A San Zaccaria
Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l’ anno. 855, il Pontefice Benedetto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d’ ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione coll’ arricchirle di un gran numero di reliquie e d’ indulgenze. Fu allora che il Doge Pietro Tradonico ( la cui famiglia fu poscia detta Gradenigo) cominciò a visitare il tempio di San Zaccaria fra il concorso del popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a que’ tempi, in cui tutto respirava la più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse mancato di assistere a solennità religiosa. Fissossi: dunque il giorno di Pasqua come il più adattato all’ annua visita.
La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge processionalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d’accordo colle sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu questo una specie di diadema repubblicano, che chiamavasi Corno Ducale di un valore straordinario. Esso era tutto d’ oro : aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch’esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitre smeraldi, de’ quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere.
Regalò così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione de’ nuovi Dogi. Ma perchè quelle buone religiose non istessero del tutto prive del piacere di rivederlo ( piacere che richiamava alla memoria un’ azione nobilissima di quella comunità ) si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito.
Un triste avvenimento accaduto l’ anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo v’ aveano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più, che mai infierivano. Tutta la Città parea divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a’ torme, né mai distaccavansi senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d’ ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l’ amare ad un’ ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro che questa mediti la perdita non men della sua rivale che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava e le sue minaccie sprezzavansi non regnava più disciplina alcuna, nè sicurezza nella città»
Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d’ entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perchè di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo : si mormorova contro il Doge; gridavasi contro dell’ ingiustizia, della tirannia: dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l’ eccesso del fermento ebbe per isviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale.
Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato il tragico fine del Doge come un attentato orrendo, si crearono tre Commissarj che prendessero in rigoroso esame l’ affare. Conveniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma dovevasi anco far sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, né parzialeggiare con alcuna fazione : altrimenti non sarebbevi differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera, ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perchè niuno osa contrariare i suoi voleri, ne prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l’ utilità di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri chiamaronsi Avvogadori di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poiché erano i principali sostegni della pubblica sicurezza.
Si volle poscia dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite troverebbonsi a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all’ anno 1796, sì per acquistare le assegnate indulgenze, e sì per voglia di ammirare quel diadema, che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro si rinomato, e tante altre ricchezze nazionali miseramente disperse.
Dell’ Ascensione
In quei tempi infelicissimi per la bella Italia, in cui sanguinose guerre la straziavano e desolavano, i soli Veneti isolani godevano della maggior tranquillità, ed erano pacifici navigatori e commercianti; ma ben presto furono essi pure costretti a divenire soldati.
Una popolazione barbara e feroce, dotata dalla natura di una straordinaria forza, era uscita dagli agghiacciati climi della Scizia, e dopo essersi trasferita sulle sponde del mar Nero, erasi divisa in due porzioni, l’ una delle quali, valicato il Danubio, venne nel sesto secolo a fermarsi nell’ Illirio. Indi acquistando sempre nuovo terreno s’inoltrò fino alle spiaggie dell’ Adriatico, e vi eresse Narenta città, che comunicò poscia il proprio nome a tutta la nazione. Fortificatisi i Narentani in quel sito, pigliarono sempre maggior animo; penetrarono a mano armata nell’ Istria, costrussero vascelli, e si diedero ad esercitare la pirateria per tutto il golfo. Non tardarono i nostri a provarne i tristi effetti, e furono obbligati ad armare legni da guerra, onde proteggere il proprio commercio e la navigazione. Ebbero allora principio quelle zuffe così frequenti e feroci, e quella guerra si lunga ed ostinata , che durò per più secoli. Alla fine poi le città situate sulle coste dell’ Istria e della Dalmazia, stanche dalle continue incursioni di que’ barbari, e prive di una forza navale sufficiente a distruggerli, si volsero di comune consenso ad impetrar l’ ajuto della possente Repubblica di Venezia, promettendo di dedicarsi a lei , qualora venissero liberate dalle vessazioni di que’ pirati. Spediti a tale oggetto alcuni oratori a Venezia, venne l’invito di que’ popoli accolto con quel giubilo, che può ispirare uua favorevole occasione di prender vendetta di un antico nemico, e di ampliare al tempo stesso il proprio dominio.
Furono dunque promessi i richiesti soccorsi; e senza indugio posta in ordine una forte squadra, e il Doge Pietro Orseolo II volle esserne il condottiere. Salpò dal porto dì dell’ Ascensione l’ anno 997 e a vele gonfie si recò in Istria, ove venne incontrato colle più vive acclamazioni, e salutato da tutti gli abitanti per loro vero liberatore. Ricevette egli il giuramento di fedeltà dai nuovi sudditi, lietissimi di sottomettersi ad una ben augurata Repubblica. Lo stesso avvenne in Dalmazia. Giunto il Doge a Zara, trovò il popolo, che affollato lo stava aspettando, e tutti i cittadini con trasporto di gioja offrirono sé stessi, le città, le pubbliche e le private fortune al Veneto Dominio.
Non meno dell’ ingresso del Doge fu pomposa, rispetto a que’ tempi e a que’ luoghi, la cerimonia colla quale egli accolse gli oratori di tutte le altre città Dalmate ansiose di presentargli i contrassegni della spontanea lor dedizione. Diritto di conquista, che sei tu mai al paragone dei voti unanimi di un intero popolo, che di proprio moto si spoglia della sua sovranità per deporla nelle mani di un altro popolo? Un tale esempio fu seguito dalle isole adiacenti a quella costiera, tranne però due che se ne mostrarono ritrose, cioè Curzola, un dì chiamata Corcira nera, e Liesina, altre volte detta Faro. Riuscendo queste un ricovero troppo vantaggioso ai Narentani, non doveva il Doge soffrire che volessero sottrarsi al comune destino. Usò nondimeno in prima le esortazioni e gl’inviti, venne poscia alle minaccie, ma nulla giovando, fu costretto necessariamente di ricorrere alla forza delle armi.
Curzola siccome debole e mal difesa, ben presto si arrese; ma non così Liesina. Per vincere la sua rocca posta sopra rupi scoscese, cinta da mura inaoccessibili e inoltre guardata da un copioso presidio di Narentini, non ci voleva meno di un formale assalto. Orseolo tosto fece i suoi approcci in buon ordine, e dispose ogni cosa da prode capitano. Dato il segnale, e soldati e marinaj fanno a gara per immortalarsi in valore. L’ assalto divien generale, furioso, tremendo. Tutto cede, tutto fugge dinanzi ai nostri gloriosi stendardi, e la città è ridotta ad implorare misericordia. Rovesciato questo antemurale de’ barbari, Orseolo non tardò a portare la strage nel seno del loro proprio paese. Borghi, città, castella tutto fu atterrato, distrutto. I miseri Narentani, ridotti alla disperazione, chiedono la pace ad ogni costo. Il Doge accordolla, ma esigendo condizioni sì gravose pe’ vinti, che fu tolto a questi per sempre il poter di risorgere. In fatti d’ indi in poi non si udì più parlare de’ loro ladronecci, e il mare restò libero ai Veneziani.
Terminata così la più bella impresa, che dopo la nascita della Repubblica si fosse mai eseguita, Orseolo ritornò con lo spirito più tranquillo a visitare quello spazio di circa 50 miglia, che aveva prima trascorso colla rapidità di un guerriero, che vola a combattere. In niun luogo pose Preside o guarnigione; non violò in alcun conto l’ autonomia, né alterò le pratiche ed i costumi degli abitanti, e compiacquesi d’ indi in poi di riguardarli come socj ed alleati, non come vinti o sudditi.
Bella politica in vero, e molto accorta degli Avi nostri, i quali ben conoscevano, che non solo i popoli colla forza sottomessi, ma quelli ancora che spontanei si dedicano a lungo andare non senza qualche ribrezzo portano il giogo, ond’ è per avvezzarli insensibilmente, conviene da prima far loro credere tutto al contrario, lusingare le loro passioni, e conservare intatti, il più che si può, financo i nomi delle cose. Orseolo conchiuse un trattato, in cui si stabilì, che ogni città avesse a pagare un annuo tributo alla Repubblica; che in caso di guerra dovesse ciascuna somministrare un certo numero di marinaj, di soldati e di vascelli, e che i mercadanti Veneziani entrati nei porti e sulle terre dell’ Istria e della Dalmazia, avessero a godere piena sicurezza, ed ogni maggior vantaggio per l’esito delle loro merci; siccome la Repubblica per sua parte promise eguali privilegi a tutti gl’Istriani e Dalmati, che percagion di commercio avessero approdato a Venezia, ed alle lor Patrie ampia protezione e difesa contro ogni loro nemico.
Avendo così poste le cose nel miglior ordine possibile, Orseolo ricondusse a Venezia la valorosa sua flotta e convocata un’ Assemblea generale, quivi con tutta semplicità fece il ragguaglio della sua spedizione, a cui seguirono le grida di applauso, di ammirazione, di riconoscenza. Non vi avea chi non serbasse in mente la memoria dei danni sofferti, le tramate insidie, le prese de’ vascelli e delle loro merci, la schiavitù e persin la morte de’ loro congiunti ed amici; e lo scorgersi salvi per sempre da tali pericoli, era per tutti nn motivo di straordinaria esultanza. Né meno consolante fu l’acquisto di tutta la costa marittima, che si estende dall’ Istria sino ai confini della Dalmazia, compresevi le Isole adiacenti, talché il popolo con voto unanime stabilì che il Doge Orseolo e i suoi successori assumessero per l’ avvenire, negli atti pubblici, il titolo di Doge di Venezia e della Dalmazia.
Si volle inoltre, che la memoria di un impresa tanto segnalata, che avea dato ai Veneziani il dominio del Golfo, come in epoche anteriori l’avevano avuto e Pelasgi, ed Etruschi, e Adriesi , si rinnovasse ogni anno con una solenne visita, che il Doge farebbe al mare. Non senza avvedimento fu scelto a tal oggetto il giorno dell’Ascensione giacché in tal dì era uscita dal porto la flotta, che s’era di tanta gloria coperta. D’ indi in poi il Doge nel giorno dell’ Ascensione montato sopra un vascello distinto, e accompagnato dal Vescovo, da’ suoi Consiglieri, dai principali membri della nazione, anzi quasi dalla nazione intera, usciva dal porto di Lido, e praticava certe cerimonie adattate a’ que’ tempi di semplicità e di moderazione. Ecco l’ origine vera, o l’ epoca incontrastabile della famosa visita, che il Doge faceva al mare.
Lasciamo pure alla fervida fantasia straniera l’attribuire la sua instituzione al fine politico di tener con essa gli animi de’ cittadini distratti dalle interne discordie, che potevano a quella stagione dell’ annp più vive emergere, per esser tempo di mutazioni di cariche, e di potere insieme, in mezzo all’ ebbrezza del comun giubilo strappar meglio i segreti del popolo, spiarne la condotta, conoscerne i cuori. Chi mai udì dire, che solo in maggio si cambiassero le cariche? Quale fra’ detrattori del nome Veneto immaginò mai più bizzarro impasto di assurde calunnie e di ridicolaggini?

Per lo spazio di 180 anni si celebrò, a quel modo che abbiamo detto la Festa. Al terminar di questo periodo, ne’ diciasette ultimi anni, l’impero Cristiano venne conturbato dallo scandalo di uno scisma, che nacque dall’ elezione di due Pontefici, i quali egualmente pretendevano al Triregno. Alessandro III era stato eletto Papa dai voti unanimi del Conclave; ma L’ Imperator Federico Barbarossa per l’ odio che gli portava, fece proclamarne un altro da due Cardinali. Indi con suo decreto bandì Alessandro dall’ Italia, e scagliò minacce contro chiunque avesse osato prendere le sue parti. Allora fu che si videro e Vescovi, e Prelati, e persino il Sommo Pontefice, venire a Venezia per rifuggirvisi. Quando si seppe il di lui arrivo, gli furono resi tutti gli onori, ed ognuno spiegò la più viva brama di vederlo rimesso alla venerazione del mondo cristiano.
Il Governo di Venezia superiore ad ogni minaccia, spedì all’Imperatore deputati ed oratori per procurar di calmare il suo odio contro Alessandro. Furono questi sì fortunati, che ottennero di farlo riconoscere per vero Pontefice, e di conciliare la pace fra l’impero e la chiesa. Venne stabilito un incontro a Venezia dell’Imperatore col Papa; la qual cosa empì di giubilo i nostri buoni Isolani. Federico si mise subito in viaggio: arrivato a Chioggia, trovò sei galere Veneziane destinate a condurlo in città. Anche prima d’ imbarcarsi ricevette l’assoluzione delle censure da tre Cardinali spediti dal Papa. Questi lo attese nella chiesa di San Marco vestito pontificalmente, sedendo in mezzo a’ suoi cardinali, a’ suoi Prelati, ed in faccia a tutto il popolo di Venezia. Allorché Federico giunse in chiesa andò umilmente a prostrarglisi ai piedi, ed ei tosto lo alzò, lo abbracciò, e gli diede l’ apostolica benedizione.
Questo è ciò’ che intorno a tale in contro ci offre di più certo la primitiva Storia. V’ ebbero poscia degli scrittori, che co’ loro racconti favolosi porsero soggetto a non men favolose pitture. Quindi è che tanto nella, sala dell’ attuale pubblica Biblioteca di Venezia, quanto nel palazzo della famiglia Rolandi di Siena, da cui era uscito Papa Alessandro, ed anche nel Vaticano di Roma, venne rappresentata una gran battaglia navale fra i Veneziani e Federico; ed inoltre alcune bizzarre ed esagerate cerinionie della di lui riconciliazione col Pontefice. La verità è, che in tale occasione né battaglie, né vittorie ebbero luogo. Né Federico aveva forze marittime atte a resistere alle nostre, né il di lui figlio Ottone era allora in età di poter comandare. Com’ è dunque probabile, che i Veneziani, fatto avendo prigione questo giovine principe, si valessero di lui per rappacificare col Papa l’ Imperatore suo padre? In mezzo a tanti e sì mal fondati racconti tengasi sola per fermo, che il buon esito dell’ accennata mediazione, e lo splendido trattamento fatto dalla Repubblica all’ Imperatore ed al Papa, moltissimo accrebbe in Europa la di lei riputazione.
Non arrechi quindi stupore, se Alessandro pensò ricompensare alla sua foggia i Veneziani ricolmandoli d’ indulgenze, e se essi conoscendosi benemeriti della Santa Sede, s’ indussero a pregarlo di voler loro concedere l’investitura dell’ Adriatico, di cui però da quasi due secoli potevano chiamarsi signori. Tale richiesta, che parrebbe oggidì ridicola, nulla avea di strano in que’ tempi, quando l’autorità del Vicario di Cristo era sì rispettata, che i principi cristiani non credevano abbastanza legittimi i loro diritti, e le loro pretensioni, né bene assicurato sul capo il diadema senza l’approvazione pontificia. E in quanto al Papa, nulla di più caro per esso, quanto l’ aver occasione di esercitare un simile atto della sua possanza. E siccome poi il simbolo di ogni investitura era l’anello, (così egli uno ne diede al Doge di Venezia, con cui sposasse il mare, e desiderò, che a quella prima solennità della visita quest’altra fosse aggiunta dell’investitura, sotto l’immagine di sponsali. Egli è per questo, che allora quando il vascello Ducale era giunto alla bocca del porto, si volgeva al mare colla poppa, e il Vescovo benediceva l’ anello nuziale, e presentavalo al Doge; indi versava un gran vaso di acqua santa nel luogo dove dovea cadere l’ anello, e il Doge gettandovelo pronunziava in latino queste parole: Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio.
Simile costumanza venne da parecchi riguardata non solo come bizzarra, ma come ridicola. Pure il filosofo osservatore deve considerarla come saggia, provvida e umana. E chi non sa quanto questa idea di dominio sia propria a risvegliare in ogni’ uomo sublimi sentimenti e straordinario entusiasmo? Per renderla poi più sensibile, e in certo modo più palpabile anche alle anime rozze e volgari, qual migliore spediente potevasi immaginare, quanto un’ augusta cerimonia, il cui simbolo richiamasse in mente quella del matrimonio? Per essa ricordavasi, che il vincolo tra Venezia e l’ Adriatico era non meno stretto e indissolubile di quel santo vincolo, che insieme congiunge due sposi, e che siccome tra due sposi devono perpetuamente avvicendarsi i servigi, le difese, gli ajuti, così in questa coppia allegorica dovea regnar sempre un generoso scambio di uffizj.
Era il mare sorgente di sicurezza , di opulenza, di gloria alla nostra città, e se in essa diveniva sacro il dovere, d’impiegar tutte le sue cure, e gli sforzi maggiori per assicurarsi tanti benefizj, proteggendo la libertà delle sue acque, d’ altra parte era giusto, che ad esso tributasse solennemente i sentimenti di pubblica riconoscenza. Ma quel versare l’ acqua santa e quel benedire le volubili onde non era egli un atto di religiosa invocazione in pro di quelli, che dovevano esporvisi, ed un bel presagio di prosperità per lo Stato? O non potrebbesi anche prendere per un segno di pietosa riconoscenza verso i nostri sven- turati concittadini, che dentro quelle onde giacciono sommersi? Volgendo infatti il pensiero sopra tutti i disastri della navigazione, e sopra il numero degl’ infelici, ingojati dal mare , senza godere dell’ onor del sepolcro, senza l’ accompagnamento di preci ed esequie, senza il fumo di odorosi incensi che consoli le loro ombre, senza che la mano dell’ amicizia scolpir possa i loro nomi amati sopra di quella mobile e profonda tomba, non è fuor di ragione, che ottenere dovessero questo tenero addio dalla patria, e ricevere questo Asperges divoto in quel loro comune vastissimo cimiterio.
Ma per ritornare a questo giorno sì rinomato, esso anche in antico fu detto la Festa della Sensa, cioè dell’ Ascensione. Concorrevano a Venezia in folla i forestieri sino dal tempo delle Crociata essendo quella la stagione, in cui i pellegrini usavano fare il passaggio di Terra-Santa. Quando poi la navigazione ed il commercio si dilatarono, e lo Stato andò crescendo in potenza, allora il marittimo spettacolo prese l’ aspetto di un solenne trionfo, quale certo non sarebbesi potuto vedere altrove, e la cui fama si sparse per tutto il mondo. Il giorno dell’ Ascensione era veramente quello in cui il Doge si presentava al pubblico in tutta la pompa, e come capo supremo della più ricca e florida tra le Repubbliche. Accompagnato dalla Signoria, dal Senato, e pressochè da tutto il Maggior Consiglio, andava ogni anno a rinnovare il possesso di quel Golfo, che le Venete vittorie avevano sottomesso allo Stato. Gli ambasciatori delle primarie corti d’ Europa assistevano pur essi a questa singolar cerimonia, e seduti presso sua Serenità parevano in qualche modo sanzionare quest’ atto di antico possesso, confermare i diritti della Repubblica; e applaudire alla gloria de’ suoi fasti.

Anche il naviglio destinato pel Doge venne costrutto e portato ad un grado di ricchezza e di magnificenza sorprendente. Chiamossi Bucintoro, nome che alcuni credono essere una corruzione di Ducentorum, perchè allora quando nel 1311 dal Senato fu dato l’ ordine dì fabbricarlo, si disse nella legge: quod fabricetur navilium ducentorum hominum, cioè della portata di ducento uomini. Altri fanno derivar questo nome da Bicentauro, per essere grande il doppio di quella nave detta Centauro, di cui parla Virgilio nella descrizione de’ giuochi funebri celebrati da Enea per onorare la morte del padre.
Ma poco conta il fantasticare sul nome. Alla gran macchina fu a bella posta dato una forma straordinaria fra’ vascelli. La distribuzione dell’ interno corrispondeva egregiamente all’ uso, e la sontuosità degli ornamenti era del pari degna del glorioso suo oggetto. Lunga 100 piedi, e larga 21, in due piani distinguevasi questa reggia galleggiante sull’ acque. Nell’ inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino ornato di frange galloni e fiocchi d’ oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone innalzavasi verso la poppa, in capo alla quale trovavasi I’ apposito finestrino, da cui il Principe gettava l’ anello in mare. Questo pertugio stava dietro alla ricchissima sedia del Doge collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale co’ suoi trofei. Due bambini sostenevano una conchiglia che formava il baldacchino Ducale.
Sia dall’ una parte che dall’ altra del seggio, eranvi due figure rappresentanti la Prudenza e la Forza volendo intender con ciò, che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili pur essi magnificamente apparecchiati ad uso del Patriarca, degli Ambasciatori, della Signoria e de’ Governatori dell’ arsenale. Per indicar poi che mediante la coltura delle scienze e delle arti, un popolo potente si acquista maggior considerazione, ed accresce la sua felicità, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassorilievi dorati, fra i quali distinguevasi Apollo in mezzo alle Muse, di cui il Bucintoro poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante vedevansì, pure in bassorilievo, le Virtù, e quelle Arti che servono alla costruzione de’ vascelli, non che quelle, che ricreano gli spiriti da gravi cure occupati, come sono la pesca, la caccia e simili; il tutto distribuito con isquisita eleganza resa più cospicua dalla somma profusione d’ oro.
Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto dai forastieri più illustri, che ambivano l’ onore di essere del seguito del Principe. Essi misti ai Magistrati occupavano le due ale della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo affacciati a qualunque delle 48 finestre, ond’ erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, Dea tutelare d’ ogni ben regolato governo, attraeva a sé gli sguardi de’ sudditi della Repubblica, che ne facevano giulivi l’ applicazione. In fine riguardando il complesso del Bucintoro, potremo dir francamente, che giammai forse la pubblica Maestà si scelse un albergo tanto proprio di lei quanto questo; nè per la via de’ sensi essa instillò mai negli animi tanta venerazione di se, quanta allorché si accoglieva tra l’ oro e la pompa di sì portentoso naviglio.
Tenerezza poi e giubilo aggiungeva il vederlo mosso e fiancheggiato dalla moltitudine degli abitatori di queste lagune, che spontanea e senza mercede alcuna accorreva colle sue apposite barche giocondamente a rimorchiarlo, sopravvegghiando a’ suoi movimenti per ogni accidental cangiamento di venti e di meteore.
Oltre li rimorchi che lo traevano, avea 168 remiganti molto opportuni ad agevolare il maestoso suo corso. Non erano essi nè galeotti, né marina, nè gondolieri; ma bensì gli unici Arsenalotti, cioè que’ membri, che componevano la famiglia prediletta della Repubblica, che con sì soave e dolce nome erano chiamati, e col quale eglino stessi chiamavansi con una specie di vanità derivante da veracissimo attaccamento. Essi ambirono ed ottennero il privilegio di condurre il Doge a tali nozze, ed abbandonati in questa sola occasione i loro giornalieri stromenti, non isdegnavano, seduti sulle panche d’ impugnare a quattro il remo, godendosi a gara de’ loro inusitati sforzi, e de’ loro anniversrj sudori.
Seguivano a lento corso il Bucintoro numerose Galee, non solo per aumentar la pompa dello spettacolo, ma più ancora per richiamare alla memoria de’ veri patriotti, che segnatamente su simili bastimenti gli Avi nostri, mercè delle più ardite navigazioni, e delle imprese le più difficili, avevano portato la Patria all’apice della gloria, mentre le potenze marittime, che sono grandi oggidì, radevano appena, con batteli le coste de’ fiumi.
Certe grosse barche dorate del Dominio seguivamo dappresso il Bucintoro. Esse in questo giorno, ed anche in qualclie altro solenne^ servivano a comodo del Patriarca e degli Ambasciatori
Aumentavano il corteggio lancie, canots, caicchi spettanti agli Uffiziali di mare; e tutti questi legni erano sfarzosamente apparecchiati.
Il Doge de’ Nicolotti, cioè degli abitatori della contrada di San Nicolò, aveva esso pure una barca particolare per sé. Questo capo di una classe utilissima di que’ pescatori, che abbiamo veduto figurare come rimorchianti, godeva molti privilegi, fra i quali avea l’ onor di seguire il Bucintoro, e di sopravvegghiare a’ suoi subalterni. Anche i capi principali dell’arte Vetraia e delle Conterìe, dalle quali arti traevasi un grandissimo vantaggio nel commercio, avevano il privilegio in tal giorno di accompagnare il Doge. Seduti in una peota ornata a loro spese, avevano l’ ambizione di farsi osservare ed ammirare per il buon gusto e per la molta magnificenza. Ed in vero eravi sempre motivo d’ applaudir vivamente all’ industria di questi ingegnosi ed utilissimi abitatori dell’ isola di Murano.
Ciò poi che animava nel modo più brillante la Festa, era l’ infinita quantità di barchette di ogni fatta, che quasi tutte ricoprivano la laguna da San Marco sino al Lido, dalle quali venivano spesso scelti concerti musicali. Non solamente la nobiltà e gli opulenti cittadini concorrevano a gara nelle loro barche e peote, ma persino le diverse classi del popolo artigiano ornavano a festa dei battelli con festoni di fiori e sopra tutto con corone di alloro, pianta cara agli Dei ed agli Eroi, e di cui il popolo Veneto impiegava sempre le foglie immortali come contrassegno sicuro dell’ universale allegrezza. Le grida di gioja di questo felice popolo mescevansi insieme cogli spari dell’artiglieria de’ vascelli sì pubblici, che mercantili ancorati, paviglionati, sfilati, che facevano ala all’ illustre comitiva, e le rendevano il militar saluto. In mezzo al lampo, al rimbombo guerriero, in mezzo ai vortici del fuoco, e sopra que’ flutti vivamente agitati, le ninfe dell’ Adriatico passavano sì intrepide, che sì sarebbero potute prendere per Amazzoni, se la loro agile gondoletta, l’eleganza del lor vestito e la voluttuosa lor giacitura non le avessero fatte riconoscere per le legittime figlie della bella Dea nata da quelle onde medesime, ch’esse sì mollemente solcavano.
Così accompagnato il Doge rientrava nel suo palazzo, dove tratteneva a pranzo tutti i Magistrati che si erano trovati nel Bucintoro.
Altri spettacoli v’erano in questo giorno; essi troveranno il lor luogo. Non volli qui parlare che dello sposalizio del Doge col mare; di quella Festa sì celebre, che per l’applauso popolare e il gran concorso di gente sembrava ogni anno improvvisa e novella, benché per tanti secoli ripetuta. Essa non era altrimenti la Festa di pochi fastosi ricchi, ma di tutti indistintamente i cittadini, che vi concorrevano spontanei, e mossi non meno da particolare zelo, che da spirito di nazionale orgoglio; e le loro acclamazioni non erano prezzolate e bugiarde, ma figlie di quel sentimento patriottico, che nasce dalla personal sicurezza e dalla gloria dello Stato.
I testi sono tratti da “Giustina Renier Michiel, Origine delle feste veneziane, Vol. I, Milano, Presso gli editori degli Annali universali delle scienze e dell’industria, 1829″: http://www.archive.org/details/originedellefes05michgoog
