Tutti sanno che anticamente la libbra in danaro era un gruppo di tante monete che tutte insieme agguagliassero una libbra di peso d’oro o d’argento; che i soldi erano una parte aliquota della libbra; i danari una parte aliquota del soldo.
Sebbene la proporzione de’ soldi colla libbra abbia variato assai volte, tuttavia molto prima del mille era fermo quasi universalmente che di buoni soldi n’andasser venti per ogni libbra, e che andassero dodici danari per un soldo, ossia du- genquaranta danari per libbra. In un documento del 958 s’accenna siffatta ragione, e la memoria che se ne fa sembra provare che non fosse l’unica, come fu poco dopo.
Famosi nell’impero greco-romano e sotto ai re longobardi furono i soldi d’oro. Ma i venti non faceano neppur la terza parte della libbra di peso. Quindi nacque che la libbra de’ venti soldi fu una libbra immaginaria, diversa dalla libbra di peso. Abbandonata una volta l’antichissima norma della libbra di peso, ammesso una volta per fondamento che venti soldi formassero una libbra, non vera, ma nominale, ne nacquero tante libbre diverse, quanti soldi vari di peso e di lega venivan battuti; e poscia, quando intorno al mille il soldo cessò quasi universalmente di esser moneta reale, e non rappresentò più che un gruppo di 12 danari, tante diverse libbre ne nacquero, quanti furono i denari battuti.
Nell’impero romano ed anche sotto ai re goti era in uso, oltre alla moneta d’oro e d’argento, anche la moneta di rame, così necessaria al minuto e quotidiano commercio; ma anche questa particella di civiltà scomparve fra la barbarie dei secoli posteriori, i quali fra gli altri disavvantaggi ebbero in fatto di monete quello di non averne che d’oro o d’argento o miste; il che se dava al commercio esterno una maggior ampiezza per la facilità del cambiarle, nuoceva a quel primo e più sostanziale commercio d’ogni momento, per cui si procacciano le cose necessarie alla vita; necessitava la battitura di monete troppo minute e sottili, e però non agevoli a maneggiare e facili a smarrirsi; favoriva il corso della cattiva moneta, la quale in quel rapido giro de’ mercati, passando per le mani di gente inesperta, si trametteva impunemente alla buona.
A questo male si volle rimediare crescendo la quantità della lega nelle monete d’argento. I terzuoli milanesi non teneano che un terzo d’argento. Il danaro viennese battuto da Amedeo VI in Ciamberì e Ponte d’Ain nel 1349 non tenea che due danari e due grani d’argento fino. E però questa moneta si chiamava moneta nera o bruna.
Ma il più gran male consisteva nella mancanza di una lira od altra moneta vera od immaginaria che fosse regola comune a cui le altre monete si misurassero; dal che nasceva, come abbiam detto, che il valor d’un soldo o d’una lira, cioè d’un gruppo di 12 o di 240 danari non potesse misurarsi che secondo il valore del danaro di cui era multiplo.
Siccome poi non solo i principi sovrani, ma baroni di mediocre potenza, vescovi ed abati, e non poche città libere usavano il regal privilegio della zecca, infinita era la quantità, e infinitamente varia, e di peso e di lega, la qualità de’ danari che si coniavano, e però de’ soldi e delle lire che se ne formavano.
E perchè talora la cupidità, talora il bisogno insegnarono ab antico la ladra, ma stolta pratica di peggiorar la moneta, mantenendo nominalmente l’antico valore, si vide molto spesso dalla medesima zecca in piccolo giro d’anni uscir monete della stessa apparente qualità, che, conosciute in breve nel commercio, si spendeano secondo il vero loro valore ed erano distinte con vari nomi. Quindi nella moneta viennese, per esempio, l’appellativo di buoni e deboli e flebili, di cursibili, di speronati, di escucellati; nella secusina le denominazioni di buoni, di vecchi, di vecchi rinnovati.
Un vero labirinto era dunque la scienza delle monete. E i cambiatori che ne teneano il filo erano gente non solo utile, ma necessaria.
Nel secolo XI troviam ricordati in Italia di moneta d’argento i migliaresi che si batteano tanto in Sicilia che a Tunisi e a Costantinopoli, i provvisini (moneta romana), i volterrani, i matapani (moneta veneta), i danari veneziani, pavesi, lucchesi.
In Francia i parigini, gli angioini, i tornesi e parecchi altri, fra i quali aveano particolar corso in Savoia i danari battuti dall’arcivescovo di Vienna in Delfinato, chiamati perciò viennesi, e i pictaviensi usciti dalla zecca de’ conti di Poitiers, i quali ebber corso in Piemonte prima dei viennesi e prima dei segusini, che erano una specie di viennesi.
Una specie di moneta viennese era la segusina, che col proprio nome batterono a Susa Umberto II ed Amedeo III, conti di Savoia, sul fine dell’undecimo e sul principio del duodecimo secolo. I segusini ebbero largo corso in Piemonte, e duravano ancora nel secolo XIV. Ne’ secoli XIII e XIV i conti di Savoia batteano eziandio a S. Maurizio d’Agauno denari improntati dell’imagine del santo martire tebeo, e perciò chiamati mauriziani.
Infine una terza moneta nazionale era fra noi quella dei danari astesi. Il comune d’Asti n’avea antico privilegio da Corrado, imperatore; non so come e quanto se ne valesse nel secolo XII; ma nel seguente, ed ancor più nel XIV, la moneta astese era molto abbondante, e ai tempi d’Amedeo VI serviva di base alle contrattazioni nella maggior parte delle traspadane; laddove a Torino, a Carignano, a Pinerolo la moneta legale era la viennese battuta dai conti di Savoia e dai principi di Acaia, la quale, essendo stata notabilmente peggiorata verso il 1311, fu distinta in moneta viennese buona e moneta flebile o debile.
In altre terre monete forestiere avean più facil corso. A Chivasso, a Ivrea e nel Canavese i danari imperiali; a Casale, nel Vercellese, nel Biellese i pavesi; a Vinay, a Garessio e nelle Langhe i genovini. Batteano altresì moneta in Piemonte varie famiglie principesche della stirpe aleramica, o di quelle dei marchesi di Savona e del Vasto; i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, i marchesi di Ceva, di Busca, di Savona, del Carretto; ed usavano uguale privilegio i conti di Dezana, di Crescentino, di Cocconato ed altri feudatari dell’impero. Ma dai Monferrini e dai Saluzzesi in fuori, che erano veri principi, e principi di riguardevole potenza, la moneta degli altri si spendea solamente nelle loro terre, e non par che fosse altrove durevolmente accettata. Ne batterono eziandio i conti di Provenza, che nei secoli XIII e XIV ebbero signoria nel Piemonte meridionale.
Ma in tutti quasi i paesi fu sempre in maggiore stima e di maggior corso il grosso tornese, battuto la prima volta da san Luigi, re di Francia, modello dei principi che vogliono accoppiare le virtù cristiane ai doveri di re, esser devoti alla chiesa e mantener le ragioni della corona. La moneta che nel mille era d’argento fino era stata peggiorata, credesi, per la prima volta sul finir del regno di Filippo I, re di Francia nel 1103; di poi due altre volte nel corso di soli 17 anni. San Luigi ridusse le monete alterate da’ suoi predecessori ad una ragione che fu trovata così utile e giusta, che ne’ peggioramenti, che accaddero di poi, i richiami del popolo erano sempre volti ad ottenere che le monete tornassero alla ragione del buon re san Luigi.
Egli fece eziandio coniare a Tours, ad imitazione forse dei Lucchesi e Veneziani, la più grossa moneta d’argento che fosse a quei tempi, di 3 denari, 7 grani, 26/58 di peso, e d’ 11 danari e mezzo di lega, e, sia per ragione della grossezza, sia per differenziarla dal semplice danaro tornese che fin dal mille si batteva in quella città, la chiamò grosso tornese.
Il grosso tornese sali in breve in grandissima stima e servi di termine di paragone per misurare le altre monete d’oro e d’argento. Durò la buona moneta di san Luigi per tutto il regno di Filippo l’Ardito e ne’ primi anni di Filippo il Bello. Ma nel 1295 questo principe mal avvisato, scorgendo come per le guerre contro ai Fiamminghi ed agl’ Inglesi il suo tesoro era vuoto, diè principio all’infame baratteria di peggiorar la moneta; e comechè in seguito assai volte stretto dalla rovina del commercio e dall’indegnazione de’ popoli e promettesse e tentasse di riparare quella grave calamità, il fatto è che mai non vi riuscì durevolmente nè egli nè nissuno de’ suoi successori, mostrando col proprio esempio che doloroso inganno sia quello di commetter mali colla speranza d’apparecchiar poscia il rimedio.
Il grosso tornese era suddiviso in oboli che valeano la metà d’un grosso, e in quarti; e, come accadde di tutte le monete che salirono in qualche stima, fu imitato nelle zecche di straniere nazioni. Filippo di Savoia, signor del Piemonte, ne fé’ coniar in Torino nel 1297; ma, ad imitazione di quelli battuti da Filippo il Bello, scadeano assai dai buoni, poiché non teneano che otto danari e un obolo d’argento fino, e n’andavano 101 al marco. Altri grossi furono poi coniati in Savoia, a Genova, in Avignone, a Barcellona ed altrove.
Le più antiche monete d’oro di cui si trovi notizia in Francia e in Italia dopo il mille sono i soldi, gli oboli, i bisantì, i michelati, gli schifati, i costantini dell’impero d’oriente, i tarì amalfitani e siciliani che erano la quarta parte del soldo d’oro, i direm (dramma) e i dinar arabi, tutte monete, ed in ispecie il bisante e l’obolo che i crociati sparsero al loro ritorno in Europa; i marabutini che ci vennero dagli Arabi delle Spagne; il ducato di Ruggieri, re di Sicilia; gli agostari battuti da Federigo II con leggiadra imitazione delle monete romane. San Luigi, re di Francia, che regnò dal 1220 al 1270, fece coniare danari d’oro chiamati agnelli o montoni, perchè vi era sopra improntato il simbolo dell’agnus Dei.
Ma nel 1252, dopo la sconfitta de’ Sanesi a Montalcino, i Fiorentini batterono una moneta d’oro, la quale, siccome vinceva ogni altra di bontà, cosi in breve le vinse di fama. Fu questa il Fiorino D’oro, della suprema purezza di 24 carati e del peso d’una dramma, la quale fu imitata o contraffatta in quasi tutte le zecche d’Europa, e con poca variazione di lega e di peso ancor dura sotto al nome di zecchino.
De’ primi a batter fiorini ad imitazione di quei di Firenze fu forse san Ludovico, se a lui e non piuttosto a Luigi X. Seguitarono tale esempio le repubbliche di Venezia e di Genova, il cui fiorino si chiamò ducato ; Alberto I, duca d’Austria, poi imperatore; il re di Boemia; Giovanni XXII, sommo pontefice; i re d’Ungheria, d’Aragona; Giovanna, regina di Napoli; Amedeo VI, conte di Savoia; il delfino viennese; il marchese di Monferrato ; il vescovo di Trecastelli, e parecchi altri principi e prelati.
Ma sembra che i primi fiorini foggiati a similitudine de’ fiorentini non fossero minori a quelli nè di purezza nè di peso, poichè nei conti dei tesorieri non li ho trovati distinti. Anzi una specie di fiorini chiamati piccoli fiorini, perchè forse minori nel diametro a quei di Firenze, benchè superiori di peso, erano ne ‘primi anni del secolo XIV di maggior valuta.
Il fiorino di Genova, chiamato ducato d’oro o genovino, fu da principio di minor valuta del fiorino di Firenze, ma poi lo agguagliò e qualche volta lo passò. Maggiori del fiorino di Firenze, sebbene imitazioni di quello, furono anche il ducato veneto battuto nel 1284 e il ducato del papa o di camera.
Al fiorino od al ducato si ragguagliarono generalmente i conti nella maggior parte d’Italia ed in Francia, quando si recavano ad oro; se ad argento, si ragguagliavano al grosso. Trovo memoria delle seguenti specie di fiorino: 1° fiorino di Firenze; 2° piccolo fiorino; 3° fiorino doppio a cattedra; 4° fiorino doppio a mazza; 5° fiorino di buon peso; 6° fiorino di picciol peso; 7° fiorino vecchio di Lamagna ; 8° fiorino della regina ; 9° fiorino Roberto; 10 fiorino d’Orange.
A Firenze v’ebbero varie altre denominazioni del fiorino. Chiamaronsi di suggello, d’oro larghi e d’oro larghi in oro ; aveano sugli altri qualche vantaggio regolato dagli ordini pubblici, ma perchè non differivano di lega e pochissimo di peso, non trovo che le altre nazioni abbiano tenuto conto di tali distinzioni. Nel 1422 i Fiorentini avendo dilatato il loro commercio in levante, dove aveva gran nome il ducato Veneto, batterono un fiorino ad imitazione di quello e lo chiamarono fiorino di galea.
Tutte queste varietà nel secolo XIV, nel quale cominciò eziandio lo scudo d’oro che ebbe lunga durazione e il franco d’oro.
I testi sono tratti da “Luigi Cibrario, Della economia politica del medio evo, Vol. II, Torino, Botta, 1861: http://books.google.it/books?id=Ii4vAAAAYAAJ&printsec=titlepage&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false
