnti: sono sempre precedute da un periodo di attività stromboliana più o meno lungo, e seguite da riposo, la cui durata è variabile.

L’ illustre Prof. Palmieri, quasi formulando una legge, scriveva nel 1880: « Noi pensiamo che raramente, o forse non mai una grande conflagrazione accada al Vesuvio senza i suoi prodromi, e d’ordinario le maggiori arsioni del monte esprimono il termine dei lunghi conati, dopo dei quali succede un periodo più o meno lungo di riposo ».

Ora avviene sempre che, durante l’ attività stromboliana, il cono cresce in altezza per l’accumularsi delle scorie, che, lanciate a breve distanza, nel ricadere, si depositano sia nella parte interna del cratere, sia nella parte superiore e circostante ad esso: nei forti parosismi, data la notevole tensione dei vapori, il cono formato da materie frammentarie non resiste all’ urto e precipita, e talora franano pure le pareti del cratere stesso, laonde il cono si abbassa.

Ricordo, a questo proposito, che il Prof. Palmieri, scherzando diceva: « Il Vesuvio fa come Saturno, prima genera i figli, e poi egli stesso li divora ».

Le principali fasi che possono distinguersi in una eruzione spettacolosa sono tre: nella prima si dissuggella violentemente il cratere, o si squarcia il cono per dare adito ai vapori e alle lave: è questa la fase di esplosione, nella seconda sgorga la lava incandescente accompagnata da copiosi vapori: è la fase di deiezione; nella terza si ha solo emissione di vapori e di gas: fase di emanazione. Quest’ultima precede il periodo di quiete o pure l’estinzione del vulcano.

Costantemente però, prima che avvenga una forte eruzione, si manifestano nella regione circostante al vulcano varii fenomeni, che potrebbero dirsi i segni precursori dell’eruzione stessa.

Questi sono: rombi sotterranei, terremoti, mutamenti di temperatura nelle sorgenti, specie in quelle termo-minerali, diminuzione e talora completo essiccamento delle acque nei pozzi, oppure intorbidamento di esse; straordinaria agitazione o terrore in molti animali, talvolta infine uno stato di malessere inspiegabile negli uomini.

Da molti secoli taceva il vulcano, e in nessuno poteva nascere il sospetto che forse un giorno si sarebbe ridestato.

Forti terremuoti avvenuti nell’anno 63 d. C, che devastarono il paese e distrassero una parte di Pompei e di Ercolano, furono i segni precursori più evidenti della ripresa di attività. Niuno però vi pose mente, e a Pompei furono ricostruiti gli editici danneggiati, e tutti ritornarono alla vita spensierata di prima.

Ma il mostro non dormiva più, ed aspettava il momento per dare il più grandioso spettacolo cui potessero assistere gli abitanti che popolavano le coste di questo golfo incantato, detto dagli antichi per la sua forma Seno di Cratera.

Il momento venne 10 anni dopo il 63, e cioè nel 70. Forti tremuoti e a brevi intervalli per alcuni giorni annunziarono che il gigante scoteva le catene da cui era avvinto per vendicarsi contro coloro che, senza curarlo e per disprezzo, gli si erano assisi sul capo.

Era il 23 agosto; e Plinio, il più grande naturalista di quei tempi, trovavasi al Capo Miseno, dove teneva il comando della flotta. Schiacciava pacificamente il suo sonnellino, standosene al sole, quando la sorella, la madre di Plinio il Giovane, corre affannosa a destarlo, per dirgli che c’ è qualcosa d’ insolito laggiù di fronte, di là dal golfo e che venga a vedere. Egli ben presto si leva ed ascende il promontorio per meglio osservare il nuovo e grandioso spettacolo. Al suo sguardo si presenta una nube, ma non di quelle comuni, una nube la cui forma e rassomiglianza era quella di un pino. Essa, infatti, portata in alto quasi da lunghissimo tronco, si estendeva in molti rami: bianca talvolta, tal’ altra nera e macchiata, quasi avesse sollevato terra o cenere.

E poiché egli era eruditissimo e comandante di una squadra, credette suo dovere di accorrere più vicino, sia per osservare meglio i fenomeni dalla natura offerti, sia per arrecare la sua opera ed il suo consiglio, se ve ne fosse bisogno. Ordina di apparecchiarsi una liburnica, ascende in essa e si spinge verso Resina.

Ben presto la nave si trova sotto il tiro del vulcano: i rematori sono atterriti, ma egli impavido grida: Avanti! Avanti!

Lo pregano di non avvicinarsi troppo; ma no, egli vuol vedere tutto, notare tutto. Giunge quasi a pie del terribile cono, mentre gli altri ne fuggono, e qui nembi di cenere e grandine di pietre infocate lo investono.

Al pilota, che gli faceva notare il pericolo e lo scongiurava di ritornare indietro a Miseno, egli risponde: Fortes fortuna iuvat, la fortuna aiuta i forti; viene peraltro a più mite consiglio, fa ripiegare alquanto la nave, e si dirige verso Stabia, dove solo potevasi approdare.

Quivi fa sosta, conforta l’amico Pomponiano, fa il suo bagno, si mette a cena, durante la quale procurò di mantenere allegra la brigata, e poi si ritira a dormire, e dormì sonno profondo, tanto che dall’esterno della camera sentivasi il suo forte russare.

Intanto sul monte dilatano spaventosi incendi, le ceneri e le pomici grandinano fitte e in tal copia si accumulano nello stesso cortile dove Plinio dormiva, che si temette di vedere presto la casa barricata e sepolta.

Uno spavento enorme invade l’animo di tutti: svegliano Plinio, si consultano fra loro, se debbano rimanere in casa o tenersi all’ aperto, dappoiché le case erano tanto scosse dai frequenti terremoti che parevano gettate ora da un lato, ora dall’altro, ora rimesse in posto; e, considerando che minore era il pericolo all’ aperto, si legano dei guanciali intorno al capo, e via sotto la grandine di pietre.

Era giorno altrove, ma ivi era notte, e, benché con molte faci si cercasse di rischiarare l’ ambiente, la notte appariva più nera di tutte le notti; e la furia delle onde, il cui muggito si udiva da lontano, accresceva lo spavento e concorreva a rendere impossibile lo scampo.

Si fermano: Plinio, dopo aver bevuto, si corica di nuovo sopra un tappeto; ma ben presto le fiamme e l’odor di zolfo mettono in fuga gli altri e destano lui. Si leva sostenuto da due schiavi, ma, poiché era sofferente di asma, e il più delle volte respirava con gran pena, cadde asfissiato.

Tre giorni dopo, cominciò a chiarirsi l’aria, si ricercò il suo corpo, e fu trovato esamine, ma illeso, là dove era caduto, tanto che sembrava piuttosto addormentato che morto.

Per la morte di Plinio sono rimasti ignoti tutti i particolari che accompagnarono la tremenda eruzione, dappoiché Plinio il giovane, narrata la morte dello zio, dice: Intanto ci trovavamo a Miseno la madre ed io. E ad un tratto conchiude: Non vi ha nulla in questo che interessi la storia, né tu chiedesti di sapere altro se non la morte di lui, laonde finisco.

I tristi effetti della terribile eruzione non mancarono di farsi sentire anche ad una certa distanza dal Monte, e lo stesso Plinio, nella sua seconda lettera, ci fa sapere quanto accadde a Miseno.

Gli abitanti fuggivano di là carichi dei loro bagagli, per tema di rimanere sepolti dalla cenere , che la orribile e nera nube riversava, mentre era attraversata da fuochi che uscivano serpeggianti, ed aprivansi mostrando dei raggi simili ai lampi, ma molto più grandi. Il mare tempestoso pareva volesse uscire dal suo letto per le scosse della terra, e la riva era diventata più spaziosa e coverta di differenti pesci rimasti a secco sopra la sabbia.

E la gente fuggiva, fuggiva senza neanche sapere dove andasse: e chi chiamava il padre, chi il figlio, chi la moglie, chi il fratello, chi un parente, chi un amico: molti invocavano il soccorso degli dei, altri credevano che più non vi fossero, ed immaginavano che quella fosse l’ultima notte in cui il mondo dovesse essere seppellito dal mondo.

Il parosismo durò pochi giorni solamente, ma essi furono sufficienti a distruggere le città ed i villaggi di cui più sopra si è fatto cenno. Quanto tempo poi sia trascorso prima che il vulcano potesse ritornare nello stato di riposo, non lo sappiamo, giacché nulla a noi è pervenuto dalla storia. È certo però che la calma seguì, e che la sua durata dovette essere piuttosto lunga.

Dal 79 al 1631 non sono registrate che scarse e vaghe notizie di eruzioni.

I testi sono tratti da “Gaspare Gargiulo, Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906 , Napoli, Ed. Pontificia, 1906″: http://www.archive.org/details/ilvesuvioattrave00gargiala

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Mar 04

Larga, illuminata dal sole, spazzata dal vento, da quel buon vento marino che inonda la città d’odor di sale e di turbinose suggestioni d’oceano; rigida, netta, squadrata, affilata come puro acciaio sotto una luce fredda e spietata che non la perdona a nessun dettaglio, che sottolinea ogni contorno, che rivela ogni minuzia; animata di movimenti precisi, percossa da suoni metallici, mobile e pur compassata, come un congegno brevettato d’orologeria — nella prima rapida corsa attraverso la Quinta Avenue, dal dock alla Ventesimaterza Strada — ecco di nuovo New York. Mi pare di non averla mai vista così bella e così maligna, la città mostruosa e formidabile. Io la sento riprendere nel mio cervello repugnante un posto che non era mai stato e non è suo (almeno io lo credevo), che l’anima latina le negava.

E mi vien fatto di sorprendere in me, con un senso di curiosità e di sgomento, l’esistenza, direi quasi, di un’anima duplice, che vibra, nel mondo latino, di gloria e di gioia latina, e si appaga in America dell’ansito dei treni e del tinnire dei telefoni, di una sovrapposizione di idee e di abitudini che somiglia un po’ all’accensione improvvisa dei grandi globi di luce elettrica contro il rosso tramonto, qui su Riverside Drive.

Poiché par tutta veramente illuminata a luce artificiale, con una prodigalità pazza e una ambizione mostruosa, qui, la vita. È inesorabile come un congegno cattivo nella sua stessa rigidità. Del resto, la convenzione, la regola sociale, l’ipocrisia pubblica che comprende anche quella privata, hanno presto compiuta la liquidazione di ogni tentativo di autonomia personale. Qui è di buon gusto far così e basta.

Ciò detto, è altresì detto che non si potrebbe, e quando si potesse non so se si saprebbe, e quando si sapesse mi domando se si vorrebbe fare altrimenti. La ricerca dell’originalità tanto vantata finisce col ridursi a una banalità superficiale. Guardate l’uniformità delle strade americane e confrontatela colla fisionomia particolare di ciascuna strada europea, di cui vi ricordate. Cercate nella vostra memoria i villaggi che avete veduto di là dal mare: villaggi inglesi annidati nelle alte erbe, cinti di siepi, ombrati di querce; villaggi d’Italia arrampicati sulle cime ardue o distesi a specchio della marina o fiorenti nel pingue piano; villaggi ungheresi disseminati sul confine della pianura ondulata, o villaggi svizzeri appollaiati vicino a’ torrenti sotto l’ombra delle montagne enormi; villaggi ben noti per consueta dimora, o intraveduti nella corsa del treno, della carrozza, dell’automobile, di cui non sapete più e forse non ritroverete mai il nome, e di cui pure conservate un ricordo individuale, singolare, diverso dagli altri. Vi succede questo in America ? Mai più. Tutti uguali. E lo stesso delle città, e lo stesso delle case, e lo stesso delle donne, per un curioso fenomeno di’ mimetismo morale che assimila tutto e tutti a sé e al resto. E lo stesso dei ragazzi, salvo che questi uniscono coll’ essere simpatici, perchè non c’è via di mezzo ; o ammirarli incondizionatamente o prenderli a calci.

Perchè, dopo tutto, bisogna vivere in America per convincersi di una grande verità, questa: che non è l’America esterna ed apparente quella che a lungo andare vi pare più strana e diversa. A quella finite coll’abituarvi, e si capisce. Dopo cento volte che passate sotto un edificio di trenta piani perdete la voglia di voltarvi in su a guardare, tanto più che non è nemmeno così sproporzionato di mole, in confronto al resto dell’ambiente, com’è il palazzo Strozzi in confronto alle altre case fiorentine (e qual è il fiorentino che si volta in su passando da palazzo Strozzi ?), e come sarebbe probabilmente se avesse due piani soli. Prendete l’abitudine di salire cogli ascensori e la trovate molto più comoda di quella, che avevate una volta, di salire per le scale. I trams sono diversi, le vie sono affollate di folla diversa, l’aspetto della città è strano ? Ma certo, si sapeva bene che l’America è differente dal resto del mondo. E tutti gli americani la trovano così naturale come è, che finite coll’esser del loro parere anche voi, e quasi quasi vi convincete che questo è il mondo reale, e l’Europa il mondo dei sogni, fatto per passarvi le vacanze.

L’americano è il husiness-man per eccellenza. Qualunque altra cosa sia o tenti di essere, vi accorgete subito che allora è un individuo non riuscito, un pesce fuori d’acqua, un anacronismo in un repertorio di date. La sua mente netta, pronta, la sua attività di macchina ben costrutta, la sua risolutezza di azione e di decisione, la sua abilità amministrativa ed esecutiva, quello speciale tour d’esprit che è come la marca di fabbrica americana, lo fanno nato per gli affari, e destinato esclusivamente a quelli. La sua civiltà lo rappresenta, com’egli ne è condizione e strumento. Gli spiriti tipici della nazione qui cercateli nelle officine, nelle banche, sulle ferrovie, nel commercio e nella vita d’azione.

Ed è sopratutto pensando all’Italia da un punto di vista italiano, che si può, anzi si deve, giudicare l’America come qualche cosa di essenzialmente estraneo e disadatto a noi. Invece, noi sembriamo traversare un periodo di americanite acuta; americanite e acuta, beninteso, negli orecchianti o negli osservatori speciali, a cui bisogna assolutamente applicare un sistema di cura a base di doccie fredde. Non illudiamoci nemmeno, del resto, di far una cosa originale, colla nostra americanite: essa ci arriva dalla Francia colle Bevues hleues e coi volumi gialli. E acquista terreno in base principalmente ad un equivoco. Noi vediamo e ammiriamo, dall’Italia, un’America di convenzione ideale, arricchita di virtù essenzialmente britanniche, e di caratteristiche piacevolmente latine, restando vittime così del fenomeno più colossale di suggestione collettiva e internazionale che la storia registri. E per render ciò possibile è successo semplicemente questo: una massa di europei ribelli, scontenti e desiderosi di guadagno si è riversata sull’America imprecando all’Europa. Di là, ha levato un grido di plauso a sé stessa e di condiscendente dispregio verso l’Europa, e noi ci siamo fatti un dovere di urlare il nostro consenso senza discutere e senza esaminare, sopraffatti dal fragore di quel grido e dal rombo delle macchine, e più, e sopratutto dai flutti d’oro che l’Inghilterra possiede, è vero, in maggior copia, ma che l’America ha saputo più largamente ostentare. L’America manda in Europa vari individui milionari, e noi ci mandiamo vari milioni d’individui, tout court. Dall’America seguita a venire in Europa un’orda di ferocissimi chauvinistes (beati loro che non dubitano mai della patria) mentre da noi seguita a fiorire una messe di auto-apologeti, di auto-critici, di eautontimorumeni, di ammiratori dell’esotico a ogni costo.

Che cosa sappiamo noi, in Italia, dell’America ?

I testi sono tratti da “Amy A. Bernardy, America vissuta, Torino, Bocca, 1911″: http://www.archive.org/details/americavissuta00bernuoft

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Dec 04
La downtown, il centro, di Florence in Arizona

La downtown, il centro, di Florence in Arizona

Negli Stati Uniti le “Firenze” (Florence) sono 21:

  • Florence, Alabama (36,721 abitanti nel 2005)
  • Florence, Arizona (17,053 ab./2005)
  • Florence, Colorado (3,653 ab./2000)
  • Florence, Illinois (71 ab./2000)
  • Florence, Indiana (n.d.)
  • Florence, Kansas (671 ab./2000)
  • Florence, Kentucky (23,551 ab./2000)
  • Florence, Massachusetts (n.d.)
  • Florence, Minnesota (61 ab./2000)
  • Florence, Mississippi (2,396 ab./2000)
  • Florence, Missouri (n.d.)
  • Florence, Montana (901 ab./2000)
  • Florence, Nebraska (inglobata nella città di Omaha nel 1917)
  • Florence, New York (1,086 ab./2000). La cittadina sorge poco più a nord di quella di Roma (Rome).
  • Florence, Oregon (7,263 ab./2000)
  • Florence, South Carolina (30,248 ab./2000). Con tutta l’ area metropolitana, sempre nell’ ultimo censimento del 2000, gli abitanti erano 67,314.
  • Florence, South Dakota (299 ab./2000)
  • Florence, Texas (1,109 ab./2005)
  • Florence, Vermont (n.d.)
  • Florence, Wisconsin (2,319 ab./2000)

L' unico edificio pubblico di Rome nell Iowa

Negli USA le “Roma” (Rome) sono 13 di cui 2 nel solo Wisconsin e altrettante nell’ Indiana:

  • Rome, Georgia (34,980 abitanti nel 2000)
  • Rome, Illinois (1,776 ab./2000)
  • Rome, Indiana (n.d.)
  • Rome City, Indiana (1,615 ab./2000)
  • Rome, Iowa (113 ab./2000)
  • Rome, Maine (980 ab./2000)
  • Rome, Maryland (inglobata in Washington D.C.). L’ “antica” Rome del Maryland, che a sud aveva per confine il torrente Tiber (Tevere), venne fondata nel 1663 ma un secolo più tardi dovette essere abbandonata e demolita per far spazio alla nuova capitale federale. Il luogo in cui sorgeva la cittadina di Rome è oggi universalmente noto come “Capitol Hill” (il Campidoglio) in quanto ospita la sede del Congresso (parlamento) statunitense.
  • Rome, New York (34,950 ab./2000)
  • Rome, Ohio (117 ab./2000)
  • Rome, Oregon (n.d.)
  • Rome, Pennsylvania (382 ab./2000)
  • Rome (Adams County), Wisconsin (2,656 ab./2000)
  • Rome (Jefferson County), Wisconsin (574 ab./2000)
Il municipio di Milan in Minnesota

Il municipio di Milan in Minnesota

Anche le Milano (Milan) a stelle e strisce sono 13:

  • Milan, Georgia (1,012 abitanti nel 2000)
  • Milan, Illinois (5,257 ab./2000)
  • Milan, Indiana (1,816 ab./2000)
  • Milan, Kansas (137 ab./2000)
  • Milan, Michigan (4,775 ab./2000)
  • Milan, Minnesota (326 ab./2000)
  • Milan, Missouri (1,958 ab./2000)
  • Milan, New Hampshire (1,331 ab./2000)
  • Milan, New Mexico (1,891 ab./2000)
  • Milan, New York (4,559 ab./2000)
  • Milan, Ohio (1,445 ab./2000). Città natale di Thomas Alva Edison.
  • Milan, Tennessee (7,664 ab./2000). I suoi abitanti usano farsi chiamare “Milanites”.
  • Milan, Washington (n.d.)
Il centro storico di Naples in Florida

Il centro storico di Naples in Florida

Di “Naples” (Napoli) in America ce ne sono 9 :

  • Naples, Florida (21,804 abitanti nel 2006). Tra i residenti celebri della cittadina figura anche il regista Steven Spielberg.
  • Naples, Idaho (n.d.)
  • Naples, Illinois (134 ab./2000)
  • Naples, Maine (3,274 ab./2000)
  • Naples, New York (2,441 ab./2000)
  • Naples, South Dakota (25 ab./2000)
  • Naples, Texas (1,410 ab./2000)
  • Naples, Utah (1,300 ab./2000)
  • Naples, Wisconsin (584 ab./2000)

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