Sep 27

Avendo i nostri signori Veneziani deliberato di far purgare le fosse della terra nostra di Crema, diedero licenza generale che ciascuno potesse in quelle, come più gli piaceva, pescare; onde ci furono pur assai, che entrati nelle fosse, pigliarono gran quantità di pesce. Ed essendovi dentro dì molte persone, chi scalze, chi ignude, e chi d’ un modo e chi d’un altro, una donna, moglie del contestabile della porta di Ombriano, era assisa sovra il muro del ponte, e si pigliava meraviglioso piacere a metter mente a quelli che pescavano, veggendo talora il pesce sguizzar di mano ai pescatori, ed il romore che tra loro facevano.

Ella era greca, ed assai bella donna, ma tanto baldanzosa, che più essere non poteva. Sopravvenne in quello Anteo da Bologna nostro capo di fanteria, che insieme con Babone stava alla guardia di Crema.

Ella, come lo vide appresso di se, lo chiamò, e gli disse (che assai comodamente parlava italiano): capitano Anteo, mirate colui, che gran tincone ha preso. Era, non molto lunge da quello che il focone aveva, un giovine di circa ventiquattro anni, che senza brache pescava, e s’ aveva tirata la camicia sul collo, mostrando tutto il suo mobile di casa, avendo una gran masserizia, che fra le gambe sonava le campane a doppio. Anteo, che s’ imaginò che la Greca lo vedesse, ma fingesse di non vederlo, le disse: Madonna, il tincone che colui ha preso è certamente bello; ma io ve ne mostrerò uno, che è molto più bello.

Ed ove egli è soggiunse la donna. Vedete là, rispose Anteo, quel giovine che ha la camicia rivolta su le spaiile ? Mirate, mirate che bravo tinccone è quello, che fra le coscie gli pende.

Al corpo che non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese. lo penso che sia venuto a divisione con gli asini, ma che fosse il primo a pigliar su: io so che ha un gran baccalare.

La Greca, fece cotal vista di vergognarsi, ma con la coda dell’ occhiolino lo mirava; e disse: voi capitano Auteo, sempre siete su le burle. Ed avendo ben notato il giovine, entrò in altri ragioanamenti, con desiderio di volere, come poteva, provare se quel tincone era così saporito come in apparenza dimostrava; ed un anno le pareva mille di venir a questo cimento.

Avvenne, non molto dopo, che non essendo il marito in casa, Ia Greca si trovò in porta, e il giovine dal tincone grosso le passò dinanzi. Come ella lo vide, tan tosto il conobbe, e gli disse: ove vai tu a quest’ ora? e poteva esser da merigge. Io me ne vo, disse egli, qui di fuori a dir una parola all’ oste. Levossi la donna in piè, ed entrò in casa, dicendogli : vien meco, ch’ io vo’ un servigio da te. II buon giovine, che andava alla carlona entrò in casa dicendo: Madonna, che volete voi che io faccia? Io vorrei, rispose la Greca, che tu mi portassi giù dal solaio un sacco di grano.

Era il giovine contadino con un giubbone e calze di tela alla villanesca vestito. Ed essendo salito sovra il il solaio, e la donna seco: ov’è , disse, madonna, il sacco? Allora la buona greca, che voleva essere quella che un altro peso portasse, gli diede delle mani dinanzi sovra i calzoni ; e ridendo, gli domandò che cosa era là dentro ascosa. Il contadino , che aveva dell’ accorto, s’accorse che la donna voleva sonare, e disse: Madonna, questa è la mia piva, con che io faccio ballare le nostre femine in villa; e si mise anco egli su le risa.

Io vorrei, soggiunse la Greca, che tu me la mostrassi, per vederla come è fatta. Oh! disse egli, che mi darete voi se io ve la mostro? Che ti darò? rispose la Greca : lasciamela un poco vedere, e poi qualche cosa sarà.  Il buon compagno, che vedeva che ella moriva di voglia di danzare sotto la piva, la cominciò a baciare, e riversolla suso un sacco, e le diede la piva in mano; e quella essendo messa al suo luogo, ed egli sonando, e la Greca amorosamente lollando, fecero due balli senza mai riposarsi.

E parendo alla Greca non aver mai sentito il più gagliardo né cosi dolce suono, volle la terza volta entrar in danza. Onde il giovine, che era di buona lena, ed aveva gran fiato, s’ apparecchiò; e subito gonfiata la piva, fecero gagliardamente la terza danza. Temendo poi la Greca che il marito non sopravvenisse, per poter dell’ altre volle danzare, diede alcuni mozzenigbi al sonatore, e lo pregò che egli volesse talora lasciarsi vedere, acciò che potessero a loro agio ballare.

Era già in casa arrivato il marito; il quale non veggendo la moglie di sotto, e sentendo parlare di sopra, domandò chi fosse là su. La donna conobbe il marito, e sabito rispose: io era venuta qui per far portar giù questo sacco di grano a questo contadino, ma egli nol può da per sé levare, ed io meno aiutare nol posso. Voi avete fatto bene a venire: salite su, e ci aiuterete. Egli, che altro male non pensò, salì in solaio , ed aiutò a metter il sacco in spalla al contadino, che lo portò abbasso; ove la donna, che sapeva del ballo fatto, volle alquanto ristorar il giovine della fatica, e gli diede un bicchiere di buon vino a bere, e lasciollo andare.

Stava su le possessioni il contadino dì messer Salmone da Vimercato, gentiluomo molto ricco ed onorato, che è marito della signora Ippolita Sanseverina. Come il contadino fu partito, se n’andò alla casa di messer Salmone, ove quasi ogni di veniva, recando dalle possessioni ora una cosa, or un’altra. E ragionando con alcuni servidori di casa, mostrò loro i mozzenighi guadagnati, e disse il modo con che acquistati gli aveva.

La cosa fu delta a meser Salmone. Egli più compitamente dal contadino saper la volle, che il tutto minutamente gli narrò. Messer Salmone, che è gentiluomo piacevole, non ebbe mai bene fin che non disse tutta l’ istoria al magnifico podestà di Crema, nostro gentiluomo veneziano; il quale nel vero aveva un poco del tondo, e come voi Lombardi costumate di noi dire, teneva del bergamasco in magna quantitate. Quando il podestà, il cui nome non voglio per ora dire, intese questa commedia, non si potè contenere che non desse la loia al contestabile; di maniera ch’ egli ne fu a gran romare con la moglie.

Ma ella, negando il vero e facendo buon volto, seppe così fare, che gli fece credere che queste erano ciance che Babone ed Anteo avevano per malevolenza levate, perciocché ella non gli voleva dar orecchie; e tanto disse, che il buon contestabile non dava orecchie al podestà, lasciandolo dire ciò che voleva.

Avvenne indi a pochi giorni che essendo il podestà in sala con la moglie ed altre gentildonne, vi si trovò anco messer Salmone; e in quel tempo la signora Ippolita moglie di messer Salmone mando una tazza di bellissime pesche duracine alla magnifica podestaressa, e mandolle per man del contadino del grosso tincone.

Come messer Salmone lo vide, subito disse al podestà: magnifico messere, eccovi il compagno, che ha fornito la Greca del contestabile della porta d’ Ombriano. Il podestà, non avendo riguardo alla moglie ed altre donne che seco erano, comandò al contadino che dovesse narrare il fatto come era stato. Egli, che altra lingua che la cremasca apparata non aveva, o non avria saputo altrimenti il suo concetto esplicare, che con le semplici e naturali parole, disse il tutto; e tanto fece ridere il podestà e gli altri gentiluomini, che anrora ridono.

La podestaressa e l’ altre donne non risero così largamente, perché mostrarono per onestà aver vergogna, sentendo nominare così naturalmente le cose. Né bastando questo, volle il podestà che il buon compagno mostrasse il suo bel tincone, non pensando che quella medesima voglia poteva a madama podestaressa venire, che alla moglie greca del contestabile era venuta, e eh’ egli potrebbe poi così di leggiero esser beffato, come beffava altrui.

In somma il contadino, che aveva bisogno di poca levatura, sentendo ciò che il podestà gli comandava, per tema di non esser bandito o andare in prigione, sfoderò gagliardamente alla presenza d’ uomini e donne la sua squarcina, che fece meravigliare tutti gli uomini che quivi erano, vedendo sì gran baccalare e fece nascer desiderio a molte delle donne di provare come ella ben tagliava. Le risa degli uomini furono grandi. Le donne si mettevano le mani agli occhi, ma tenevano i diti larghi l’ uno dall’ altro per meglio contemplar l’ armi del Dio degli orti.

Il Podestà, ridendo tuttavia, disse: a le vangele di san Marco, che la Greca ha fatto molto bene, se s’ è provista di così bel moscolo; e su questo ciascuno diceva la sua.

Madama la podestaressa, ch’era donna di pelo rosso, ben compressa ed assai giovane, veggendo che il marito, che era uomo di più di sessant’ anni, lodava la Greca, disse tra sé: certo io provederò a’ casi miei. Messere è vecchio, e non mi tocca di tre mesi una volta: costui supplirà, se io potrò. Onde seppe col mezzo di certa buona donna sì ben fare, che ella entrò in possesso del tincone; ed ancor che meno che discretamente col contadino domesticandosi , fosse cagione che per Crema se ne parlasse, nondimeno nessuno ardì mai farne motto al podestà; ed ella trovando nel tincone buon pasto, ogni volta che poteva, se ne empiva il corpo.

Il podestà, come vedeva il contestabile, gli era sempre dietro a morderlo della moglie, che aveva preso il tincone. Tutti quelli che l’udivano , più di lui che del contestabile ridevano, sapendo come il fatto andava.

Avvenne anco spesse volte che dando il podestà la berta a colui, madama podestaressa, che era presente, anco ella se ne beffava, pensando che nessuno s’ accorgesse che, se la Greca per un di aveva banchettato col tincone, ella già più di sessante volte l’ aveva posto a lesso, a guazzetto, in pasticcio ed arrosto, essendo ferma opinione di tutti che ella usasse quel bel tincone innanzi e dopo pasto.

Ma il buon podestà, che di questo niente sapeva, s’ era messo su questo umore di non lasciar vivere il povero contestabile, non s’ accorgendo che tutta Crema di lui si beffava.

I testi sono tratti da “Il Bandello, Una Greca veggendo un pescatore senza brache si giace con lui tratta dal gran pendolone che gli vide ondeggiare tra le gambe, Novella Quarantesimasesta, in Raccolta di novellieri italiani, Pt. I, a cura di Gaetano Poggiali, Firenze, Borghi & Co., 1833: http://books.google.it/books?id=ILgZAAAAYAAJ&printsec=frontcover&source=gbs_v2_summary_r&cad=0#v=onepage&q=&f=false

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Apr 15

Dopo i primi indispensabili atti di reciproca urbanità, dopo d’essersi annunciato come ospite ed amico della casa Contarini, e come predicatore che avea avuto l’onore di calcare tutti i pulpiti più distinti dell’ Italia:

« E voi, signore, disse, chi siete voi? Alla favella non mi sembrate italiano, quantunque sia giusto il convenire che parlate assai bene la nostra lingua. Parmi aver inteso che siate spagnuolo. »

Dicasi quel tanto che si sa dire, ma è innegabile che esistono certe simpatie ed antipatie, per le quali una persona ti viene (e spesso anche senz’ aprir bocca) in ira, come il vino acido ad un amatore di Bacco. Il giovine Spagnuolo avea appena gettato l’occhio sul predicatore, che si sentì circondare da cert’ aria di freddissima riserva, per la quale non sarebbe spontaneamente entrato con lui a colloquio, quand’ anche fosse stato certo di trovar in essso l’eloquenza di un Massillon o di un Bourdaloue. Le risposte quindi ch’egli a lui diede, doveano necessariamente risentirsi di queste disposizioni.

« Parmi aver inteso che siate spagnuolo. »

Enrico confermò ch’ era spagnuolo.

« E di qual provincia ? Siete voi di Catalogna ? »

« No » , rispos’ egli.

« Nè di Granata ? »

Disse ch’ egli non era di Granata.

« Nè di Murcia ? — Nè di Biscaglia ? — Nè dell’ Asturie ? — Nè di Andalusia? »

Enrico disse ch’ era di Andalusia.

« Ah ! vedete se l’ho indovinata ? E non v’ ha dubbio, siete sivigliese ? »

« Di Siviglia appunto. »

« Bella, popolosa e ricca città è Siviglia, almeno a quanto ne ho sentito raccontare, perchè io non l’ho veduta. Essa è patria di molti uomini illustri, e principalmente di un’ infinità di Gesuiti. » (E quest’ osservazione accompagnò di un sorriso metà ironico, e metà sprezzante; indi continuò.)

« E come vi chiamate?»

Il giovine Spagnuolo gli si rivolse con un’ aria di vivacità che avrebbe potuto esser foriera di una risposta poco obbligante, senonchè un momento di riflessione parve che gli cambiasse le parole in bocca. Ma non se ne avvide, o finse non avvedersene D. Michele. Lo straniero rispose.

« Enrico di Velasco. »

«Di Velasco?» ripigliò l’ex-frate in atto d’uomo che cerchi rammemorare un fatto presso a poco dimenticato. « Il celebre pittore, il favorito di Filippo IV, Diego di Velasco, era pure di Siviglia, se non erro ? »

«Lo credo», disse Enrico con un’ indifferenza sempre crescente.

« Siete voi discendente da questo ceppo ? »

« No. »

« Quando predicava a Firenze ho veduto alcuni quadri di questo famoso artista. Fra gli altri un Mosè salvato dall’acque, se ben mi sovviene. Vi è stato pure, parmi, un don Zurigo da Velasco, ed era gran contestabile di Castiglia sotto Carlo V. Ma, e per quale avventura vi trovate voi in queste colline ? Veniste voi a bella posta da Siviglia per farvi scavezzar le gambe pei nostri dirupi ? »

Chiunque, e sia chi si voglia, esacerba l’ingiustizia con lo scherno, dice Sterne, si provoca addosso la congiura di tutte le persone di cuore. La pazienza d’ Enrico era evidentemente agli estremi, e a questo sarcasmo dell’ ex-frate, non potè più stare in freno. Sedutosi egli perciò sul letto come per dar maggior forza al suo risentimento :

« Signore, disse, io non so quale sia la vostra intenzione nell’ incalzarmi con interrogazioni le une più delle altre indiscrete. Avreste dovuto accorgervi prima d’ ora che vi ho risposto a contraggenio ; e duolmi dovervi dire che nel mio paese le persone educate non s’arrogano di sì fatti diritti, e non trattano con leggerezza e con ironia le disgrazie che possono essere comuni a tutti. »

La franchezza ed il tuono risoluto con cui vennero pronunziate queste poche parole, non che lo sguardo che le accompagnò, sconcertarono un momento la disinvoltura dell’ ex-domenicano; ma convien dire ch’egli fosse avvezzo a complimenti di simil genere, perchè un istante dopo replicò con maggiore audacia :

« Nel vostro paese, o signore, si rispettano altresì meglio le persone del mio carattere e della mia veste. Per poco che ne abbiate trattate, dovreste sapere che un par mio non oltrepassa i limiti de’ suoi diritti, quando chiede ad un giovinastro par vostro chi egli sia, e quale avventura lo faccia sbucare da una rocca più accessibile alle capre ed ai malviventi, che ai galantuomini. »

Da questo breve saggio nel quale predominava più assai del cortese, l’ aspro di una reciproca mal celata antipatia, la contesa poteva terminar in un modo anche più spiacevole : senonchè il dottor Benci, che entrava in quel momento, venne a frapporsi tra essi come araldo che tra due campioni getta il pacifico bastone, distintivo del suo ufficio.

Al suo apparire D. Michele si alzò, non perchè rispettasse in lui l’ uomo dabbene, sollecito di sperdere qualunque seme di discordia; ma bensì per allontanarsi, e cedere il campo senza mostrar di cederlo. Salutò appena con un’ inclinazione di capo il buon medico, e lanciò sovra Enrico uno sguardo che parea dirgli : « Voi avrete a pentirvi d’esservi ribellato ad un uomo di chiesa. » Enrico dal canto suo non fe’sembiante di avvedersene; e voltosi al dottore, intanto che l’altro usciva, gl’ indirizzò alcune amichevoli parole. Rimasti soli, non potè il giovine Spagnuolo dispensarsi dal raccontare al signor Benci il soggetto della poco gradevole contesa avuta coll’ex-frate.

« Voi avete fatto male, disse sorridendo il dottore, a provocarvi addosso l’ira di un predicatore. Egli è capace di vendicarsene in un sermone. Ma sapete qual è la ragione che lo mosse contro di voi ? L’invidia. Egli vi vede scopo delle sollecitudini del signor Contarini, e l’invidioso stima che le gentilezze che si usano agli altri, sieno altrettanti furti a lui fatti. Però non ci badate. State di buon umore ; e non fate che influiscano sulla vostra salute le conseguenze dell’ indiscreta curiosità di un uomo che, vivendo tutto l’anno alle spalle altrui, ha preso l’abitudine dell’ asino, il quale mangiando il suo fieno mostra i ferri a chi gli passa vicino, per tema che non gli voglia rapire parte del suo pasto. »

Qui il dottor Benci fece il ritratto del predicatore con pennellate così giuste, con tinte così vivaci, che tutta l’ira del giovine Spagnuolo sfumò in un cordialissimo riso, massime quando gli diede l’ultima mano, applicandogli quei versi del nostro Pucci :

« O Guelfa o Ghibellina / Ei la coccarda avea della cucina. »

I testi sono tratti da “Carlo Varese, La fidanzata ligure, ossia usi, costumanze e caratteri dei popoli della riviera ai nostri tempi, Parigi, Baudry, 1832″: http://books.google.it/books?pg=RA1-PA38&dq=andalusia&lr=lang_it&id=oKINAAAAYAAJ&as_brr=1&as_pt=ALLTYPES#PPP9,M1

Per consultare l’ opera pittorica di Diego Velasquez: http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Diego_Vel%C3%A1zquez

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