Sep 12

Tutti sanno che anticamente la libbra in danaro era un gruppo di tante monete che tutte insieme agguagliassero una libbra di peso d’oro o d’argento; che i soldi erano una parte aliquota della libbra; i danari una parte aliquota del soldo.

Sebbene la proporzione de’ soldi colla libbra abbia variato assai volte, tuttavia molto prima del mille era fermo quasi universalmente che di buoni soldi n’andasser venti per ogni libbra, e che andassero dodici danari per un soldo, ossia du- genquaranta danari per libbra. In un documento del 958 s’accenna siffatta ragione, e la memoria che se ne fa sembra provare che non fosse l’unica, come fu poco dopo.

Famosi nell’impero greco-romano e sotto ai re longobardi furono i soldi d’oro. Ma i venti non faceano neppur la terza parte della libbra di peso. Quindi nacque che la libbra de’ venti soldi fu una libbra immaginaria, diversa dalla libbra di peso. Abbandonata una volta l’antichissima norma della libbra di peso, ammesso una volta per fondamento che venti soldi formassero una libbra, non vera, ma nominale, ne nacquero tante libbre diverse, quanti soldi vari di peso e di lega venivan battuti; e poscia, quando intorno al mille il soldo cessò quasi universalmente di esser moneta reale, e non rappresentò più che un gruppo di 12 danari, tante diverse libbre ne nacquero, quanti furono i denari battuti.

Nell’impero romano ed anche sotto ai re goti era in uso, oltre alla moneta d’oro e d’argento, anche la moneta di rame, così necessaria al minuto e quotidiano commercio; ma anche questa particella di civiltà scomparve fra la barbarie dei secoli posteriori, i quali fra gli altri disavvantaggi ebbero in fatto di monete quello di non averne che d’oro o d’argento o miste; il che se dava al commercio esterno una maggior ampiezza per la facilità del cambiarle, nuoceva a quel primo e più sostanziale commercio d’ogni momento, per cui si procacciano le cose necessarie alla vita; necessitava la battitura di monete troppo minute e sottili, e però non agevoli a maneggiare e facili a smarrirsi; favoriva il corso della cattiva moneta, la quale in quel rapido giro de’ mercati, passando per le mani di gente inesperta, si trametteva impunemente alla buona.

A questo male si volle rimediare crescendo la quantità della lega nelle monete d’argento. I terzuoli milanesi non teneano che un terzo d’argento. Il danaro viennese battuto da Amedeo VI in Ciamberì e Ponte d’Ain nel 1349 non tenea che due danari e due grani d’argento fino. E però questa moneta si chiamava moneta nera o bruna.

Ma il più gran male consisteva nella mancanza di una lira od altra moneta vera od immaginaria che fosse regola comune a cui le altre monete si misurassero; dal che nasceva, come abbiam detto, che il valor d’un soldo o d’una lira, cioè d’un gruppo di 12 o di 240 danari non potesse misurarsi che secondo il valore del danaro di cui era multiplo.

Siccome poi non solo i principi sovrani, ma baroni di mediocre potenza, vescovi ed abati, e non poche città libere usavano il regal privilegio della zecca, infinita era la quantità, e infinitamente varia, e di peso e di lega, la qualità de’ danari che si coniavano, e però de’ soldi e delle lire che se ne formavano.

E perchè talora la cupidità, talora il bisogno insegnarono ab antico la ladra, ma stolta pratica di peggiorar la moneta, mantenendo nominalmente l’antico valore, si vide molto spesso dalla medesima zecca in piccolo giro d’anni uscir monete della stessa apparente qualità, che, conosciute in breve nel commercio, si spendeano secondo il vero loro valore ed erano distinte con vari nomi. Quindi nella moneta viennese, per esempio, l’appellativo di buoni e deboli e flebili, di cursibili, di speronati, di escucellati; nella secusina le denominazioni di buoni, di vecchi, di vecchi rinnovati.

Un vero labirinto era dunque la scienza delle monete. E i cambiatori che ne teneano il filo erano gente non solo utile, ma necessaria.

Nel secolo XI troviam ricordati in Italia di moneta d’argento i migliaresi che si batteano tanto in Sicilia che a Tunisi e a Costantinopoli, i provvisini (moneta romana), i volterrani, i matapani (moneta veneta), i danari veneziani, pavesi, lucchesi.

In Francia i parigini, gli angioini, i tornesi e parecchi altri, fra i quali aveano particolar corso in Savoia i danari battuti dall’arcivescovo di Vienna in Delfinato, chiamati perciò viennesi, e i pictaviensi usciti dalla zecca de’ conti di Poitiers, i quali ebber corso in Piemonte prima dei viennesi e prima dei segusini, che erano una specie di viennesi.

Una specie di moneta viennese era la segusina, che col proprio nome batterono a Susa Umberto II ed Amedeo III, conti di Savoia, sul fine dell’undecimo e sul principio del duodecimo secolo. I segusini ebbero largo corso in Piemonte, e duravano ancora nel secolo XIV. Ne’ secoli XIII e XIV i conti di Savoia batteano eziandio a S. Maurizio d’Agauno denari improntati dell’imagine del santo martire tebeo, e perciò chiamati mauriziani.

Infine una terza moneta nazionale era fra noi quella dei danari astesi. Il comune d’Asti n’avea antico privilegio da Corrado, imperatore; non so come e quanto se ne valesse nel secolo XII; ma nel seguente, ed ancor più nel XIV, la moneta astese era molto abbondante, e ai tempi d’Amedeo VI serviva di base alle contrattazioni nella maggior parte delle traspadane; laddove a Torino, a Carignano, a Pinerolo la moneta legale era la viennese battuta dai conti di Savoia e dai principi di Acaia, la quale, essendo stata notabilmente peggiorata verso il 1311, fu distinta in moneta viennese buona e moneta flebile o debile.

In altre terre monete forestiere avean più facil corso. A Chivasso, a Ivrea e nel Canavese i danari imperiali; a Casale, nel Vercellese, nel Biellese i pavesi; a Vinay, a Garessio e nelle Langhe i genovini. Batteano altresì moneta in Piemonte varie famiglie principesche della stirpe aleramica, o di quelle dei marchesi di Savona e del Vasto; i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, i marchesi di Ceva, di Busca, di Savona, del Carretto; ed usavano uguale privilegio i conti di Dezana, di Crescentino, di Cocconato ed altri feudatari dell’impero. Ma dai Monferrini e dai Saluzzesi in fuori, che erano veri principi, e principi di riguardevole potenza, la moneta degli altri si spendea solamente nelle loro terre, e non par che fosse altrove durevolmente accettata. Ne batterono eziandio i conti di Provenza, che nei secoli XIII e XIV ebbero signoria nel Piemonte meridionale.

Ma in tutti quasi i paesi fu sempre in maggiore stima e di maggior corso il grosso tornese, battuto la prima volta da san Luigi, re di Francia, modello dei principi che vogliono accoppiare le virtù cristiane ai doveri di re, esser devoti alla chiesa e mantener le ragioni della corona. La moneta che nel mille era d’argento fino era stata peggiorata, credesi, per la prima volta sul finir del regno di Filippo I, re di Francia nel 1103; di poi due altre volte nel corso di soli 17 anni. San Luigi ridusse le monete alterate da’ suoi predecessori ad una ragione che fu trovata così utile e giusta, che ne’ peggioramenti, che accaddero di poi, i richiami del popolo erano sempre volti ad ottenere che le monete tornassero alla ragione del buon re san Luigi.

Egli fece eziandio coniare a Tours, ad imitazione forse dei Lucchesi e Veneziani, la più grossa moneta d’argento che fosse a quei tempi, di 3 denari, 7 grani, 26/58 di peso, e d’ 11 danari e mezzo di lega, e, sia per ragione della grossezza, sia per differenziarla dal semplice danaro tornese che fin dal mille si batteva in quella città, la chiamò grosso tornese.

Il grosso tornese sali in breve in grandissima stima e servi di termine di paragone per misurare le altre monete d’oro e d’argento. Durò la buona moneta di san Luigi per tutto il regno di Filippo l’Ardito e ne’ primi anni di Filippo il Bello. Ma nel 1295 questo principe mal avvisato, scorgendo come per le guerre contro ai Fiamminghi ed agl’ Inglesi il suo tesoro era vuoto, diè principio all’infame baratteria di peggiorar la moneta; e comechè in seguito assai volte stretto dalla rovina del commercio e dall’indegnazione de’ popoli e promettesse e tentasse di riparare quella grave calamità, il fatto è che mai non vi riuscì durevolmente nè egli nè nissuno de’ suoi successori, mostrando col proprio esempio che doloroso inganno sia quello di commetter mali colla speranza d’apparecchiar poscia il rimedio.

Il grosso tornese era suddiviso in oboli che valeano la metà d’un grosso, e in quarti; e, come accadde di tutte le monete che salirono in qualche stima, fu imitato nelle zecche di straniere nazioni. Filippo di Savoia, signor del Piemonte, ne fé’ coniar in Torino nel 1297; ma, ad imitazione di quelli battuti da Filippo il Bello, scadeano assai dai buoni, poiché non teneano che otto danari e un obolo d’argento fino, e n’andavano 101 al marco. Altri grossi furono poi coniati in Savoia, a Genova, in Avignone, a Barcellona ed altrove.

Le più antiche monete d’oro di cui si trovi notizia in Francia e in Italia dopo il mille sono i soldi, gli oboli, i bisantì, i michelati, gli schifati, i costantini dell’impero d’oriente, i tarì amalfitani e siciliani che erano la quarta parte del soldo d’oro, i direm (dramma) e i dinar arabi, tutte monete, ed in ispecie il bisante e l’obolo che i crociati sparsero al loro ritorno in Europa; i marabutini che ci vennero dagli Arabi delle Spagne; il ducato di Ruggieri, re di Sicilia; gli agostari battuti da Federigo II con leggiadra imitazione delle monete romane. San Luigi, re di Francia, che regnò dal 1220 al 1270, fece coniare danari d’oro chiamati agnelli o montoni, perchè vi era sopra improntato il simbolo dell’agnus Dei.

Ma nel 1252, dopo la sconfitta de’ Sanesi a Montalcino, i Fiorentini batterono una moneta d’oro, la quale, siccome vinceva ogni altra di bontà, cosi in breve le vinse di fama. Fu questa il Fiorino D’oro, della suprema purezza di 24 carati e del peso d’una dramma, la quale fu imitata o contraffatta in quasi tutte le zecche d’Europa, e con poca variazione di lega e di peso ancor dura sotto al nome di zecchino.

De’ primi a batter fiorini ad imitazione di quei di Firenze fu forse san Ludovico, se a lui e non piuttosto a Luigi X. Seguitarono tale esempio le repubbliche di Venezia e di Genova, il cui fiorino si chiamò ducato ; Alberto I, duca d’Austria, poi imperatore; il re di Boemia; Giovanni XXII, sommo pontefice; i re d’Ungheria, d’Aragona; Giovanna, regina di Napoli; Amedeo VI, conte di Savoia; il delfino viennese; il marchese di Monferrato ; il vescovo di Trecastelli, e parecchi altri principi e prelati.

Ma sembra che i primi fiorini foggiati a similitudine de’ fiorentini non fossero minori a quelli nè di purezza nè di peso, poichè nei conti dei tesorieri non li ho trovati distinti. Anzi una specie di fiorini chiamati piccoli fiorini, perchè forse minori nel diametro a quei di Firenze, benchè superiori di peso, erano ne ‘primi anni del secolo XIV di maggior valuta.

Il fiorino di Genova, chiamato ducato d’oro o genovino, fu da principio di minor valuta del fiorino di Firenze, ma poi lo agguagliò e qualche volta lo passò. Maggiori del fiorino di Firenze, sebbene imitazioni di quello, furono anche il ducato veneto battuto nel 1284 e il ducato del papa o di camera.

Al fiorino od al ducato si ragguagliarono generalmente i conti nella maggior parte d’Italia ed in Francia, quando si recavano ad oro; se ad argento, si ragguagliavano al grosso. Trovo memoria delle seguenti specie di fiorino: 1° fiorino di Firenze; 2° piccolo fiorino; 3° fiorino doppio a cattedra; 4° fiorino doppio a mazza; 5° fiorino di buon peso; 6° fiorino di picciol peso; 7° fiorino vecchio di Lamagna ; 8° fiorino della regina ; 9° fiorino Roberto; 10 fiorino d’Orange.

A Firenze v’ebbero varie altre denominazioni del fiorino. Chiamaronsi di suggello, d’oro larghi e d’oro larghi in oro ; aveano sugli altri qualche vantaggio regolato dagli ordini pubblici, ma perchè non differivano di lega e pochissimo di peso, non trovo che le altre nazioni abbiano tenuto conto di tali distinzioni. Nel 1422 i Fiorentini avendo dilatato il loro commercio in levante, dove aveva gran nome il ducato Veneto, batterono un fiorino ad imitazione di quello e lo chiamarono fiorino di galea.

Tutte queste varietà nel secolo XIV, nel quale cominciò eziandio lo scudo d’oro che ebbe lunga durazione e il franco d’oro.

I testi sono tratti da “Luigi Cibrario, Della economia politica del medio evo, Vol. II, Torino, Botta, 1861: http://books.google.it/books?id=Ii4vAAAAYAAJ&printsec=titlepage&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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May 27

Appartengono cosi alla storia delle lotte intestine, come a quella delle esterne guerre di Roma, due personaggi i cui fatti vennero rivestiti e si vestono tuttogiorno di forme drammatiche e romanzesche. Essi sono Cincinnato e Coriolano. La storia però dei Romani è spesso barbara ed orribile come lo sono le storie tutte e segnatamente quelle dei tempi commossi e degli Stati aristocratici, che non possono ridurre a termini d’eguaglianza le cose, nè di temperanza gli affetti. Ma insana, ridicola ed assurda la storia di Roma non è mai, nè esserlo può la storia di verun popolo, poichè reggono il mondo gli interessi delle masse e del governo, non le chimere e le vanità. V’hanno però scrittori che sempre si infiorano di strane saporose favolette.

Le legioni romane sono chiuse in mezzo da un esercito di Equi e Volsci: la repubblica è sul limitare del precipizio. Radunansi i padri alla mesta consulta: cade loro l’animo e la speranza. Ma brilla repente l’ilarità sui volti: andiamo dal bifolco, è il grido di tutti, e Roma è salva, e s’orni al trionfo il Campidoglio. Si incontra il bifolco curvo sull’aratro : gaudebat terra vomere laureato, et triumphali aratore (Plinio, lib. XVJI1); egli stacca dal giogo i buoi, e tosto pone al giugo e Volsci ed Equi, e sale la via sacra in trionfo, poi subito scappa via per riprendere il solco incominciato, e tendere i tralci per la futura vendemmia. Queste sono melense istorielle narrate in cento libri, e sempre un retore diretto aggiunge, qual morale della favola, ghiaje ribelli ad ogni digestione.

Così narra Floro nel libro 1, cap. XI, che Cincinnato dictator ab aratro, ne quid a rustici operis imitatione cessaret, victos more pecudum sub jugum misit : redit ab boves triumphalis agricola: inter quindecim dies coeptum peractumque bellum: prorsus ut festinasse dictator adrelictum opus videretur. Aurelio Vittore (cap. XVII), per rendere più teatrale il fatto del conferimento a Cincinnato della clamide dittatoriale, dice cbe il bifolco fu trovato all’aratro ignudo. Plinio il Vecchio si piace anch’egli di dirlo (lib. XVIII), ed avverte che il nunciogli disse di gettarsi almeno un abito addosso prima di udire perchè il Senato ed il popolo lo mandassero a lui: Eutropio poi (lib. I) aggiunge che sudore deterso, togam praetextam accepit. Ma il fatto di Cincinnato non è ridicolo in Tito Livio. Cincinnato, di stirpe patrizia, era già stato console: un figlio suo venne esiliato per fiere contese coi tribuni del popolo. Nuovamente eletto console, s’era Cincinnato opposto alla licenza senatoria, e la plebe venerò quindi in lui un idolo inaspettato. Nell’estremo pericolo Cincinnato riuniva i voti del popolo, e le sue promesse trovavano fede. Era povero Cincinnato, non perchè fosse bifolco, chè i bifolchi guidano i buoi e non gli Stati ; ma viveva alla campagna esercendo la coltivazione di un fondo: aveva prestato cauzione pel figlio, di cui i tribuni ordinavano l’arresto, e dovuto pagarla colla sua scarsa fortuna per essersi il figlio reso contumace quando fu chiamato a giudizio.

Nel travestire Cincinnato da bifolco le fantasie romane non fecero che imitare le greche. Narrano infatti gli storici greci che Alessandro Magna scelse a re di Sidone un Abdolonimo, che cavava dell’ acqua per l’ irrigazione dei campi: questa indicazione potrebbe bene applicarsi anche ad abile agricoltore che fertilizzasse i suoi fondi coll’irrigazione artificiale : gli storici però fecero d’Abdolonimo un semplice bracciante, un precursore di Cincinnato, un uomo volgare chiamato da Alessandro ad imperare a Sidone. Ma era Alessandro tal principe che conoscesse sì male i doveri di governatore e di re da affidarne l’esercizio ad un ordinario bracciante? Alessandro poteva ben togliere l’autorità ad un ceto, ed investirne un altro, poteva bramare che Sidone attendesse piuttosto all’agricoltura che al mare, poteva volere che governasse a Sidone persona affatto nuova e totalmente dipendente da lui ; ma è egli credibile che Alessandro volesse chiamare al potere persona assolutamente inesperta, che amasse di sollevare un idiota incapace di comprendere gli ordini e scopi del grande conquistatore, inetto a giovare a Sidone, a vigilare su Tiro, a favorire i Macedoni, che donasse uno Stato ad un bracciante comune per avere il dileggio dei Greci, e dovere con perpetua presenza di forze mantenerlo in impero? Eppure si scrive, e si ripete ogni dì con irriflessione costante che Abdolonimo era un bracciante, e Cincinnato un bifolco.

In Cincinnato, in Camillo, esaltano gli scrittori la virtù sceneggiando in racconti:biasimano in Coriolano il vizio di livore e vendetta, ma sempre sceneggiano. anch’egli era forte soldato: Shakspeare però nel suo Coriolano ha grandeggiato di troppo quando fa dire al suo amico Menennio che Coriolano aveva sparso tonnellate di sangue di Volsci, e che per essere Dio non gli mancava che l’eternità, ed il ciclo per trono. Nelle intestine discordie Coriolano, lancia spezzata del partito patrizio, resisteva ai tribuni nel fòro: sortiva anche alla guerra coi partigiani suoi quando i tribuni impedivano le leve: fu per esser gettato dalla rupe Tarpea. Alfine spinto in esiglio, riparò ai Volsci, e nelle storie e nelle tele dipinte lo vediamo assiso al focolare di Amfidio Tullo, come Temistocle a quello del re dei Molossi, o di Serse persiano. Piombò su Roma, incendiò e distrusse: arrivò a cinque miglia da Roma, perchè quanti s’avanzarono contro Roma vengono dagli storici arrestati precisamente ad quintum lapidem. Ma non si legge che Coriolano avesse già battuto l’esercito, che s’era ripiegato sulla città, e gravissima impresa doveva essere per lui l’assalto di Roma intera di forze, e ben unita contro di esso per antico odio di popolo, e pei patrizii alienati da defezione sì grave. Stipulò accordi, retrocesse: fu poi ucciso dai Volsci credendosi traditi? si uccise da sè? morì placidamente in vecchiaja? Tutto leggiamo, tutto adunque è incerto, e Shakspeare credette di poterlo ammazzare a suo modo facendolo vittima della gelosia d’Amfidio Tullo. Ma agli storici novellieri pia piace dipingerci non Roma madre che cerca ed ottiene la pace, ma quella che l’ebbe in grembo, Volumnia, accorrente, col piccolo Coriolano in braccio a Virgilia, che dice d’essere egli pure romano, e voler essere cogli altri scannato: ci mostrano poi le lacrime figliali, maritali, paterne per gli occhi al guerriero rompenti, la rinfacciata vergogna dei veri trionfi, il ritirarsi che per la sua salvezza più a tempo non era, ed il sangue del traditore di Roma versato dai Volsci traditi da lui.

Cercaronsi nelle storie recenti analogie di personaggi più noti col Coriolano di Roma: sono abbondevoli, ma fra le molte sembrò che il contedi Carmagnola più d’ogni altro fosse il Coriolano della moderna età. E scrittori meno avvezzi a pensar grave ed aggiustato, ed a sobrio e retto ponderare, ammanirono sul Carmagnola, come fatto avevano su Coriolano, ampia nutrizione di sceniche rappresentazioni ai lettori, piuttosto che rischiarare le fasi della politica sua vita, e della triste sua fine. Il Carmagnola condottiere pel duca Filippo Visconti aveva saputo conquistare per esso quasi senza esercito un ampio Stato. Avesse o non il Carmagnola il genio riflessivo delle combinazioni strategiche ed il genio fulminante delle battaglie, egli non provava lo sgomento anticipato degli ostacoli conoscendoli deboli, aveva ingegno, concitazione e scaltrezza, qualità che han molta forza a successo d’imprese lodevoli e ree: era l’artefice capace di sciogliere il nodo che aveva stretto: l’impresa ardua per un Èrcole imperito, poteva esser facile per il venturiero iniziato al mistero. Sapeva il Carmagnola dov’era una bilancia di partiti in bilico, e come delibrarla per farla traboccare; sapeva come addensare passioni, e farne tempesta ; sapeva qual suono rendessero le spade del duca, e come si aprissero le porte della sua città. Corrucciossi col duca, e lo lasciò : i Veneti allora lo scelsero a capitanarli contro lo stesso duca; ma nol fecero già, come dice Daru, e leggesi nel proemio della nota tragedia italiana, perchè gli occhi del Carmagnola schizzassero d’ira contro Filippo, non altrimenti che quelli di Coriolano al focolare di Tullo, sì sovente nelle scuole descritti, ne schizzavano contro Roma. Ben meglio vide Denina, lo scrittore delle Rivoluzioni: i Veneti scelsero il Carmagnola, egli dice, perchè conoscitore del debole e del forte del Milanese, e Coriolano fu scelto dai Volsci perchè conosceva egli pure ogni seme di mala contentezza, ogni via aperta all’ardimento, ed ogni mezzo onde il terrore tornasse a chi dato l’aveva.

Così Coriolano, come il Carmagnola, si infiammarono dell’impeto dell’ira, e non si governarono col freno della ragione. Cadde il Carmagnola :cadde, sembra certissimo, anche Coriolano. Entrambi prestarono a chi li accolse servigi grandi, ma incompleti; non ebbero il premio dei primi, ma la pena del compimento mancato: fu gridata la colpa, non esposta la prova, e la posterità ammise facilmente la colpa. Nessuno pensò alle arti tristissime ed usate sì spesso da colui che diffida, e diffida a ragione di chi ha già altri tradito: resi i servigi, forse i maggiori che il traditore prestare potesse, viene abbandonato o spento. Ed anche Coriolano ed il Carmagnola portarono forse pena dell’altrui diffidenza, della propria impotenza a servire di più, non del proprio peccato. Quanti ebbero destino più mite, ma pur essi infelice! I Veneti, p. es., giovaronsi del Colleone di Bergamo per impadronirsi della sua città: entrati in essa, non attennero fede, e chi sperava di diventarne il principe per l’ajuto di Venezia, ne divenne profugo per l’ordine di Venezia. Si pose allora il Colleone agli stipendii milanesi, e diede mano a cacciare da Bergamo i Veneziani : reso quel servigio che potè rendere, i Milanesi lo carcerarono perchè ai Veneti non ritornasse.

Noi volentieri ci soffermiamo su queste politiche idee, perchè recano, a quanto ci sembra, chiarezza a comprendere moltissimi fatti di storia antica, e moltissimi di quella del medio evo, non mancando le analogie dei medesimi nemmeno oggidì. È necessario portare luce sulle cause di essi, perchè non solo gli scrittori letterarii diedero frivole spiegazioni dei condottieri e delle milizie di ventura, come già mostrammo nel capitolo III della parte I averle date inesatte sul pregio dei mercenarii che erano eserciti più o meno valenti, ma senza l’importanza politica di quelle squadre di partigiani, e di chi le formava e reggeva. Perfino varii scrittori di storica filosofia e di giurisprudenza di Stato giudicarono talvolta dei venturieri e dell’uso di essi in modo troppo discorde dalle vere loro origini, e dagli scopi politico-militari del loro armeggiare. Così Gian Domenico Romagnosi e molti seguaci di lui opinarono che gli Stati d’Italia, ove i condottieri e le schiere di ventura furono più che altrove numerose e durevoli, si valessero di esse per non togliere nelle guerre le braccia al commercio ed alle manifatture. È meraviglia fin dove il predominio di certe idee abbia introdotto ed intronizzato la politica economia! Ci sia dunque concesso l’esaminare più addentro ed estenderci, e sarà utile all’intelligenza della storia politica, ed al raffronto d’epoche somiglianti, e degli identici effetti di cause eguali in tempi remoti fra loro, ed in diverse regioni. Questa opera già offrì nella Grecia, in Roma, a Cartagine, nella Siria, in Persia, abbondevoli esempii di esuli armati, di soldatesche per odii di parte giurate a bandiera straniera: moltissimi ancora ne vedremo in tutto l’orbe romano, ed in quei limitrofi Stati nei quali giunge alcuna storica luce. Ne abbiamo addotto, ed addurremo ragioni palesi. E palesi pur sono, e di simile natura, le cause per cui l’Italia ebbe a soffrire nella media età più d’ogni paese di tanta tristezza, che parve nella medesima inviscerata ed eternata a sistema.

Per secoli intieri non vi fu governo in Italia che tirannia non fosse, benchè la tirannia variasse nei luoghi, negli aspetti e nel nome, esercitandosi talvolta dall’autorità ecclesiastica contro la secolare, spesso dai nobili contro il popolo, spesso dal popolo contro i nobili, talora da sorti usurpatori in città, da principi venuti d’oltre Alpi, o da capi arrivati pei mari. Poche erano le vittime della giustizia, molte quelle del carnefice, e la confisca era più ancora necessità di vittoria, che pena pel vinto. Quindi l’Italia per più secoli sobbalzata e convulsa fu piena di esuli e di proscritti che avrebbero arso ben anco il mondo purchè restassero le reliquie e le ceneri a loro profitto, le vendette saziassero, e riacquistassero i beni caduti in confisca, e la sovranità passata in altrui mani. Crescevano per le continue violenze; erano forti di numero, più forti d’associazione fra loro, fortissimi per le aderenze coll’estero e coll’interno : ingagliardivano ancora della concorrenza dei volontarii, degli esteri, degli avanzi d’eserciti imperiali, e degli Svizzeri venali. In sì complicato inviluppo, quando vacillava la pace, o s’intimava la guerra, l’ assoldare le bande contrarie al governo nemico era consiglio di politica insidia. Raccoglievansi le bande monarchiche sotto al principe esule, le bande popolari sotto l’esule demagogo, le nobili sotto l’esule patrizio, le guelfe e le ghibelline sotto i varii loro capi anelanti a vendetta. Se tanti furono e sono in ogni tempo e contrada i governi ed i popoli che come Lodovico il Moro chiamano gli stranieri, e poi lo Stato ne piange, ed essi vanno a rovina con lui, quanto più dovevano essere chiesti da chi anelava a rivolte i cittadini e congiunti ! Il loro campo non era solo torneo per armi, ma fucina di politici intrighi : preparavano la mina rovinatrice mettendo voci per arte sulla temperanza varcata, ed i procedimenti avari di chi teneva l’imperio : narravano, inventavano le crude infamie dei dominatori : cessassero, dicevano, i popoli dall’offrire i loro corpi perchè vi fossero piantati gli artigli. Scrivendo così sulle bandiere il pubblico bene, le bande marciavano. Queste bandiere facevano sovente migliore impressione nei difensori che non l’ariete nelle mura, e talvolta ad uno squillo di tromba il baluardo crollava. Chi mai può scorgere in questo sistema di venturieri un riguardo pel commercio, un beneficio per le manifatture?

Un Cavalcabò comandava i mercenarii veneti quando Venezia tentò l’acquisto di Cremona contro i Visconti : colle bande degli Strozzi tentava Francia di precipitare i Medici. Ora i Cavalcabò erano stati dai Visconti cacciati da Cremona, e gli Strozzi cacciati da Firenze dai Medici. I Benzoni, signori di Crema, ne venivano scacciati dai Visconti : i Veneti ascrivevano allora i Benzoni al libro d’oro, li prendevano in servigio nelle truppe venete di terraferma, e movevansi contro Crema.

Dappertutto poi il nome di straniero parve identico a quello di fedele, e furono detti fedeli gli Svizzeri, fedeli gli Alemanni alle corti italiane ed alle altre europee, fedeli le guardie scozzesi o quelle d’Irlanda alla corte di Francia. Così i Califfi trovarono fedeli in Bagdad i mercenarii turchi, e parvero fedeli i Mamelucchi in Egitto, gli Strelizzi nelle Russie ed i Gianizzeri in Turchia, almeno finchè questi furono milizie mercenarie composte di schiavi cristiani, e tuttora lo sembra nel Marocco la guardia imperiale dei negri Bocari. Anche in Germania, allorchè le ire politico-religiose elevarono tanti patiboli e tanti roghi incesero, l’Olanda con torme assoìdate di mercenarii tedeschi toglieva al dominio di Spagna quelle terre, che l’industria aveva dapprima conquistato sul mare.

In molti Stati italiani la classe commerciale e manifatturiera non esercitava alcun diritto politico : essa non decideva della guerra, nè del modo di combatterla. Invece in Firenze, prima della dominazione dei Medici, i manifattori ed i commercianti avevano un voto principalissimo nella legislazione. Nondimeno il sistema dei militi venturieri fu egualmente comune a tutti gli Stati. Dunque il sistema procedeva da cause universali, e non da particolari. In Firenze vi fu un tempo in cui perfino l’ordine politico fu intieramente sconvolto, perchè i popolani furono convertiti in nobili, ed i nobili furono convertiti in popolani, giacchè fu tolto il voto ai nobili, e fu riservato ai plebei. Ma il sistema dei venturieri, perchè radicato nelle politiche condizioni di quelle età, continuò invariato. Ed anche in questa età, in cui i metodi di guerra sono tanto diversi dai metodi antichi, ed il pregio delle milizie tumultuarie e raunaticcie è scemato, abbiamo veduto unirsi legioni di profughi ad aggredire gli Stati.

Quando l’Italia si ridusse ad un minor numero di Stati, le bande mercenarie si fecero più grosse ; ma erano già bande degeneri, e non schiere di fuorusciti anelanti a ritorno e vendetta. Perdettero allora quelle torme del pregio politico, perdettero dell’impiego continuo, perdettero dell’affluenza continua d’altri fuorusciti : scemarono poi infinitamente del pregio militare pei variati sistemi di guerra, e l’apparire sul campo di truppe regolari di Francia e di Spagna. Machiavelli si doleva di queste milizie inferiori alle truppe dell’estero ; ma non era più lo spirito di parte che rendeva una volta temibili le bande mercenarie : all’epoca sua i venturieri erano soldati come i legionarii, come gli odierni, ma non permanenti, nè disciplinati.

I testi sono tratti da “Cristoforo Negri, La storia antiqua restituita a verità e raffrontata alla moderna, Torino, Molini e Landi, 1812″: http://books.google.it/books?id=qQgPAAAAQAAJ&printsec=titlepage

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Mar 22

A San Zaccaria

Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l’ anno. 855, il Pontefice Benedetto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d’ ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione coll’ arricchirle di un gran numero di reliquie e d’ indulgenze. Fu allora che il Doge Pietro Tradonico ( la cui famiglia fu poscia detta Gradenigo) cominciò a visitare il tempio di San Zaccaria fra il concorso del popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a que’ tempi, in cui tutto respirava la più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse mancato di assistere a solennità religiosa. Fissossi: dunque il giorno di Pasqua come il più adattato all’ annua visita.

La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge processionalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d’accordo colle sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu questo una specie di diadema repubblicano, che chiamavasi Corno Ducale di un valore straordinario. Esso era tutto d’ oro : aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch’esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitre smeraldi, de’ quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere.

Regalò così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione de’ nuovi Dogi. Ma perchè quelle buone religiose non istessero del tutto prive del piacere di rivederlo ( piacere che richiamava alla memoria un’ azione nobilissima di quella comunità ) si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito.

Un triste avvenimento accaduto l’ anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo v’ aveano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più, che mai infierivano. Tutta la Città parea divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a’ torme, né mai distaccavansi senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d’ ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l’ amare ad un’ ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro che questa mediti la perdita non men della sua rivale che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava e le sue minaccie sprezzavansi non regnava più disciplina alcuna, nè sicurezza nella città»

Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d’ entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perchè di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo : si mormorova contro il Doge; gridavasi contro dell’ ingiustizia, della tirannia: dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l’ eccesso del fermento ebbe per isviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale.

Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato il tragico fine del Doge come un attentato orrendo, si crearono tre Commissarj che prendessero in rigoroso esame l’ affare. Conveniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma dovevasi anco far sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, né parzialeggiare con alcuna fazione : altrimenti non sarebbevi differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera, ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perchè niuno osa contrariare i suoi voleri, ne prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l’ utilità di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri chiamaronsi Avvogadori di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poiché erano i principali sostegni della pubblica sicurezza.

Si volle poscia dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite troverebbonsi a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all’ anno 1796, sì per acquistare le assegnate indulgenze, e sì per voglia di ammirare quel diadema, che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro si rinomato, e tante altre ricchezze nazionali miseramente disperse.

Dell’ Ascensione

In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli Veneti isolani godevano della maggior tranquillità, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati.

Una popolazione barbara e feroce, dotata dalla natura di una straordinaria forza, era uscita dagli agghiacciati climi della Scizia, e dopo essersi trasferita sulle sponde del mar Nero, erasi divisa in due porzioni, l’ una delle quali, valicato il Danubio, venne nel sesto secolo a fermarsi nell’ Illirio. Indi acquistando sempre nuovo terreno s’inoltrò fino alle spiaggie dell’ Adriatico, e vi eresse Narenta città, che comunicò poscia il proprio nome a tutta la nazione. Fortificatisi i Narentani in quel sito, pigliarono sempre maggior animo; penetrarono a mano armata nell’ Istria, costrussero vascelli, e si diedero ad esercitare la pirateria per tutto il golfo. Non tardarono i nostri a provarne i tristi effetti, e furono obbligati ad armare legni da guerra, onde proteggere il proprio commercio e la navigazione. Ebbero allora principio quelle zuffe così frequenti e feroci, e quella guerra si lunga ed ostinata , che durò per più secoli. Alla fine poi le città situate sulle coste dell’ Istria e della Dalmazia, stanche dalle continue incursioni di que’ barbari, e prive di una forza navale sufficiente a distruggerli, si volsero di comune consenso ad impetrar l’ ajuto della possente Repubblica di Venezia, promettendo di dedicarsi a lei , qualora venissero liberate dalle vessazioni di que’ pirati. Spediti a tale oggetto alcuni oratori a Venezia, venne l’invito di que’ popoli accolto con quel giubilo, che può ispirare uua favorevole occasione di prender vendetta di un antico nemico, e di ampliare al tempo stesso il proprio dominio.

Furono dunque promessi i richiesti soccorsi; e senza indugio posta in ordine una forte squadra, e il Doge Pietro Orseolo II volle esserne il condottiere. Salpò dal porto dì dell’ Ascensione l’ anno 997 e a vele gonfie si recò in Istria, ove venne incontrato colle più vive acclamazioni, e salutato da tutti gli abitanti per loro vero liberatore. Ricevette egli il giuramento di fedeltà dai nuovi sudditi, lietissimi di sottomettersi ad una ben augurata Repubblica. Lo stesso avvenne in Dalmazia. Giunto il Doge a Zara, trovò il popolo, che affollato lo stava aspettando, e tutti i cittadini con trasporto di gioja offrirono sé stessi, le città, le pubbliche e le private fortune al Veneto Dominio.

Non meno dell’ ingresso del Doge fu pomposa, rispetto a que’ tempi e a que’ luoghi, la cerimonia colla quale egli accolse gli oratori di tutte le altre città Dalmate ansiose di presentargli i contrassegni della spontanea lor dedizione. Diritto di conquista, che sei tu mai al paragone dei voti unanimi di un intero popolo, che di proprio moto si spoglia della sua sovranità per deporla nelle mani di un altro popolo? Un tale esempio fu seguito dalle isole adiacenti a quella costiera, tranne però due che se ne mostrarono ritrose, cioè Curzola, un dì chiamata Corcira nera, e Liesina, altre volte detta Faro. Riuscendo queste un ricovero troppo vantaggioso ai Narentani, non doveva il Doge soffrire che volessero sottrarsi al comune destino. Usò nondimeno in prima le esortazioni e gl’inviti, venne poscia alle minaccie, ma nulla giovando, fu costretto necessariamente di ricorrere alla forza delle armi.

Curzola siccome debole e mal difesa, ben presto si arrese; ma non così Liesina. Per vincere la sua rocca posta sopra rupi scoscese, cinta da mura inaoccessibili e inoltre guardata da un copioso presidio di Narentini, non ci voleva meno di un formale assalto. Orseolo tosto fece i suoi approcci in buon ordine, e dispose ogni cosa da prode capitano. Dato il segnale, e soldati e marinaj fanno a gara per immortalarsi in valore. L’ assalto divien generale, furioso, tremendo. Tutto cede, tutto fugge dinanzi ai nostri gloriosi stendardi, e la città è ridotta ad implorare misericordia. Rovesciato questo antemurale de’ barbari, Orseolo non tardò a portare la strage nel seno del loro proprio paese. Borghi, città, castella tutto fu atterrato, distrutto. I miseri Narentani, ridotti alla disperazione, chiedono la pace ad ogni costo. Il Doge accordolla, ma esigendo condizioni sì gravose pe’ vinti, che fu tolto a questi per sempre il poter di risorgere. In fatti d’ indi in poi non si udì più parlare de’ loro ladronecci, e il mare restò libero ai Veneziani.

Terminata così la più bella impresa, che dopo la nascita della Repubblica si fosse mai eseguita, Orseolo ritornò con lo spirito più tranquillo a visitare quello spazio di circa 50 miglia, che aveva prima trascorso colla rapidità di un guerriero, che vola a combattere. In niun luogo pose Preside o guarnigione; non violò in alcun conto l’ autonomia, né alterò le pratiche ed i costumi degli abitanti, e compiacquesi d’ indi in poi di riguardarli come socj ed alleati, non come vinti o sudditi.

Bella politica in vero, e molto accorta degli Avi nostri, i quali ben conoscevano, che non solo i popoli colla forza sottomessi, ma quelli ancora che spontanei si dedicano a lungo andare non senza qualche ribrezzo portano il giogo, ond’ è per avvezzarli insensibilmente, conviene da prima far loro credere tutto al contrario, lusingare le loro passioni, e conservare intatti, il più che si può, financo i nomi delle cose. Orseolo conchiuse un trattato, in cui si stabilì, che ogni città avesse a pagare un annuo tributo alla Repubblica; che in caso di guerra dovesse ciascuna somministrare un certo numero di marinaj, di soldati e di vascelli, e che i mercadanti Veneziani entrati nei porti e sulle terre dell’ Istria e della Dalmazia, avessero a godere piena sicurezza, ed ogni maggior vantaggio per l’esito delle loro merci; siccome la Repubblica per sua parte promise eguali privilegi a tutti gl’Istriani e Dalmati, che percagion di commercio avessero approdato a Venezia, ed alle lor Patrie ampia protezione e difesa contro ogni loro nemico.

Avendo così poste le cose nel miglior ordine possibile, Orseolo ricondusse a Venezia la valorosa sua flotta e convocata un’ Assemblea generale, quivi con tutta semplicità fece il ragguaglio della sua spedizione, a cui seguirono le grida di applauso, di ammirazione, di riconoscenza. Non vi avea chi non serbasse in mente la memoria dei danni sofferti, le tramate insidie, le prese de’ vascelli e delle loro merci, la schiavitù e persin la morte de’ loro congiunti ed amici; e lo scorgersi salvi per sempre da tali pericoli, era per tutti nn motivo di straordinaria esultanza. Né meno consolante fu l’acquisto di tutta la costa marittima, che si estende dall’ Istria sino ai confini della Dalmazia, compresevi le Isole adiacenti, talché il popolo con voto unanime stabilì che il Doge Orseolo e i suoi successori assumessero per l’ avvenire, negli atti pubblici, il titolo di Doge di Venezia e della Dalmazia.

Si volle inoltre, che la memoria di un impresa tanto segnalata, che avea dato ai Veneziani il dominio del Golfo, come in epoche anteriori l’avevano avuto e Pelasgi, ed Etruschi, e Adriesi , si rinnovasse ogni anno con una solenne visita, che il Doge farebbe al mare. Non senza avvedimento fu scelto a tal oggetto il giorno dell’Ascensione giacché in tal dì era uscita dal porto la flotta, che s’era di tanta gloria coperta. D’ indi in poi il Doge nel giorno dell’ Ascensione montato sopra un vascello distinto, e accompagnato dal Vescovo, da’ suoi Consiglieri, dai principali membri della nazione, anzi quasi dalla nazione intera, usciva dal porto di Lido, e praticava certe cerimonie adattate a’ que’ tempi di semplicità e di moderazione. Ecco l’ origine vera, o l’ epoca incontrastabile della famosa visita, che il Doge faceva al mare.

Lasciamo pure alla fervida fantasia straniera l’attribuire la sua instituzione al fine politico di tener con essa gli animi de’ cittadini distratti dalle interne discordie, che potevano a quella stagione dell’ annp più vive emergere, per esser tempo di mutazioni di cariche, e di potere insieme, in mezzo all’ ebbrezza del comun giubilo strappar meglio i segreti del popolo, spiarne la condotta, conoscerne i cuori. Chi mai udì dire, che solo in maggio si cambiassero le cariche? Quale fra’ detrattori del nome Veneto immaginò mai più bizzarro impasto di assurde calunnie e di ridicolaggini?

Per lo spazio di 180 anni si celebrò, a quel modo che abbiamo detto la Festa. Al terminar di questo periodo, ne’ diciasette ultimi anni, l’impero Cristiano venne conturbato dallo scandalo di uno scisma, che nacque dall’ elezione di due Pontefici, i quali egualmente pretendevano al Triregno. Alessandro III era stato eletto Papa dai voti unanimi del Conclave; ma L’ Imperator Federico Barbarossa per l’ odio che gli portava, fece proclamarne un altro da due Cardinali. Indi con suo decreto bandì Alessandro dall’ Italia, e scagliò minacce contro chiunque avesse osato prendere le sue parti. Allora fu che si videro e Vescovi, e Prelati, e persino il Sommo Pontefice, venire a Venezia per rifuggirvisi. Quando si seppe il di lui arrivo, gli furono resi tutti gli onori, ed ognuno spiegò la più viva brama di vederlo rimesso alla venerazione del mondo cristiano.

Il Governo di Venezia superiore ad ogni minaccia, spedì all’Imperatore deputati ed oratori per procurar di calmare il suo odio contro Alessandro. Furono questi sì fortunati, che ottennero di farlo riconoscere per vero Pontefice, e di conciliare la pace fra l’impero e la chiesa. Venne stabilito un incontro a Venezia dell’Imperatore col Papa; la qual cosa empì di giubilo i nostri buoni Isolani. Federico si mise subito in viaggio: arrivato a Chioggia, trovò sei galere Veneziane destinate a condurlo in città. Anche prima d’ imbarcarsi ricevette l’assoluzione delle censure da tre Cardinali spediti dal Papa. Questi lo attese nella chiesa di San Marco vestito pontificalmente, sedendo in mezzo a’ suoi cardinali, a’ suoi Prelati, ed in faccia a tutto il popolo di Venezia. Allorché Federico giunse in chiesa andò umilmente a prostrarglisi ai piedi, ed ei tosto lo alzò, lo abbracciò, e gli diede l’ apostolica benedizione.

Questo è ciò’ che intorno a tale in contro ci offre di più certo la primitiva Storia. V’ ebbero poscia degli scrittori, che co’ loro racconti favolosi porsero soggetto a non men favolose pitture. Quindi è che tanto nella, sala dell’ attuale pubblica Biblioteca di Venezia, quanto nel palazzo della famiglia Rolandi di Siena, da cui era uscito Papa Alessandro, ed anche nel Vaticano di Roma, venne rappresentata una gran battaglia navale fra i Veneziani e Federico; ed inoltre alcune bizzarre ed esagerate cerinionie della di lui riconciliazione col Pontefice. La verità è, che in tale occasione né battaglie, né vittorie ebbero luogo. Né Federico aveva forze marittime atte a resistere alle nostre, né il di lui figlio Ottone era allora in età di poter comandare. Com’ è dunque probabile, che i Veneziani, fatto avendo prigione questo giovine principe, si valessero di lui per rappacificare col Papa l’ Imperatore suo padre? In mezzo a tanti e sì mal fondati racconti tengasi sola per fermo, che il buon esito dell’ accennata mediazione, e lo splendido trattamento fatto dalla Repubblica all’ Imperatore ed al Papa, moltissimo accrebbe in Europa la di lei riputazione.

Non arrechi quindi stupore, se Alessandro pensò ricompensare alla sua foggia i Veneziani ricolmandoli d’ indulgenze, e se essi conoscendosi benemeriti della Santa Sede, s’ indussero a pregarlo di voler loro concedere l’investitura dell’ Adriatico, di cui però da quasi due secoli potevano chiamarsi signori. Tale richiesta, che parrebbe oggidì ridicola, nulla avea di strano in que’ tempi, quando l’autorità del Vicario di Cristo era sì rispettata, che i principi cristiani non credevano abbastanza legittimi i loro diritti, e le loro pretensioni, né bene assicurato sul capo il diadema senza l’approvazione pontificia. E in quanto al Papa, nulla di più caro per esso, quanto l’ aver occasione di esercitare un simile atto della sua possanza. E siccome poi il simbolo di ogni investitura era l’anello, (così egli uno ne diede al Doge di Venezia, con cui sposasse il mare, e desiderò, che a quella prima solennità della visita quest’altra fosse aggiunta dell’investitura, sotto l’immagine di sponsali. Egli è per questo, che allora quando il vascello Ducale era giunto alla bocca del porto, si volgeva al mare colla poppa, e il Vescovo benediceva l’ anello nuziale, e presentavalo al Doge; indi versava un gran vaso di acqua santa nel luogo dove dovea cadere l’ anello, e il Doge gettandovelo pronunziava in latino queste parole: Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio.

Simile costumanza venne da parecchi riguardata non solo come bizzarra, ma come ridicola. Pure il filosofo osservatore deve considerarla come saggia, provvida e umana. E chi non sa quanto questa idea di dominio sia propria a risvegliare in ogni’ uomo sublimi sentimenti e straordinario entusiasmo? Per renderla poi più sensibile, e in certo modo più palpabile anche alle anime rozze e volgari, qual migliore spediente potevasi immaginare, quanto un’ augusta cerimonia, il cui simbolo richiamasse in mente quella del matrimonio? Per essa ricordavasi, che il vincolo tra Venezia e l’ Adriatico era non meno stretto e indissolubile di quel santo vincolo, che insieme congiunge due sposi, e che siccome tra due sposi devono perpetuamente avvicendarsi i servigi, le difese, gli ajuti, così in questa coppia allegorica dovea regnar sempre un generoso scambio di uffizj.

Era il mare sorgente di sicurezza , di opulenza, di gloria alla nostra città, e se in essa diveniva sacro il dovere, d’impiegar tutte le sue cure, e gli sforzi maggiori per assicurarsi tanti benefizj, proteggendo la libertà delle sue acque, d’ altra parte era giusto, che ad esso tributasse solennemente i sentimenti di pubblica riconoscenza. Ma quel versare l’ acqua santa e quel benedire le volubili onde non era egli un atto di religiosa invocazione in pro di quelli, che dovevano esporvisi, ed un bel presagio di prosperità per lo Stato? O non potrebbesi anche prendere per un segno di pietosa riconoscenza verso i nostri sven- turati concittadini, che dentro quelle onde giacciono sommersi? Volgendo infatti il pensiero sopra tutti i disastri della navigazione, e sopra il numero degl’ infelici, ingojati dal mare , senza godere dell’ onor del sepolcro, senza l’ accompagnamento di preci ed esequie, senza il fumo di odorosi incensi che consoli le loro ombre, senza che la mano dell’ amicizia scolpir possa i loro nomi amati sopra di quella mobile e profonda tomba, non è fuor di ragione, che ottenere dovessero questo tenero addio dalla patria, e ricevere questo Asperges divoto in quel loro comune vastissimo cimiterio.

Ma per ritornare a questo giorno sì rinomato, esso anche in antico fu detto la Festa della Sensa, cioè dell’ Ascensione. Concorrevano a Venezia in folla i forestieri sino dal tempo delle Crociata essendo quella la stagione, in cui i pellegrini usavano fare il passaggio di Terra-Santa. Quando poi la navigazione ed il commercio si dilatarono, e lo Stato andò crescendo in potenza, allora il marittimo spettacolo prese l’ aspetto di un solenne trionfo, quale certo non sarebbesi potuto vedere altrove, e la cui fama si sparse per tutto il mondo. Il giorno dell’ Ascensione era veramente quello in cui il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa, e come capo supremo della più ricca e florida tra le Repubbliche. Accompagnato dalla Signoria, dal Senato, e pressochè da tutto il Maggior Consiglio, andava ogni anno a rinnovare il possesso di quel Golfo, che le Venete vittorie avevano sottomesso allo Stato. Gli ambasciatori delle primarie corti d’ Europa assistevano pur essi a questa singolar cerimonia, e seduti presso sua Serenità parevano in qualche modo sanzionare quest’ atto di antico possesso, confermare i diritti della Repubblica; e applaudire alla gloria de’ suoi fasti.

Anche il naviglio destinato pel Doge venne costrutto e portato ad un grado di ricchezza e di magnificenza sorprendente. Chiamossi Bucintoro, nome che alcuni credono essere una corruzione di Ducentorum, perchè allora quando nel 1311 dal Senato fu dato l’ ordine dì fabbricarlo, si disse nella legge: quod fabricetur navilium ducentorum hominum, cioè della portata di ducento uomini. Altri fanno derivar questo nome da Bicentauro, per essere grande il doppio di quella nave detta Centauro, di cui parla Virgilio nella descrizione de’ giuochi funebri celebrati da Enea per onorare la morte del padre.

Ma poco conta il fantasticare sul nome. Alla gran macchina fu a bella posta dato una forma straordinaria fra’ vascelli. La distribuzione dell’ interno corrispondeva egregiamente all’ uso, e la sontuosità degli ornamenti era del pari degna del glorioso suo oggetto. Lunga 100 piedi, e larga 21, in due piani distinguevasi questa reggia galleggiante sull’ acque. Nell’ inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino ornato di frange galloni e fiocchi d’ oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone innalzavasi verso la poppa, in capo alla quale trovavasi I’ apposito finestrino, da cui il Principe gettava l’ anello in mare. Questo pertugio stava dietro alla ricchissima sedia del Doge collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale co’ suoi trofei. Due bambini sostenevano una conchiglia che formava il baldacchino Ducale.

Sia dall’ una parte che dall’ altra del seggio, eranvi due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza volendo intender con ciò, che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili pur essi magnificamente apparecchiati ad uso del Patriarca, degli Ambasciatori, della Signoria e de’ Governatori dell’ arsenale. Per indicar poi che mediante la coltura delle scienze e delle arti, un popolo potente si acquista maggior considerazione, ed accresce la sua felicità, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassorilievi dorati, fra i quali distinguevasi Apollo in mezzo alle Muse, di cui il Bucintoro poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante vedevansì, pure in bassorilievo, le Virtù, e quelle Arti che servono alla costruzione de’ vascelli, non che quelle, che ricreano gli spiriti da gravi cure occupati, come sono la pesca, la caccia e simili; il tutto distribuito con isquisita eleganza resa più cospicua dalla somma profusione d’ oro.

Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto dai forastieri più illustri, che ambivano l’ onore di essere del seguito del Principe. Essi misti ai Magistrati occupavano le due ale della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo affacciati a qualunque delle 48 finestre, ond’ erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, Dea tutelare d’ ogni ben regolato governo, attraeva a sé gli sguardi de’ sudditi della Repubblica, che ne facevano giulivi l’ applicazione. In fine riguardando il complesso del Bucintoro, potremo dir francamente, che giammai forse la pubblica Maestà si scelse un albergo tanto proprio di lei quanto questo; nè per la via de’ sensi essa instillò mai negli animi tanta venerazione di se, quanta allorché si accoglieva tra l’ oro e la pompa di sì portentoso naviglio.

Tenerezza poi e giubilo aggiungeva il vederlo mosso e fiancheggiato dalla moltitudine degli abitatori di queste lagune, che spontanea e senza mercede alcuna accorreva colle sue apposite barche giocondamente a rimorchiarlo, sopravvegghiando a’ suoi movimenti per ogni accidental cangiamento di venti e di meteore.

Oltre li rimorchi che lo traevano, avea 168 remiganti molto opportuni ad agevolare il maestoso suo corso. Non erano essi nè galeotti, né marina, nè gondolieri; ma bensì gli unici Arsenalotti, cioè que’ membri, che componevano la famiglia prediletta della Repubblica, che con sì soave e dolce nome erano chiamati, e col quale eglino stessi chiamavansi con una specie di vanità derivante da veracissimo attaccamento. Essi ambirono ed ottennero il privilegio di condurre il Doge a tali nozze, ed abbandonati in questa sola occasione i loro giornalieri stromenti, non isdegnavano, seduti sulle panche d’ impugnare a quattro il remo, godendosi a gara de’ loro inusitati sforzi, e de’ loro anniversrj sudori.

Seguivano a lento corso il Bucintoro numerose Galee, non solo per aumentar la pompa dello spettacolo, ma più ancora per richiamare alla memoria de’ veri patriotti, che segnatamente su simili bastimenti gli Avi nostri, mercè delle più ardite navigazioni, e delle imprese le più difficili, avevano portato la Patria all’apice della gloria, mentre le potenze marittime, che sono grandi oggidì, radevano appena, con batteli le coste de’ fiumi.

Certe grosse barche dorate del Dominio seguivamo dappresso il Bucintoro. Esse in questo giorno, ed anche in qualclie altro solenne^ servivano a comodo del Patriarca e degli Ambasciatori

Aumentavano il corteggio lancie, canots, caicchi spettanti agli Uffiziali di mare; e tutti questi legni erano sfarzosamente apparecchiati.

Il Doge de’ Nicolotti, cioè degli abitatori della contrada di San Nicolò, aveva esso pure una barca particolare per sé. Questo capo di una classe utilissima di que’ pescatori, che abbiamo veduto figurare come rimorchianti, godeva molti privilegi, fra i quali avea l’ onor di seguire il Bucintoro, e di sopravvegghiare a’ suoi subalterni. Anche i capi principali dell’arte Vetraia e delle Conterìe, dalle quali arti traevasi un grandissimo vantaggio nel commercio, avevano il privilegio in tal giorno di accompagnare il Doge. Seduti in una peota ornata a loro spese, avevano l’ ambizione di farsi osservare ed ammirare per il buon gusto e per la molta magnificenza. Ed in vero eravi sempre motivo d’ applaudir vivamente all’ industria di questi ingegnosi ed utilissimi abitatori dell’ isola di Murano.

Ciò poi che animava nel modo più brillante la Festa, era l’ infinita quantità di barchette di ogni fatta, che quasi tutte ricoprivano la laguna da San Marco sino al Lido, dalle quali venivano spesso scelti concerti musicali. Non solamente la nobiltà e gli opulenti cittadini concorrevano a gara nelle loro barche e peote, ma persino le diverse classi del popolo artigiano ornavano a festa dei battelli con festoni di fiori e sopra tutto con corone di alloro, pianta cara agli Dei ed agli Eroi, e di cui il popolo Veneto impiegava sempre le foglie immortali come contrassegno sicuro dell’ universale allegrezza. Le grida di gioja di questo felice popolo mescevansi insieme cogli spari dell’artiglieria de’ vascelli sì pubblici, che mercantili ancorati, paviglionati, sfilati, che facevano ala all’ illustre comitiva, e le rendevano il militar saluto. In mezzo al lampo, al rimbombo guerriero, in mezzo ai vortici del fuoco, e sopra que’ flutti vivamente agitati, le ninfe dell’ Adriatico passavano sì intrepide, che sì sarebbero potute prendere per Amazzoni, se la loro agile gondoletta, l’eleganza del lor vestito e la voluttuosa lor giacitura non le avessero fatte riconoscere per le legittime figlie della bella Dea nata da quelle onde medesime, ch’esse sì mollemente solcavano.

Così accompagnato il Doge rientrava nel suo palazzo, dove tratteneva a pranzo tutti i Magistrati che si erano trovati nel Bucintoro.

Altri spettacoli v’erano in questo giorno; essi troveranno il lor luogo. Non volli qui parlare che dello sposalizio del Doge col mare; di quella Festa sì celebre, che per l’applauso popolare e il gran concorso di gente sembrava ogni anno improvvisa e novella, benché per tanti secoli ripetuta. Essa non era altrimenti la Festa di pochi fastosi ricchi, ma di tutti indistintamente i cittadini, che vi concorrevano spontanei, e mossi non meno da particolare zelo, che da spirito di nazionale orgoglio; e le loro acclamazioni non erano prezzolate e bugiarde, ma figlie di quel sentimento patriottico, che nasce dalla personal sicurezza e dalla gloria dello Stato.

I testi sono tratti da “Giustina Renier Michiel, Origine delle feste veneziane, Vol. I, Milano, Presso gli editori degli Annali universali delle scienze e dell’industria, 1829″: http://www.archive.org/details/originedellefes05michgoog

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Mar 10

XCVIII. Torta de fongi bona e perfettissima.

Se tu voy fare torta de fongi colà, toy li fongi intriegi mondi ben lavati, fanè morseli grande e premi ben fuora l’ acqua e toy lardo insalato distruto e ben colato e mitili al sofrigere con esso li fongi e alquanta aqua che non se ardesseno e quando sono apresso cocti, trali fuora in uno catino e mitigi con essi quantità di caxo e de ova e meti questo batuto in uno testo con una crosta molto sutille la qualle forte molto vole essere sotille e zalla e ponderosa de specie e assay fongi e puocho e ova e falla coxere bene.

XLVII. Ove plene.

Se tu voy fare ove implite, toy le ove e mitili a bolire e fay che siano ben duri e quando sono cocti traili fuora e mitili in aqua freda e schovrali e tagliali per mezo e trane fuora lo rosso e toy caxo magro al più che tu poy che sia ben dolze e herbe bone che tu ay ben monde e ben lavate e pestali in lo mortaro. Quando sono bene menate, toy lo rosso de l’ ova, el chasso e le specie e mecti in el mortaro con le herbe bone insieme e pesta bene e fay pastume, e distempera con ove crude e fay che non sea bono, e miti in la padella sopra el focho, e toy li elapi del ova che tu ay e impleli de questo pastume e fay choxere. Quando sono cocti trali fuora e polveriza di sopra del zucharo e dali caldi a tavola.

LVII. Polastri pini e boni

Se tu voy fare polastri pieni per XII persone, toy li polastri infilali e poy li pella ben mondi, e poy trazi fuora quello dentro; poy toy una libre de mandole ben monde e ben maxenate e colate; toy in fina viij caxe passi ben dolze e toy XII ova; toy petrosemolo e mente e altre herbe bone e lavale ben e pestale ben con lo chaxo, e toy tre onze de specie non zafaranate, e toy le herbe el caso e l’ ova insiema e fa pastume e distempera con lo late de la mandola e fa ch’ el sea el pastume a modo de quello delle fritelle; e poy toy li polastri ben lavati e ben mondi e implili in fra pelle e carne e dentro, e po’ li chossi bene fino che il pastume non esca e serà bono.

LXII. Rafioli commun de herbe vantazati.

Se tu voy fare rafioli de herbe o de altre manere, toy herbe e mondale ben e lavale; po’ le alessa un pocho e trali fuora e spremali ben fora l’ aqua e batelli con el cortello e poy in mortaro e toy del caxo fresche e passo, ova e specie dolze e forte e mena ben inseme e fay pastume e poy fay la pasta sotille a modo de lasagne e toy uno mizolo largo e fay i rafioli. Quando sono fati mitili a choxere e quando è ben cocti polverizage suso specie asay con bon caso assay e son boni assay.

I testi sono tratti da “Lodovico Frati, Libro di cucina del XV secolo, Livorno, Giusti, 1899″: http://www.archive.org/details/librodicucinade00fratgoog

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Mar 05

Il Vesuvio, l’ unico vulcano attivo nel continente europeo [sic], è il monte più spesso visitato e meglio conosciuto. Lo studio dei fenomeni vulcanici è cominciato su di esso, e tutti gli studiosi delle manifestazioni endogene della natura vi accorrono, anche da paesi lontanissimi, nella lusinga d’ investigare i segreti del globo, nella speranza di potere in qualche istante pervenire alla conoscenza delle leggi, che regolano la natura interna ed occulta del nostro mondo.

Sorge all’ Est di Napoli, a Nord-Ovest di Torre Annunziata: è su terreno cretaceo, e sovrapposto a rocce vulcaniche eruttate in tempi in cui l’ uomo forse non viveva in queste contrade; anzi potremo ammettere per certa l’ assenza dell’ uomo, se consideriamo che questa regione, che più tardi fu chiamata « Campania felix », aveva da una parte l’ antico Vesuvio, dall’ altra i Campi flegrei in continue eruzioni.

Dopo un lungo periodo di attività, passò il Vesuvio allo stato di assoluto riposo, e chi sa quanti secoli rimase in tale condizione, finché non si ridestò nel 79 d. C.

Tale periodo, storicamente parlando, dovette essere lunghissimo. Difatti questa regione fu occupata da popoli molto antichi: ma né gli Osci, che si confondevano cogli antichi Ausoni, né gli Etruschi e Pelasgi, né più tardi i Sanniti, né infine i Romani ebbero alcuna tradizione che accennasse a fenomeni eruttivi del Vesuvio.

Che tali popoli poi abbiano occupata questa regione è provato da tradizioni scritte e da monumenti importantissimi rinvenuti qua e là, scavando il suolo della plaga vesuviana. Alcuni frammenti d’ iscrizioni in lingua osca, gotico-greca e latina, che si conservano nel Seminario nolano e nel Museo campano, pienamente lo confermano.

La più chiara conferma peraltro si ha nel fatto che città opulente e ville amenissime sorgevano alle falde e sulle pendici del Vesuvio, senza che mai in alcuno sorgesse il minimo sospetto che un nemico terribile dormisse là sotto, sognando la strage.

Stabia, Pompei, Oplonti, Ercolano restituite alla luce per mero caso, attestano ancora, dopo circa 19 secoli dalla loro rovina, l’alto grado di sviluppo cui erano pervenute, quando furono sepolte dall’eruzione del 79. Orbene tanto lusso, tanto splendore non si poteva raggiungere se non attraverso un lungo volger di secoli.

E Stabia vanta la sua origine 485 anni innanzi a Roma, 1238 a. C. : giaceva nell’ insenatura di mare amenissimo a piè del Monte Aureo e in prossimità del fiume Sarno: aveva porto, teatri, circhi, templi, edifici di magnifica struttura, un anfìteatro: e poi statue e artistici mosaici furono rinvenuti nei suoi scavi. Si reggeva a repubblica ed aveva un senato, come risulta da un epigrafe in lingua greca rinvenuta nel secolo XVI e riportata dal Capaccio.

Pompei, anch’essa città antichissima, fu edificata dai Pelasgi, ed era già salita a grande splendore al tempo della fondazione di Roma: i suoi abitanti avevano appreso la navigazione dai Fenici, il commercio e le arti da’ Greci, il lusso dagli Etruschi. Roma, quando rifulse ed estese il suo dominio in Italia, incontrò non poca resistenza da parte di Pompei, difesa da’ Sanniti; e, se essa si arrese a Silla, ciò fece a patti onorevoli.

Ottenne la cittadinanza romana colle leggi Iulia e Plotia, e più tardi la costituzione municipale; e, quando Silla v’istituì una colonia romana, gli abitanti, fusi coi nuovi coloni, diedero alla città il nome di Colonia Veneria Cornelia, dalla loro principale divinità Venere Fisica, e dal nome gentilizio del patrono. Allora appresero i Pompeiani la disciplina amministrativa ed infine la lingua ed i costumi de’ Romani.

Oplonti era situata all’ Ovest di Pompei e non molto lungi da essa; il centro abitato doveva essere nel sito corrispondente alla parte Nord di Torre Annunziata , dove passa l’ attuale canale Sarno, e dove sorgono oggi importanti stabilimenti industriali. Di essa parla Strabone, e ci danno notizie alcuni papiri trovati a Ercolano: Plinio la chiama Opulenzia, ma non sappiamo se con tal nome voglia alludere alla sua ricchezza o alla fertilità del suolo.

Nel 1831, il generale marchese Nunziante, che si era proposto di fornire di acqua i luoghi che ne erano privi, mise in opera, presso il Capo Uncino, a Torre Annunziata, la trivella, che egli aveva introdotta nel Regno di Napoli. Fece perforare il suolo in quelle adiacenze, sia perchè, da gran tempo, a una certa distanza dalla spiaggia, si vedevano sollevare dal fondo del mare delle bolle d’ aria, sia perchè il De Bottis nella sua Storia degli incendi del Vesuvio aveva lasciato scritto che, nel l759, in quel lido, era scaturita una polla d’acqua calda e ferruginosa, che nell’ anno seguente era scomparsa.

Dopo vari giorni di lavoro, il 18 giugno, dalla profondità di circa 6 m. si sollevò un abbondante getto d’acqua fortemente mineralizzata, che, per giudizio dei dotti, fu ritenuta di grande importanza terapeutica, laonde in gran numero vi accorsero gli ammalati per trovarvi la guarigione. Egli allora volle costruirvi una ferma, che tuttora esiste, ma lo spazio era insufficiente, e fu costretto a crearselo; il che ottenne col demolire una parte del promontorio dell’Uncino dell’altezza di circa 20 m.

Eseguendo tali lavori, fu prima rinvenuto un cipresso in piedi, che diede agio al geologo Pilla, al botanico Grussone e al celebre Brogniart di determinare il numero dei secoli trascorsi per accumulare in quel sito fino a 75 palmi di conglomerati vulcanici e pozzolane coperti più tardi da una potente lava; ed in seguito fu rinvenuto un grandioso edificio, che gli scienziati dell’epoca e i soci dell’Accademia ercolanese dichiararono una terma dell’ era romana, sepolta dalle eruzioni che si seguirono dal 79 d. C. in poi.

Nel 1834 s’iniziarono altri scavi presso il canale Sarno: vi si rinvenne una strada, una fontana, degli edifizi, ma non si potè proseguire a causa delle forti mofete (esalazioni di acido carbonico) che vennero fuori. Più tardi, nel gettare le fondazioni di alcuni stabilimenti industriali, nell’attuale Via Fontanelle in Torre Annunziata, si rinvennero sepolcreti, statue, mosaici ed altro.

Ercolano, fondata da Ercole Fenicio, aveva il suo porto ed era dedita alla navigazione che aveva appresa da’ Fenici: nelle sue vicinanze, sorse per opera de’ Romani una colonia, che fu detta Retina.

Veramente, oltre alle città accennate, altre ne esistevano, benché di minore importanza. Velleio Patercolo parla di Tora, non lontana da Ercolano e Pompei, e sita sopra una collina poco lungi dal mare. Floro la chiama Cosa e Strabone, che ne parla nel libro 5°, la dice fondata dagli Etruschi, e la chiama Cossae urbs per la sua posizione.

Si accenna pure ad un’ altra terra, Nitta, volgarmente Civita, anche questa sepolta e in dimenticanza, fra Boscoreale, Pompei e Torre Annunziata. In tale località, più volte i contadini, scavando le fosse per le viti, han rinvenuto delle antiche fabbriche con pitture e delle tombe.

Adunque, se tanta vita si svolgeva su questo incantevole lido e perfino sul Vesuvio, dove furono scoverti antichi sepolcri; se di eruzioni non esisteva memoria, né v’ era tradizione alcuna negli abitanti di tutta questa plaga, è evidente che il periodo di riposo del vulcano, durato fino al 79 d. C, dovette essere lunghissimo.

Ma ebbe sempre il Vesuvio l’ attuale forma di vulcano a recinto? No.

È ormai assodato che prima del 79 esso era formato dal solo recinto, con la parte meridionale più bassa, e la settentrionale, che oggi dicesi Monte Somma, più elevata; laonde il cono interno, o Vesuvio propriamente detto, si è venuto formando dal 79 in poi.

Infatti Strabone, che lo descrive ai tempi di Augusto e Tiberio, parla di un monte solo. Egli dice: È un monte, che nella parte superiore è sterile ed aspro; vi è una spianata, e vi si veggono delle pietre fuligginose, le quali fan sospettare che questo monte sia stato un vulcano.

Strabone, dunque, non perchè avesse inteso parlare di eruzioni, ma solo colla guida del buon senso e di una certa pratica riconosceva nel Vesuvio la natura di vecchio vulcano.

Nel 1879 si volle fare a Pompei la commemorazione centenaria dell’ eruzione del 79, che seppellì quella città insieme con le altre sorelle di queste contrade, e, volendosi pubblicare un volume d’ occasione, fu chiesto all’ illustre Prof. Palmieri un articolo da stampare in tale libro; egli allora disse quale doveva essere stata la figura del Monte prima del 79, e ne diede
anche la fotografìa che ottenne sopprimendo il cono. Ma quello, che era stata una razionale divinazione dello scienziato, fu da molti considerato come il parto della fantasia del poeta, e, prima criticato, poi combattuto.

Il Prof. Palmieri però aveva detto giusto, e grande fu la sua soddisfazione, quando, due mesi dopo, fu annunziato sulla Gazzetta archeologica di Francia: I voti del prof. Palmieri sono appagati; le pareti pompeiane hanno risoluto recisamente la quistione della forma del Vesuvio de’ tempi remoti.

Che era mai avvenuto ?

Eseguendo degli scavi a Pompei, nella Via Nolana, in una casa detta oggi del centenario, perchè gli scavi di essa furono iniziati, quando si celebrava la commemorazione del 70, fu rinvenuto sull’ ara dei Penati un dipinto, su cui spiccava il Vesuvio senza il cono attuale e con un Bacco cinto di uve, che dava da bere ad una bestia.

Il Vesuvio degli antichi, adunque, era privo del cono interno, e corrispondeva al Somma, che è nome di data recente. Le seguenti notizie stanno a confermare questo dato di fatto.

Cicerone, discutendo negli uffici della interpretazione maliziosa del diritto, riferisce che nel 570 di Roma, essendo sorta fra Nolani e Napoletani una grave quistione a cagione de’ confini, fu mandato dal Senato romano come arbitro Q. Fabio Labeone, il quale fraudolentemente persuase le due parti contendenti a pretendere il meno possibile, e, per impedire che in seguito sorgessero nuovi litigi, appropriò ai Romani un campo fra’ confini de’ due popoli. Su quel campo fu più tardi costruito un castello, che fu chiamato la Somma, quasi per dire: Questa fu la somma del litigio.

Il castello divenne famoso per essere stato soggiorno delizioso di re e regine di Napoli: fu la dimora prediletta di Alfonso d’ Aragona, che vi compiva le più importanti funzioni di Stato, e nel 1436 ivi sottoscrisse l’ istrumento pel matrimonio che doveva contrarre sua cugina Eleonora col conte Orsini di Nola.

Ora, data la vicinanza del Castello al Monte, questo fu detto Monte della Somma; da qualche anno però si dice anche solamente Monte Somma.

Possiamo concludere che il Vesuvio, in rapporto alla storia, è antichissimo, che la sua forma prima del 70 era quella di un grande cratere costituito da quanto oggi forma il Monte Somma e l’Atrio del cavallo, col Piano delle ginestre, la Pedementina e la Valle dell’ Inferno, e che, infine, il cono attuale si è venuto formando gradatamente dal 79 in poi.

La più notevole manifestazione del vulcanismo è l’ eruzione, ossia l’ emissione di materie solide, liquide ed aeriformi, che vengono emesse a intervalli di tempo variabili fra un vulcano e l’ altro, ed anche nello stesso vulcano.

Le eruzioni non sempre si presentano eguali, sia per la loro intensità, sia pei fenomeni che le accompagnano; laonde a tale riguardo le divideremo col Mercalli in pliniane, stromboliane, parosismi stromboliani, eruzioni vesuviane propriamente dette.

Le eruzioni pliniane o avvengono in un vulcano già esistente, dopo un lungo periodo di perfetto riposo, come accadde nel Vesuvio l’anno 79 d. C. e poi nel 1631, oppure determinano la formazione d’ un nuovo vulcano, in una località dove prima non esisteva, come avvenne per la formazione del Monte Nuovo presso Pozzuoli nel settembre del 1538. Si formò allora sopra una pianura, in meno di 48 ore, un cono di ceneri e materiali detritici dell’altezza di 139 m. e con un ampio e regolare cratere imbutiforme.

Siffatte eruzioni sono sempre precedute da violenti terremoti, i quali talvolta cominciano a farsi sentire vari anni innanzi, e si ripetono di tanto in tanto, divenendo più frequenti a misura che si avvicina l’ esplosione: sono seguite da un periodo di tranquilla attività che può durare più o meno lungamente.

Quando poi si hanno delle esplosioni relativamente moderate, che si ripetono a breve intervallo di tempo, generalmente di pochi minuti, e vengono emesse sostanze aeriformi, materie incandescenti sotto forma di scorie, bombe, ceneri, lapillo, prendono nome di eruzioni stromboliane. Esse sono dette così dallo Stromboli, vulcano esistente in una delle isole Lipari, che, fin dai tempi preistorici, ha conservato sempre la medesima attività; laonde oggi si verificano in esso i medesimi fenomeni che furono osservati da Polibio, Strabone e Plinio.

Se poi questi fenomeni sono più intensi, sicché interrompono la monotona attività , allora costituiscono i parosismi stromboliani, nei quali non solo le esplosioni sono più violente, ma tanto dalla cima che dai fianchi possono sgorgare delle piccole colate di lava.

I parosismi stromboliani non iniziano, né chiudono alcun periodo eruttivo, ma solo interrompono la tranquilla attività, alla quale il vulcano presto ritorna.

Da queste manifestazioni però differiscono notevolmente le eruzioni vesuviane. In esse il vulcano emette da una spaccatura laterale grande quantità di lava in correnti: sono sempre precedute da un periodo di attività stromboliana più o meno lungo, e seguite da riposo, la cui durata è variabile.

L’ illustre Prof. Palmieri, quasi formulando una legge, scriveva nel 1880: « Noi pensiamo che raramente, o forse non mai una grande conflagrazione accada al Vesuvio senza i suoi prodromi, e d’ordinario le maggiori arsioni del monte esprimono il termine dei lunghi conati, dopo dei quali succede un periodo più o meno lungo di riposo ».

Ora avviene sempre che, durante l’ attività stromboliana, il cono cresce in altezza per l’accumularsi delle scorie, che, lanciate a breve distanza, nel ricadere, si depositano sia nella parte interna del cratere, sia nella parte superiore e circostante ad esso: nei forti parosismi, data la notevole tensione dei vapori, il cono formato da materie frammentarie non resiste all’ urto e precipita, e talora franano pure le pareti del cratere stesso, laonde il cono si abbassa.

Ricordo, a questo proposito, che il Prof. Palmieri, scherzando diceva: « Il Vesuvio fa come Saturno, prima genera i figli, e poi egli stesso li divora ».

Le principali fasi che possono distinguersi in una eruzione spettacolosa sono tre: nella prima si dissuggella violentemente il cratere, o si squarcia il cono per dare adito ai vapori e alle lave: è questa la fase di esplosione, nella seconda sgorga la lava incandescente accompagnata da copiosi vapori: è la fase di deiezione; nella terza si ha solo emissione di vapori e di gas: fase di emanazione. Quest’ultima precede il periodo di quiete o pure l’estinzione del vulcano.

Costantemente però, prima che avvenga una forte eruzione, si manifestano nella regione circostante al vulcano varii fenomeni, che potrebbero dirsi i segni precursori dell’eruzione stessa.

Questi sono: rombi sotterranei, terremoti, mutamenti di temperatura nelle sorgenti, specie in quelle termo-minerali, diminuzione e talora completo essiccamento delle acque nei pozzi, oppure intorbidamento di esse; straordinaria agitazione o terrore in molti animali, talvolta infine uno stato di malessere inspiegabile negli uomini.

Da molti secoli taceva il vulcano, e in nessuno poteva nascere il sospetto che forse un giorno si sarebbe ridestato.

Forti terremuoti avvenuti nell’anno 63 d. C, che devastarono il paese e distrassero una parte di Pompei e di Ercolano, furono i segni precursori più evidenti della ripresa di attività. Niuno però vi pose mente, e a Pompei furono ricostruiti gli editici danneggiati, e tutti ritornarono alla vita spensierata di prima.

Ma il mostro non dormiva più, ed aspettava il momento per dare il più grandioso spettacolo cui potessero assistere gli abitanti che popolavano le coste di questo golfo incantato, detto dagli antichi per la sua forma Seno di Cratera.

Il momento venne 10 anni dopo il 63, e cioè nel 70. Forti tremuoti e a brevi intervalli per alcuni giorni annunziarono che il gigante scoteva le catene da cui era avvinto per vendicarsi contro coloro che, senza curarlo e per disprezzo, gli si erano assisi sul capo.

Era il 23 agosto; e Plinio, il più grande naturalista di quei tempi, trovavasi al Capo Miseno, dove teneva il comando della flotta. Schiacciava pacificamente il suo sonnellino, standosene al sole, quando la sorella, la madre di Plinio il Giovane, corre affannosa a destarlo, per dirgli che c’ è qualcosa d’ insolito laggiù di fronte, di là dal golfo e che venga a vedere. Egli ben presto si leva ed ascende il promontorio per meglio osservare il nuovo e grandioso spettacolo. Al suo sguardo si presenta una nube, ma non di quelle comuni, una nube la cui forma e rassomiglianza era quella di un pino. Essa, infatti, portata in alto quasi da lunghissimo tronco, si estendeva in molti rami: bianca talvolta, tal’ altra nera e macchiata, quasi avesse sollevato terra o cenere.

E poiché egli era eruditissimo e comandante di una squadra, credette suo dovere di accorrere più vicino, sia per osservare meglio i fenomeni dalla natura offerti, sia per arrecare la sua opera ed il suo consiglio, se ve ne fosse bisogno. Ordina di apparecchiarsi una liburnica, ascende in essa e si spinge verso Resina.

Ben presto la nave si trova sotto il tiro del vulcano: i rematori sono atterriti, ma egli impavido grida: Avanti! Avanti!

Lo pregano di non avvicinarsi troppo; ma no, egli vuol vedere tutto, notare tutto. Giunge quasi a pie del terribile cono, mentre gli altri ne fuggono, e qui nembi di cenere e grandine di pietre infocate lo investono.

Al pilota, che gli faceva notare il pericolo e lo scongiurava di ritornare indietro a Miseno, egli risponde: Fortes fortuna iuvat, la fortuna aiuta i forti; viene peraltro a più mite consiglio, fa ripiegare alquanto la nave, e si dirige verso Stabia, dove solo potevasi approdare.

Quivi fa sosta, conforta l’amico Pomponiano, fa il suo bagno, si mette a cena, durante la quale procurò di mantenere allegra la brigata, e poi si ritira a dormire, e dormì sonno profondo, tanto che dall’esterno della camera sentivasi il suo forte russare.

Intanto sul monte dilatano spaventosi incendi, le ceneri e le pomici grandinano fitte e in tal copia si accumulano nello stesso cortile dove Plinio dormiva, che si temette di vedere presto la casa barricata e sepolta.

Uno spavento enorme invade l’animo di tutti: svegliano Plinio, si consultano fra loro, se debbano rimanere in casa o tenersi all’ aperto, dappoiché le case erano tanto scosse dai frequenti terremoti che parevano gettate ora da un lato, ora dall’altro, ora rimesse in posto; e, considerando che minore era il pericolo all’ aperto, si legano dei guanciali intorno al capo, e via sotto la grandine di pietre.

Era giorno altrove, ma ivi era notte, e, benché con molte faci si cercasse di rischiarare l’ ambiente, la notte appariva più nera di tutte le notti; e la furia delle onde, il cui muggito si udiva da lontano, accresceva lo spavento e concorreva a rendere impossibile lo scampo.

Si fermano: Plinio, dopo aver bevuto, si corica di nuovo sopra un tappeto; ma ben presto le fiamme e l’odor di zolfo mettono in fuga gli altri e destano lui. Si leva sostenuto da due schiavi, ma, poiché era sofferente di asma, e il più delle volte respirava con gran pena, cadde asfissiato.

Tre giorni dopo, cominciò a chiarirsi l’aria, si ricercò il suo corpo, e fu trovato esamine, ma illeso, là dove era caduto, tanto che sembrava piuttosto addormentato che morto.

Per la morte di Plinio sono rimasti ignoti tutti i particolari che accompagnarono la tremenda eruzione, dappoiché Plinio il giovane, narrata la morte dello zio, dice: Intanto ci trovavamo a Miseno la madre ed io. E ad un tratto conchiude: Non vi ha nulla in questo che interessi la storia, né tu chiedesti di sapere altro se non la morte di lui, laonde finisco.

I tristi effetti della terribile eruzione non mancarono di farsi sentire anche ad una certa distanza dal Monte, e lo stesso Plinio, nella sua seconda lettera, ci fa sapere quanto accadde a Miseno.

Gli abitanti fuggivano di là carichi dei loro bagagli, per tema di rimanere sepolti dalla cenere , che la orribile e nera nube riversava, mentre era attraversata da fuochi che uscivano serpeggianti, ed aprivansi mostrando dei raggi simili ai lampi, ma molto più grandi. Il mare tempestoso pareva volesse uscire dal suo letto per le scosse della terra, e la riva era diventata più spaziosa e coverta di differenti pesci rimasti a secco sopra la sabbia.

E la gente fuggiva, fuggiva senza neanche sapere dove andasse: e chi chiamava il padre, chi il figlio, chi la moglie, chi il fratello, chi un parente, chi un amico: molti invocavano il soccorso degli dei, altri credevano che più non vi fossero, ed immaginavano che quella fosse l’ultima notte in cui il mondo dovesse essere seppellito dal mondo.

Il parosismo durò pochi giorni solamente, ma essi furono sufficienti a distruggere le città ed i villaggi di cui più sopra si è fatto cenno. Quanto tempo poi sia trascorso prima che il vulcano potesse ritornare nello stato di riposo, non lo sappiamo, giacché nulla a noi è pervenuto dalla storia. È certo però che la calma seguì, e che la sua durata dovette essere piuttosto lunga.

Dal 79 al 1631 non sono registrate che scarse e vaghe notizie di eruzioni.

I testi sono tratti da “Gaspare Gargiulo, Il Vesuvio attraverso i secoli e l’eruzione del 7-8 aprile 1906 , Napoli, Ed. Pontificia, 1906″: http://www.archive.org/details/ilvesuvioattrave00gargiala

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